Il trono di sabbia. Stato, nazione e poteri in Medio Oriente, Giacomo Bottos, Francesco Rustichelli, Francesco Salesio Schiavi, Jacopo Scita, Gabriele SartoriDott. Giacomo Bottos, Lei ha curato con Francesco Rustichelli, Francesco Salesio Schiavi, Jacopo Scita e Gabriele Sartori l’edizione del libro Il trono di sabbia. Stato, nazione e poteri in Medio Oriente edito da Rosenberg & Sellier: quale complessità caratterizza la geopolitica del Medio Oriente?
Sono diversi gli elementi che contribuiscono a rendere il Medio Oriente e il Nord Africa un’area evidentemente complessa rispetto ad altre aree del globo. L’elemento che emerge maggiormente quando si pensa a questa regione è il suo stato di costante insicurezza e instabilità, dovuto ai numerosi conflitti e alle tensioni che hanno e tuttora caratterizzano gran parte della storia attuale. Occorre però innanzitutto rifuggire da una rappresentazione che vorrebbe ricondurre questa condizione ad un carattere “tribale” e “settario” della regione, che richiederebbe chiavi di lettura diverse da quelle impiegate per interpretare le dinamiche occidentali. È necessario invece ricostruire nel dettaglio le ragioni sia endogene che esogene che portano a questa instabilità. Questo è il tentativo che abbiamo compiuto nel libro “Il trono di sabbia”, intervistando numerosi esperti di dinamiche mediorientali. In particolare, utilizzando il punto di osservazione delle formazioni statuali della regione abbiamo cercato di indagare da un lato alcune dinamiche trasversali (il problema della legittimazione, la questione settaria, lo Stato rentier, il ruolo della religione e in particolare dell’Islam, il carattere autoritario di molti regimi e i processi di State building) e dall’altro abbiamo preso in esame alcuni dei più significativi casi di studio. Da un punto di vista generale, le formazioni statuali in Medio Oriente si caratterizzano per una diffusa fragilità legata anche alla difficoltà di trovare fonti univoche e stabili di legittimazione, situazione questa legata anche alle circostanze storiche nelle quali tali Stati si sono generalmente formati. Questa problematica è ben analizzata nell’intervista ad Alberto Negri rilasciata a Jacopo Scita. Altre caratteristiche da ricordare sono relative alla complessità del sistema politico e all’intreccio spesso molto articolato di istituzioni e poteri informali, al ruolo spesso molto significativo svolto dell’apparato militare e alle relazioni tra i diversi gruppi che compongono il suo tessuto sociale (primi fra tutti quelli etnico-religiosi). Un altro elemento molto rilevante riguarda l’importanza del flusso di ricchezza che deriva dal controllo dell’estrazione delle risorse presenti in abbondanza in alcuni Stati (prime fra tutte gas e petrolio) e il ruolo che questo controllo ha come fonte di legittimazione nei cosiddetti Stati rentier. Il potere formale degli Stati deve poi spesso confrontarsi con la nascita e la diffusione di gruppi armati che contestano o intaccano di fatto la pretesa al monopolio della forza. Questo ha a che fare con la diffusione del cosiddetto “terrorismo” globale. Tutti questi elementi contribuiscono chiaramente a rendere la stabilità nel Medio Oriente una problematica di difficile soluzione.

Quali scontri e quali tensioni animano l’attuale geopolitica mediorientale?
La geopolitica mediorientale presenta una complessità estrema. Indicheremo dunque qui, senza nessuna pretesa di esaustività, tre elementi di particolare significato nel medio periodo.

Certamente una delle principali fonti di tensione riguarda il rapporto conflittuale e le confliggenti pretese egemoniche di Arabia Saudita e Iran. In questo conflitto il fattore religioso relativo allo scontro tra sunniti e sciiti ha, in realtà, una rilevanza limitata. In molti contributi presenti nel libro questo elemento viene tendenzialmente ridimensionato, inserendolo in una più articolata trama di relazioni di potere. Iran e Arabia Saudita sono, del resto, formazioni statuali profondamente diverse tra loro, sul piano storico, istituzionale, economico e demografico. Questa diversità viene catturata bene dalla lettura congiunta delle interviste a Valeria Talbot e ad Annalisa Perteghella, svolte rispettivamente da Jacopo Scita e Gabriele Sirtori. Una più ravvicinata comprensione delle problematiche e delle tensioni sociali e politiche interne a questi due attori fondamentali della regione permette di comprendere più a fondo anche le rispettive strategie geopolitiche. Ne risulta un quadro molto più mosso e sfaccettato, anche in relazione alle contraddizioni interne e alle questioni aperte, rispetto a quello che solitamente viene presentato, incentrato prevalentemente sulle dinamiche strategiche interstatuali.

Un’altra questione di lungo periodo riguarda il bilancio provvisorio delle cosiddette “primavere arabe” che, allo stato attuale, appare sostanzialmente negativo, con situazioni di guerra civile, come nel caso libico analizzato nell’intervista di Francesco Salesio Schiavi ad Arturo Varvelli, o di consolidamento di un nuovo regime autoritario, come in quello egiziano, affrontato da Giuseppe Acconcia nell’intervista condotta da Gabriele Sirtori. Resta aperta la questione sull’evoluzione a cui, nel medio periodo, potranno andare incontro a questi paesi, se si tratti di approdi stabili o destinati ad essere superati da nuovi sconvolgimenti.

Una tematica che mantiene sempre il suo rilievo riguarda l’influenza dei principali attori a livello internazionale nelle dinamiche della regione. Al tradizionale ruolo delle potenze occidentali, che ebbe un ruolo determinante nella stessa genesi di queste formazioni statuali, con gli accordi di Sykes-Picot, acquisisce maggior rilievo nel periodo attuale quello di attori come Russia e Cina, come si è potuto osservare nello sviluppo del caso siriano.

Come si intersecano i concetti di Stato e Nazione nella regione mediorientale?
Come ben evidenziato nell’intervista a Massimo Campanini a cura di Francesco Salesio Schiavi sul rapporto tra Stato e Islam, quelle di “Stato” e “Nazione” sono categorie politiche che hanno avuto origine e acquisito il loro significato nella modernità europea e occidentale. Tali idee erano infatti sconosciute alla cultura islamica tradizionale. Il loro entrare in relazione con un universo culturale differente ha creato una situazione molto articolata. Se da un lato l’Islam tradizionale aveva conosciuto “Stati” (pur non secondo l’accezione moderna), l’idea di nazione (basata sul connubio di appartenenza territoriale, culturale e linguistica) chiaramente strideva con il concetto classico della umma, la Comunità dei credenti, che si identifica nella comune appartenenza religiosa. Nonostante vi fosse inoltre un forte senso di identità collettiva in alcune regioni quali l’Egitto e la Persia, caratterizzate da una lunga tradizione storica, lo stesso non poteva dirsi per il resto della regione. Di conseguenza, non meraviglia che in buona parte degli attuali paesi del Medio Oriente il concetto di Stato (grazie soprattutto all’intervento europeo) abbia avuto un riscontro pratico ben prima di quello di nazione. Quest’ultimo infatti può essere considerato il risultato di uno sviluppo che, a partire dall’esperienza anti-coloniale, si è poi modellato sulla base delle rispettive esperienze storiche di ciascun paese della regione. Esso ha dovuto inoltre fare i conti con ideologie sovra-statali e sovra-nazionali come il Pan-Arabismo e il Pan-Islamismo, che rifiutano le accezioni occidentali in virtù di una comune identità etnica e/o religiosa. Ad ogni modo, nonostante, il concetto di “artificialità dello Stato-nazione” sia tutt’oggi dibattuto, la resilienza degli Stati così come l’auto-percezione su scala nazionale di buona parte della sua popolazione chiaramente dimostra il consolidamento dell’idea di nazione anche in Medio Oriente. Anzi, in diversi contributi, come l’intervista a Rosita Di Peri svolta da Gabriele Sirtori, si sottolinea come molte tematiche che normalmente vengono citate come fattori disgregativi delle unità statuali, come l’elemento settario, siano in realtà spesso sfruttate come risorse simboliche da parte di chi detiene il potere per cementare l’unità statuale stessa, ad esempio facendo appello ad un’unità delle popolazione contro vere o presunte tendenze disgregative, dietro alle quali viene tratteggiata la mano di potenze straniere.

Per quali ragioni il concetto di stabilità appare così precario quando si parla di Medio Oriente?
L’elemento che emerge maggiormente quando si pensa a questa regione è il suo stato di costante insicurezza, dovuto ai numerosi conflitti e alle tensioni che hanno e tuttora caratterizzano gran parte della storia attuale. Ancora una volta, la chiave per spiegare questa perdurante situazione di instabilità è da ritrovare nella difficile legittimazione delle entità statuali che in ultima analisi deriva da un lato dalla grande eterogeneità e dalla relativa arbitrarietà degli aggregati nazionali e dall’altro dalla presenza di fonti diverse e parzialmente concorrenti tra loro di legittimità. Abbiamo già fatto riferimento all’elemento religioso, possiamo citare quello ideologico, la cui importanza è stata molto elevata nel secondo dopoguerra, quello distributivo-clientelare spesso legato alla distribuzione della rendita energetica, quello dinastico-tradizionale, quello più propriamente nazionalistico (spesso cementato da un sentimento anti-occidentale e anti-americano). Infine esiste, naturalmente, su un piano di mero esercizio del potere, la risorsa militare e quella dei capillari apparati di controllo e di sicurezza sui quali i detentori del potere possono contare. Naturalmente su ognuno di questi piani gli Stati possono essere sfidati, in misure molto differenti, da altri attori di vario genere, siano essi gruppi o milizie locali, altri Stati della regione o attori geopolitici internazionali.

Come è avvenuta la costruzione degli Stati del Medio Oriente?
Sebbene la genesi storica degli attuali Stati mediorientali andrebbe analizzata caso per caso, vi sono alcuni elementi comuni che possono contribuire a fornire una visione per quanto possibile omogenea. Innanzitutto, l’origine dello Stato nel Medio Oriente avviene in seguito alla spinta colonizzatrice europea, culminata con l’assoggettamento dei territori arabi dell’Impero Ottomano tramite il sistema dei “mandati” (faranno eccezione le neonate repubbliche di Iran e Turchia, nonché il Regno di Al-Saud). Un nuovo slancio sarà dato dalla decolonizzazione, che dalle ceneri dei precedenti imperi europei porterà alla nascita di Stati indipendenti sotto l’egida delle Nazioni Unite. All’interno di questo processo, le forze armate ebbero un ruolo di rilevo, grazie al loro contributo nella lotta contro le potenze occupanti nonché alla sostanziale arretratezza economica, alla mancanza di una forte classe media e di un sistema politico sufficientemente evoluto. Le élite militari promossero importanti campagne di modernizzazione, che erano però in un certo grado un tentativo di adeguarsi agli standard internazionali piuttosto che il risultato di una genuina richiesta della società. In una fase successiva di crisi economica e politica, l’Islam, soprattutto nella sua accezione politica, riemerse come elemento unificante degli strati più bassi della popolazione portando alla ribalta i movimenti Islamisti. La nascita della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979 ne è la sua massima accezione. All’alba del XXI secolo, lo Stato (così come il patto sociale alla sua base) rimane ancora uno degli elementi più deboli dell’equazione mediorientale, come testimoniato dall’ondata di proteste che hanno infiammato il mondo arabo a partire dal 2010.

Quanto la politica mediorientale è ancora condizionata da dinamiche sovranazionali e dallo scontro tra le maggiori potenze mondiali?
Il contesto mediorientale si distingue ancora oggi per la sua l’alta porosità. La peculiare combinazione di Stati fragili o falliti, la costante presenza di guerre o scontri e la proliferazione di milizie e di gruppi armati ha permesso ai principali attori internazionali e alle potenze regionali di influenzare continuamente gli sviluppi nella regione, anche tramite l’impiego di modalità d’intervento come quella dello State building, affrontata nell’intervista a Irene Costantini a cura di Francesco Salesio Schiavi. Allo stesso tempo, il progressivo disimpegno statunitense nell’area a partire dal 2011 ha inevitabilmente lasciato un vuoto che è stato riempito da attori regionali (quali Iran, Turchia e Arabia Saudita) e da altre potenze internazionali come Russia e Cina. Di fronte ad una simile mosaicizzazione, è chiaro che il Medio Oriente sia ancora fortemente condizionato dagli interventi esterni. Se da un lato la ricerca di una maggiore stabilità e influenza ha portato diversi attori a contendersi una fetta di questo campo di battaglia sulla base dei propri interessi nazionali (con l’inevitabile risultato di protrarre ulteriormente gli scontri, come in Libia o in Siria), dall’altro ha manifestato l’incapacità degli Stati che tentano di riprendersi da questi conflitti di riuscirci senza aiuti esterni (come nel caso del Regime di Assad, la cui sopravvivenza è legata a doppio filo a Tehran e a Mosca). Infine, un elemento da non dimenticare è quello del jihadismo globale, ampiamente diffusosi nel nuovo millennio e culminato con la creazione del Califfato da parte dello Stato Islamico nel 2014. L’abilità dimostrata da Daesh nell’attrarre mezzi, fondi e soprattutto personale non solo in loco ma da diverse aree del pianeta ha certamente dimostrato l’impatto che certe dinamiche globali posso avere in specifici contesti come quello mediorientale.

La gran parte dei regimi mediorientali sono di tipo autoritario: è possibile a Suo avviso pensare ad un’evoluzione democratica nella regione e su quali basi?
Pur partendo dal presupposto che sia difficile dare una definizione univoca di democrazia, è chiaro che, osservando i recenti avvenimenti, una transizione democratica in diversi paesi del Medio Oriente presenti tratti di notevole complessità e difficoltà. Tale osservazione può essere giustificata analizzando il contesto politico-sociale della regione. Storicamente, gli Stati mediorientali presentano forme di governo differenti. Tra queste si possono segnalare diversi Stati con un governo di tipo monarchico, la cui legittimità deriva da un legame di tipo dinastico-religioso, e altri di tipo repubblicano, generalmente con caratteri autoritari e controllati da élite militari. Si tratta in ogni caso generalmente di Stati contrassegnati da una bassa partecipazione della società nella politica nazionale, per la forte presenza dello Stato nella sfera pubblica e per l’assenza o la scarsa influenza dei diversi partiti politici. Simili difficoltà hanno chiaramente rallentato un’evoluzione democratica della regione.  Questo non significa, come evidenziato nell’intervista di Jacopo Scita a Francesco Cavatorta, che non esiste, intesa in senso ampio e non normativo, una società civile assai vivace nelle società mediorientali. Tuttavia in essa non si sono elaborate, finora, forme davvero strutturate di partecipazione al sistema politico. Persino l’ondata di movimenti popolari degli ultimi anni note come “Primavere Arabe” ha avuto risultati deludenti per il fronte democratico. Pur caratterizzati da una grande partecipazione popolare e da un certo sostegno internazionale dovuto alla copertura mediatica e dei social, le richieste degli insorti si sono spesso arenate per l’assenza di una chiara agenda politica e di fronte alla resilienza dei regimi autoritari. Con l’unica eccezione della Tunisia, in cui le forze armate si sono fatte garanti di una transizione democratica, le élite al potere sono state in grado di reprimere gli scontri (come nel caso di Egitto o del Bahrain) o hanno trascinato il paese in una lunga guerra civile in cui l’esito è ancora incerto (si vedano Siria, Liba e Yemen). Persino nella cosiddetta “seconda fase” di questi giorni, in Sudan e Algeria, sembrano ripresentarsi le stesse dinamiche che hanno caratterizzato il periodo precedente.

Nel libro viene analizzato, con tutte le implicazioni politiche ed economiche, il concetto, fondamentale per comprendere le tensioni dell’area, di rentier State: ce ne vuole parlare?
Alla nozione di rentier state, come lei ricordava, è dedicata un’intervista del libro, nella quale Giacomo Luciani, interpellato da Jacopo Scita, illustra ed esemplifica molto efficacemente questo concetto. La nozione è impiegata nello studio delle scienze politiche e delle relazioni internazionali per identificare una precisa categoria di Stato in cui un peculiare rapporto ne lega politica e società al suo principale mezzo di finanziamento, ovvero l’esportazione di idrocarburi. Un sistema economico rentier si caratterizza per tre elementi principali: la dipendenza quasi esclusivamente dai proventi del mercato estero piuttosto che da quello interno; lo Stato quale massimo beneficiario di queste rendite e unico incaricato della loro redistribuzione; l’impiego di una percentuale limitatissima della forza lavoro del paese nel settore che rappresenta il maggiore contributo all’economia nazionale. La combinazione di queste caratteristiche genera effetti profondamente interrelati, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto sociale come ben illustrata dall’intervista a Cinzia Bianco a cura di Jacopo Scita e Francesco Rustichelli che analizza la peculiare realtà delle “monarchie del Golfo”: Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Da un lato, la quasi totale assenza di un sistema di tassazione convenzionale viene barattato con l’assenza di qualunque forma di rappresentatività da parte dello Stato. Dall’altro, il tradizionale ruolo dello Stato come garante di beni pubblici attraverso la coercizione si confonde con quello di fornitore di beni privati attraverso un sistema clientelare. La combinazione dei monopoli sui mezzi di coercizione e di ridistribuzione delle rendite petrolifere ha progressivamente portato rentier State come l’Iraq o la Libia alla personalizzazione e all’accentramento del potere in mano alle élite militari. Allo stesso tempo, ha favorito l’istituzionalizzazione di reti patron-clientelari, al diffondersi della corruzione e all’assenza di riforme sociali che non fossero direttamente connesse alla sopravvivenza dei regimi.

Cosa ha significato per la regione la guerra civile siriana?
La guerra civile siriana ha avuto un impatto notevole nella regione. Innanzitutto, nove anni di guerra hanno causato una profonda crisi in quello che era un tempo uno dei principali Stati arabi nel Medio Oriente, la cui storia e struttura sociale è ben analizzata nell’intervista a Lorenzo Trombetta a cura di Gabriele Sirtori. Sebbene il costo della guerra sia ancora difficile da quantificare, è chiaro che il livello di violenza e devastazione raggiunta abbiano causato una forte distruzione del paese, non solo dal punto di vista materiale. È noto infatti che degli oltre 20 milioni di abitanti siriani presenti al 2010, più della metà sia stata costretta ad abbandonare le proprie abitazioni a causa della distruzione causata dagli scontri armati. La conseguente crisi umanitaria ha visto più di 5 milioni di cittadini siriani cercare rifugio nei paesi limitrofi e lungo il Mediterraneo. Il progressivo arretramento del regime siriano ha poi causato un vuoto di potere che è stato rapidamente riempito da una costellazione di gruppi armati e ha permesso il progressivo intervento di versi attori regionali nella zona, prime fra tutti l’Iran e la Turchia. Grazie al sostegno immediatamente riconosciuto verso il regime, l’Iran ha consolidato il suo ruolo nel Levante, rafforzandone la presa in Siria e in Libano con Hezbollah. Ciò ha permesso a Tehran di ricoprire un ruolo preponderante nel sostegno al regime siriano, nonostante il prezzo di questa proiezione geo-strategica sia stato salato per la morsa delle sanzioni internazionali volute dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, anche l’intervento di Ankara ha avuto un impatto notevole nella seconda fase del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la messa in sicurezza del confine turco-siriano e nel limitare l’espansionismo curdo oltre l’Eufrate. La guerra civile ha poi visto il ritorno della Russia nel contesto mediorientale a fronte di un progressivo ridimensionamento degli USA nella regione. Fin dalla sua apparizione nel 2015, infatti, l’aiuto russo in termini di supporto aereo e logistico è stato determinante per la sopravvivenza prima ed il rafforzamento poi delle forze armate siriane. Da questa prospettiva, Mosca ha tratto un chiaro vantaggio geopolitico e di immagine dal suo coinvolgimento in Siria, in quanto è riuscita a consolidare la propria posizione nell’area (penso alle basi lungo la costa mediterranea della Siria) al prezzo di un intervento militare limitato ma decisivo. Al contrario, il supporto statunitense alle forze di opposizione non è stato determinante se non per le milizie curde, il cui rapporto con Washington è comunque minato dalla priorità che questo attribuisce alla sua alleanza con Ankara. Infine ma non ultimo, la guerra civile ha contribuito al rafforzamento dell’estremismo jihadista, soprattutto con l’avvento dello Stato Islamico. La magnitudine del “ritorno del Califfato” ha avuto un impatto altissimo, non solo su scala regionale (la nascita e la diffusione di diversi gruppi estremisti legati al Califfato) ma anche globale (il ruolo dei media e il fenomeno dei foreign fighters). Da questo elenco di fattori emerge tutta la complessità della guerra civile siriana, i cui effetti sicuramente continueranno a farsi sentire anche quando le armi torneranno a tacere.

Quanto la presenza di Israele è da considerarsi ancora un fattore destabilizzante per l’area?
Nel corso degli ultimi vent’anni, il ruolo di Israele all’interno del MENA è stato notevolmente ridimensionato. In seguito al progressivo riallineamento dei principali attori arabi alla dottrina statunitense e al calo di interesse per la questione palestinese, Tel Aviv ha infatti perso il suo ruolo di elemento destabilizzante nella regione. Pur rimanendo la maggior potenza militare e il principale partner degli Stati Uniti nella zona, la volontà di evitare costosi interventi militari come nel conflitto in Libano e la necessità di stabilizzare la propria presenza nei Territori Occupati ha richiesto a Israele di consolidare la propria situazione nel fronte domestico piuttosto che su quello internazionale. Da questa prospettiva, Israele emerge sempre di più come un “attore esterno” ai principali avvenimenti che si sono susseguiti negli ultimi anni nella regione, come testimoniato nella sua neutralità durante i primi anni del conflitto civile siriano. Nonostante un simile distacco, è chiaro che Tel Aviv non rimanga indifferente a ciò che gli capita attorno, come dimostrato dalla volontà di confermare la sua presenza sulle Alture del Golan a prescindere di chi siederà a Damasco al termine del conflitto. Per di più, una simile situazione non gli impedisce di tornare a ricoprire anche solo temporaneamente un ruolo rilevante e destabilizzante, come testimoniato dall’apertura di un’ambasciata statunitense a Gerusalemme per volere del Presidente Donald Trump o la solidificazione delle relazioni con la monarchia Saudita.

Si ringraziano Francesco Salesio Schiavi, Francesco Rustichelli, Jacopo Scita e Gabriele Sirtori per i preziosi suggerimenti e indicazioni.

Giacomo Bottos è direttore di Pandora Rivista. Ha studiato filosofia presso l’Università degli Studi di Milano e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha collaborato con numerose riviste cartacee e online, tra cui Il Mulino e Atlante Treccani. È tra i curatori, oltre che de Il trono di sabbia (Rosenberg&Sellier, 2019), anche de Il popolo della sabbia di Giuseppe De Rita (Castelvecchi, 2017).