Il test di Rorschach, Luciano Giromini, Alessandro ZennaroProf. Luciano Giromini e prof. Alessandro Zennaro, voi avete curato l’edizione del libro Il test di Rorschach edito dal Mulino. Il test di Rorschach ha travalicato l’ambito prettamente specialistico per imporsi nell’immaginario collettivo. A cosa si deve la sua popolarità?
Il Rorschach è un test tanto affascinante quanto misterioso. Spesso i non addetti ai lavori ci domandano, ma com’è possibile che guardando quelle poche macchie d’inchiostro, sforzandosi di vederci qualche cosa d’altro – una farfalla, del sangue, un uomo che urla, e così via – si possa rivelare così tanto di noi stessi e della nostra personalità? Nell’immaginario collettivo il Rorschach è infatti comunemente percepito come “lo strumento d’elezione”, tra quelli messi a disposizione dello psicologo, per poter accedere all’inconscio dell’esaminato. Quasi come fosse la via d’accesso preferenziale per consentirgli di raggiungere i meandri più profondi della nostra mente, una specie di pozione magica in grado di metterlo in contatto con le parti di noi a noi stessi più sconosciute. In essenza, il grande pubblico pensa al Rorschach come ad uno strumento estremamente affascinante, perché incredibilmente potente, e al contempo assolutamente misterioso, perché tipicamente non si ha la minima idea di come funzioni. Questi ingredienti, a nostro avviso, hanno contribuito maggiormente a rendere il Rorschach così popolare anche al di fuori dell’ambito professionale. Un ulteriore elemento che ha contribuito a diffondere la popolarità del test, inoltre, è la sua diffusa rappresentazione cinematografica, incomparabile rispetto a qualsiasi altro strumento di indagine psicologica. Come non ricordare: “Shelter – Identità paranormali” (2010) con Julianne Moore, “Un boss sotto stress”, del 2002, con R. De Niro, “Armageddon” con Ben Affleck del 1998, la serie tv e il film “The Watchmen”, in cui vi è addirittura un personaggio che anima le tavole e poi le innumerevoli citazioni tratte dai film di Woody Alle, da “Interiors” del 1978 a “Prendi i soldi e scappa” del 1969. Insomma, se i film rispecchiano in qualche modo lo spirito del tempo e la cultura di un luogo, in questa il Rorschach ha certamente un ruolo.

Che il test di Rorschach sia avvolto da un alone di mistero, tra l’altro, è insindacabile certezza anche per i più esperti, per chi lo usa quasi quotidianamente nella sua pratica clinica. La storia stessa della vita dell’autore, Herman Rorschach, ha già di per se un qualcosa di misterioso. L’autore desiderava fare l’artista, non il medico. Se solo avesse seguito questa sua vocazione, il suo incredibile strumento forse non sarebbe mai esistito. Misteriosamente, poi, Herman Rorschach muore giovanissimo, circa un anno dopo aver creato “Il Rorschach” (Rorschach, 1921), lasciando quindi molti punti interrogativi sulle possibili sfaccettature e applicazioni del test. Anche le circostanze della morte di Herman Rorschach sono in qualche modo controverse: l’autore muore di peritonite dopo essere stato ricoverato nell’ospedale dove lui stesso lavorava, probabilmente perché inizialmente le sue lamentele e preoccupazioni erano state ingenuamente sottovalutate dalle persone a lui più vicine. Lasciato orfano alla giovanissima età di un anno, il test di Rorschach trova un nuovo padre solo 50 anni dopo, negli anni ’70, quando John Exner decide di assemblare in un unico sistema – il Sistema Comprensivo, appunto (Exner, 1974) – i singoli elementi (procedure, codifiche e così via) che, seppure originati in contesti e orientamenti teorici diversi, avevano dato prova di reggere bene il confronto con lo spietato giudizio del tribunale della ricerca scientifica. Negli anni ’90, per consentire al Sistema Comprensivo di continuare ad evolversi e restare al passo con i tempi, John Exner costituisce il Rorschach Research Council, un gruppo di esperti internazionali (tra cui Gregory Meyer e Donald Viglione, giusto per citare i più noti) incaricato di fare il punto, di tanto in tanto, sui dati di ricerca empirica per aggiornare costantemente il sistema. A quel punto sembrava scontato, almeno tra gli addetti ai lavori, che il Sistema Comprensivo avrebbe continuato a vivere, evolversi e aggiornarsi, tramite il Rorschach Research Council, anche dopo la morte del suo unico padre fondatore, John Exner. Invece, sorprendentemente – anzi, misteriosamente – con la scomparsa di John Exner, avvenuta nel 2006, il test di Rorschach si trova nuovamente orfano (alla tenera età di 85 anni…): non vi sono scritti, infatti, che autorizzino il Rorschach Research Council a proseguire il costante lavoro di aggiornamento e perfezionamento del Sistema Comprensivo, portato avanti in quegli anni e necessario alla sua sopravvivenza. Il Rorschach è quindi nuovamente abbandonato a se stesso, privo di un suo legittimo padre scientifico. Dopo questa seconda drammatica fine, però, risorge nuovamente (fortunatamente): nel 2011 nasce infatti il metodo Rorschach Performance Assessment System (R-PAS; Meyer et al., 2011), l’erede scientifico più aggiornato e avanzato del Sistema Comprensivo, il quale ormai appartiene al passato, essendo inesorabilmente ed eternamente ancorato all’ultima edizione pubblicata dall’autore circa 15 anni fa.

A questo punto, all’alba del 2020, il mistero diventa quindi: ma com’è possibile che un test psicologico creato nel 1921 possa continuare ad essere attuale, a venire utilizzato e a suscitare grande interesse sia nell’ambito clinico che in quello della ricerca scientifica? Ma questa è tutta un’altra storia, e rimandiamo il lettore al nostro libro per trovare qualche risposta…

Quali difficoltà presenta l’interpretazione del Rorschach?
È ovvio che l’interpretazione degli strumenti autodescrittivi (i self-report, per intenderci) presenta al clinico sfide del tutto diverse. L’interpretazione di una risposta “vero o falso” ad una certa domanda non implica particolari abilità da parte del clinico, se non di conoscere i valori normativi del test che sta usando e del saper operare le necessarie correzioni di validità (apertura, chiusura, ecc.). Con i test di performance, cioè con gli strumenti che anziché chiedere qualcosa alle persone li coinvolgono in un compito, come ad esempio quelli di problem solving, le variabili in campo sono molte di più e con esse saranno molteplici anche le conoscenze cui dovrà ricorrere il clinico per utilizzarle appropriatamente.

Nel test di Rorschach, all’esaminato vengono mostrati, uno ad uno, dieci disegni di macchie di inchiostro, con la richiesta di rispondere, per ciascun disegno, alla domanda: “che cosa potrebbe essere questo?”. Le specifiche strategie che ciascun esaminato adotta per trovare e comunicare le proprie risposte riflettono una molteplicità di fenomeni psicologici particolarmente interessanti. Le diverse modalità attraverso cui ciascun esaminato arriva a produrre le proprie risposte veicolano infatti una serie di informazioni chiave relativamente a ciò che gli psicologi tipicamente chiamano il “funzionamento psicologico”. Ad esempio, una persona che tenda a focalizzarsi prevalentemente sugli aspetti più cupi, bui e/o tristi delle macchie verosimilmente tenderà a cogliere come maggiormente salienti, anche nella sua quotidianità, gli elementi connotati in maniera più negativa, come ad esempio le notizie più tristi, i pensieri più disforici e drammatici, e così via, a dimostrazione di una sua generale inclinazione pessimistica nel processamento delle informazioni.

Data l’originalità del compito e la sua unicità, le difficoltà che caratterizzano l’interpretazione del Rorschach riguardano pertanto sia la fase di “osservazione” e “registrazione” (codifica) dei vari comportamenti messi in atto durante la somministrazione del test, sia quella di “sintesi”, in cui si prova a dar conto, sul piano interpretativo, a tali osservazioni. In altri termini, prima di tutto occorre essere in grado di comprendere quali comportamenti siano “degni di nota”, ovvero carichi di significato sul piano interpretativo (ad esempio, saper notare se una persona abbia mostrato o meno una qualche caduta a livello del funzionamento del pensiero in una qualche risposta). Successivamente, occorre saper integrare il significato di ciascuna osservazione all’interno di una cornice di riflessione più ampia che metta il singolo esaminato al centro della discussione (ad esempio, saper rispondere alla domanda: perché questo esaminato ha mostrato proprio questa caduta a livello del funzionamento del pensiero proprio in questa risposta?).

Dal momento che i comportamenti potenzialmente osservabili durante la somministrazione di un Rorschach sono pressoché infiniti, è evidente che il lavoro del clinico che utilizza questo test non si limita ad una semplice compilazione di una griglia pre-impostata. Per fare una buona interpretazione Rorschach occorre studiare con molta attenzione il manuale di riferimento (Meyer et al., 2011), approfondire la propria formazione con corsi ad hoc, andare costantemente in supervisione e fare molta, molta pratica. Inoltre, è fondamentale tenersi costantemente aggiornati, rimanere al passo con i tempi e non dare mai per assodate delle informazioni che sono state apprese anni prima: così come la nostra concezione della psicopatologia evolve nel tempo (si pensi ad esempio al significato dato dalla psichiatria all’omosessualità fino a relativamente pochi anni fa…), lo stesso deve valere per la valutazione psicologica e psicodiagnostica in generale e di quella fatta con il test di Rorschach più in particolare. Somministrare ed interpretare correttamente un Rorschach è tutt’altro che facile. Tuttavia, chiunque abbia provato a confrontarsi con questo test certamente concorderà con noi che nessun altro strumento è così potente, informativo ed efficace quando si tratta della valutazione della personalità.

Quali novità introduce l’approccio evidence-based nel Rorschach?
È curioso (ma al contempo tristemente corretto farlo) che all’alba del 2020 si parli ancora di “novità” quando ci riferisce ad un approccio evidence-based. Oggi, se una persona avesse il sospetto di aver contratto una qualche malattia e il medico curante la indirizzasse a fare un qualche test (si pensi ad esempio al test dell’HIV), nessuno si domanderebbe più: “ma l’efficacia di questo test è mai stata messa al vaglio della ricerca scientifica? Qualcuno hai mai valutato se questo test funzioni per davvero oppure no?”. Daremmo tutti per scontato che…“sì, certo che il test ha dimostrato empiricamente di funzionare!”.

L’idea che quando si tratti di salute – fisica e/o mentale – non si possa non adottare un approccio evidence-based è tutt’altro che nuova o originale, a nostro avviso. Tuttavia, per qualche motivo, in psicologia, la necessità di corroborare le nostre intuizioni cliniche con una qualche evidenza empirica ha fatto fatica a farsi strada, e quando lo ha fatto si è focalizzata prevalentemente sull’efficacia dei trattamenti psicoterapeutici (Bornstein, 2017). Solo di recente ha iniziato a prendere piede l’ipotesi che anche la valutazione psicologica debba necessariamente avvalersi di strumenti già messi al vaglio e già valutati positivamente dalla comunità scientifica. Quando gli psicologi utilizzano strumenti non supportati da un approccio evidence-based al tempo stesso violano il codice deontologico professionale, quello etico internazionale stabilito dalla American Psychological Association e contemporaneamente screditano la professionalità dell’intera categoria. L’approccio evidence-based nella valutazione psicologica è, infatti, ciò che maggiormente contraddistingue un test psicologico da una semplice opinione tautologica oppure da approcci magici quali i tarocchi, la sfera di vetro o il lancio dei dadi per predire il futuro.

Nel Rorschach, adottare un approccio evidence-based significa somministrare e interpretare il test delle macchie di inchiostro utilizzando le procedure e le tecniche considerate più adeguate ed empiricamente fondate dalla comunità scientifica internazionale. In altri termini, significa utilizzare il Rorschach nel migliore dei modi possibile, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali. Volendo tradurre queste considerazioni in indicazioni pratiche concrete, come ampiamente trattato nei primi due capitoli del nostro libro, adottare un approccio evidence-based per l’utilizzo del Rorschach oggi significa essenzialmente utilizzare il metodo Rorschach Performance Assessment System (R-PAS; Meyer et al., 2011).

Si noti, inoltre, che la clinica si fonda sulla semeiotica, cioè sull’analisi di segni e sintomi, sia in ambito medico che psicologico. L’esame psicologico, nel suo complesso, comprende la raccolta anamnestica, l’esame dei sintomi, l’utilizzo di strumenti psicologici diversi per natura e scopo (dagli inventari di personalità ai test di performance, all’osservazione, all’utilizzo di tecniche bio-comportamentali) come anche l’organizzazione dei medesimi in una comprensione coerente delle informazioni raccolte. La logica evidence-based non si limita (benché sia un aspetto imprescindibile) all’accertamento della validità e affidabilità dei singoli strumenti impiegati, ma anche dell’assessment nel suo complesso, cioè della sintesi complessiva degli elementi raccolti. In questo quadro, il test di Rorschach rappresenta un unicum: offre uno spaccato della personalità in azione, piuttosto che di quella raccontata a parole e tra gli strumenti in grado di prendere in esame questa componente non ha antagonisti evidence-based tra i test di performance.

Quali vantaggi e quali criticità presenta l’utilizzo di questo celebre test in contesti come quello forense, ospedaliero-sanitario, di comunità e psicopatologico?
Partiamo dai vantaggi. Prima abbiamo accennato alla complessità dell’esame psicologico che deve prendere in considerazione le diverse modalità espressive di un individuo. Quello che le persone dicono di sé a volte non corrisponde perfettamente e quello che effettivamente fanno, nella vita di tutti i giorni. Banalmente, esistono persone che dicono di stare male, benché passino le giornate scherzando con i colleghi, facendo attività sportiva e magari uscendo a cena o dopo cena con partner e/o amici, ed esistono persone che dicono di stare benissimo, nonostante trascorrano la maggior parte del tempo libero da soli, non abbiano interessi particolari, non scherzino mai e tendano a parlare sempre di cose tristi. Conoscere sia quello che una persona dice di sé, sia quello che fa, nella sua vita di tutti i giorni, consente di avere un quadro più completo e una visione più accurata di quello che la persona è.

Come discusso nel nostro libro, oggi si pensa che i test psicologici si suddividano in due macro categorie, a loro volta suddivise in due sotto-categorie l’una. Una prima macro-categoria riguarda i test in cui si racconta qualcosa, che possono essere (a) “self-report” – l’esaminato risponde a domande relativamente a sé stesso – oppure (b) “informant-report” – una persona informata (tipicamente il partner, un familiare o un clinico) risponde alle domande di un test per rivelare informazioni relativamente ad un’altra persona. Un esempio di self-report è l’MMPI-2, in cui un paziente risponde riferendosi a sé stesso, un esempio di informant-report è la SWAP-200, in cui un clinico risponde riferendosi ad un suo paziente. La seconda macro-categoria di test è poi quella dei test di performance, in cui l’esaminato fa qualcosa. Questa seconda macro-categoria si suddivide in (a) test di performance massima, in cui all’esaminato viene chiesto di fare del proprio meglio – ad esempio, cercare di ricordare quante più cifre e numeri possibile, risolvere degli enigmi nel minor tempo possibile e così via – e (b) test di performance tipica, in cui l’esaminato deve fare qualcosa, senza tuttavia ricevere indicazioni specifiche su come comportarsi – si pensi ad esempio alla famosa Strange Situation, in cui il bambino è lasciato in una stanza e osservato: quello che farà dipenderà unicamente dalle sue inclinazioni, attitudini e preferenze personali. Per quel che riguarda i test di performance massima, l’esempio più noto è quello delle scale Wechsler (WAIS, WISC, ecc.). Per quel che riguarda i test di performance tipica, l’unico strumento standardizzato utilizzabile con gli adulti per una valutazione ad ampio spettro è proprio il test di Rorschach (metodo R-PAS). Questo, essenzialmente, è il motivo principale per cui il Rorschach non dovrebbe mai mancare in una batteria di test da utilizzare con esaminati adulti, che si tratti di ambito forense, ospedaliero-sanitario, di comunità o psicopatologico. Un ulteriore pregio del Rorschach, soprattutto per l’ambito forense, è poi rappresentato dall’inusualità del compito proposto. Un tempo lo si soleva definire test “implicito”, in ragione della difficile intelligibilità, da parte delle persone esaminate, relativamente all’impiego che il clinico avrebbe fatto delle risposte fornite (ciò in contrapposizione ai test “espliciti”, come i self-report, in cui sia lo scopo che le modalità di utilizzo delle risposte sono immediatamente chiari al soggetto). Tale caratteristica rende più complesso il tentativo di mistificare il proprio comportamento al fine di ottenere un qualche beneficio (risarcitorio, processuale ecc.).

Per quel che riguarda le criticità, ne citiamo due particolarmente rilevanti. Una prima criticità riguarda il carico di lavoro, sia in termini di tempo che di preparazione richiesta allo psicologo, per poter fare un Rorschach. È evidente che è molto più semplice e rapido somministrare un breve self-report piuttosto che somministrare, codificare e interpretare un Rorschach. Una seconda criticità riguarda il pregiudizio che purtroppo si deve spesso affrontare quando si propongono delle interpretazioni basate sulle osservazioni fatte utilizzando il test delle macchie di inchiostro. Sebbene Mihura et al. (2013) abbiano ormai dimostrato ampiamente quali variabili Rorschach siano valide e quali no, convincendo (almeno in parte) anche i critici più agguerriti (si veda, ad esempio, Wood et al., 2015), molti dei professionisti che operano oggi in Italia sono purtroppo ancora ignari dei più recenti sviluppi in materia. Pertanto, in alcuni contesti (ad esempio in quello forense), il clinico potrebbe ancora trovarsi nella difficile situazione di dover affrontare quello scetticismo che, seppure ormai ritenuto obsoleto e infondato dalla maggior parte della comunità scientifica, continua in qualche modo a resistere tra i non addetti ai lavori.

Quali progressi scientifici sono stati conseguiti negli ultimi anni nel campo dell’assessment di personalità «Rorschach-based»?
Sollecitati dalle critiche mosse al test a partire dalla fine degli anni ’90 dello scorso millennio (Garb, 1999; Wood & Lilienfeld, 1999), dal 2000 ad oggi sono stati fatti passi da gigante nella ricerca sul Rorschach. La pietra miliare del terzo millennio è rappresentata sicuramente dal lavoro meta-analitico pubblicato nel 2013 da Joni Mihura e colleghi su Psychological Bulletin, una rivista il cui impatto scientifico è straordinariamente elevato (Mihura et al., 2013). In breve, Mihura et al. (2013) hanno portato a termine un meticoloso lavoro di revisione della letteratura, analizzando, una ad una, tutte le variabili Rorschach incluse nel Sistema Comprensivo di John Exner (Exner, 2003), considerando la totalità degli studi empirici pubblicati a partire dalla metà degli anni ’70 (ovvero, dal 1974, anno in cui è stato introdotto il Sistema Comprensivo). Grazie a questa impressionante mole di dati di ricerca, oggi sappiamo quali variabili del Sistema Comprensivo possiedono un buon supporto empirico e quali invece sembrano essere meno supportate, se non addirittura infondate. A questo proposito, vale probabilmente la pena sottolineare che negli anni ’90 alcuni autori avevano suggerito di porre una moratoria sull’uso del Rorschach in contesti clinici e forensi, in attesa di conoscerne meglio le proprietà psicometriche (Garb, 1999), e che “alla luce delle schiaccianti evidenze presentate da Mihura et al. (2013)” (p. 243) questi stessi autori hanno di recente ritenuto di poter finalmente ritirare la loro moratoria (Wood et al., 2015) – a determinate condizioni che non riproponiamo in questa sede per motivi di spazio, ma che possono essere individuate nei primi due capitoli del nostro libro.

A nostro avviso, un altro importante progresso avvenuto in questi anni nel campo dell’assessment di personalità “Rorschach-based” riguarda l’implementazione di tecniche di neuroimaging e psicofisiologiche per lo studio dei processi mentali sottostanti la produzione delle risposte date dagli esaminati mentre viene somministrato loro il test di Rorschach. Dal 2010 ad oggi, infatti, sono stati pubblicati diversi articoli in cui, per studiare i processi mentali alla base delle risposte date al test di Rorschach – su cui si basano poi le interpretazioni cliniche – sono state utilizzate tecniche di EEG (Giromini, Porcelli, et al., 2010; Pineda, Giromini, et al., 2011; Porcelli, Giromini, et al., 2013), fMRI (Giromini et al., 2017; Giromini et al., 2019a, 2019b), rTMS (Ando’ et al., 2015, 2018), conduttanza cutanea (Giromini et al., 2016) e eye-tracking (Ales, Giromini & Zennaro, 2019). Rispetto a soli 10 anni fa, sappiamo oggi molto di più relativamente a quanto accade nel cervello di una persona che fa il test di Rorschach, e queste nuove informazioni hanno contribuito notevolmente a migliorare la nostra comprensione dei fenomeni psicologici coinvolti durante la somministrazione del test.

In definitiva, da un decennio a questa parte i contributi scientifici sul test di Rorschach, vale a dire volti a comprenderne il valore e a validarne gli aspetti interpretativi, hanno chiarito in maniera incontrovertibile a quali interrogativi clinici lo strumento può rispondere. È tempo ora che riprenda con pari intensità anche la ricerca scientifica con il Rorschach, quella che indaga gli aspetti psicologici e psicopatologici di gruppi e popolazioni utilizzando questo test. Per fare ciò è necessario uno sforzo formativo nei confronti dei clinici e dei futuri psicologi sugli avanzamenti del Rorschach. A questo mira il libro che abbiamo scritto, così come l’impegno formativo universitario e extrauniversitario che da anni stiamo profondendo.

Riferimenti Bibliografici

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Luciano Giromini è membro del R-PAS Research & Development Group e insegna Rorschach evidence-based nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino. Alessandro Zennaro insegna Psicopatologia e psicodiagnostica nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino.

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