Il tesoro del duce, Gabriele ColtroDott. Gabriele Coltro, Lei è autore del libro Il tesoro del duce edito da goWare: è davvero esistito “l’oro di Dongo”?
Certamente. Si tratta della somma dei valori e dei preziosi che Mussolini e alcuni ministri di Salò trasportavano nella fuga verso la Valtellina e l’Alto Adige, costeggiando il confine svizzero che in quei concitati momenti rimaneva pur sempre un’opzione. Valori che avrebbero dovuto consentire la sopravvivenza del governo per alcuni mesi. Tuttavia questo “tesoro” non va confuso con altri valori appartenenti alla Repubblica Sociale incamerati dalla Banca d’Italia. E neppure con i valori sequestrati a Villa Mantero di Como, ultima residenza di donna Rachele, fra cui spiccavano il Collare dell’Annunziata e le corone del Negus, queste ultime restituite al legittimo proprietario. I beni personali del duce assieme ad altri preziosi di epoca fascista, compresa una partita di lingotti d’oro (sono in tutto 416 plichi e circa duemila sacchi di juta) sono conservati nel caveau di Bankitalia, in via dei Mille, a Roma.

Cosa avvenne a Dongo il 27 aprile 1945?
La fine del fascismo. Un drappello di partigiani della 52abrigata garibaldina, operante sulla sponda sinistra del lago di Como, diede scacco matto a Benito Mussolini, che venne catturato nella piazza del paese mentre travestito da maresciallo della Luftwaffe cercava di passare a nord, non avendo ancora escluso la possibilità di consegnarsi in Svizzera agli emissari americani. Ai partigiani si arresero dopo una scaramuccia, i fedelissimi che seguivano il duce nella fuga, ministri di Salò e gerarchi, compreso Alessandro Pavolini, il potente e temuto segretario del Partito fascista repubblicano, fondatore delle brigate nere. La notizia della cattura del duce rimbalzò a Milano nel pomeriggio cogliendo tutti di sorpresa. I primi a mobilitarsi furono senza dubbio gli alti dirigenti comunisti Luigi Longo ed Emilio Sereni. Ma gli Alleati pretendevano la consegna di Mussolini. Nella notte gli americani inviarono ben tre cablogrammi tassativi al Comitato di liberazione nazionale. Una delle clausole dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre 1943 prevedeva proprio la consegna del capo del fascismo agli Alleati. In particolare gli americani volevano Mussolini per uno scopo prevalentemente politico: sottrarre la gestione del dopo-liberazione alle forze antifasciste, soprattutto a quelle comuniste. Ma gli esponenti dei partiti di sinistra che formavano il Comitato insurrezionale decisero di non rinunciare all’atto finale della lotta antifascista per delegarlo alle truppe alleate e ai loro tribunali. A Dongo venne inviato un gruppo di combattenti dell’Oltrepò pavese ai comandi di Aldo Lampredi, funzionario del Komintern, e di Walter Audisio, il “colonnello Valerio”, con l’ordine di fare per così dire piazza pulita. Come è noto, il giorno dopo Mussolini e Claretta Petacci vennero fucilati a Giulino di Mezzegra: un’esecuzione che ancora oggi lascia aperti molti dubbi sulle modalità. Mentre a Dongo, sulla ringhiera del lago, vennero passati per le armi Pavolini, Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, i ministri Ruggero Romano, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma, Augusto Liverani, l’ufficiale d’ordinanza del duce Vito Casalinovo, il comandante della brigata nera di Lucca Idreno Utimpergher, il segretario particolare del duce Luigi Gatti, il rettore dell’Università di Bologna Goffredo Coppola, nonché Ernesto Daquanno, direttore dell’agenzia giornalistica Stefani, Mario Nudi che comandava la scorta di Mussolini, Nicola Bombacci, il capitano Pietro Calistri, a torto ritenuto il pilota personale del duce, e infine Marcello Petacci, il fratello di Claretta, all’inizio scambiato per Vittorio Mussolini, al quale erano state tolte le scarpe per deriderlo, che cercò di salvarsi tuffandosi nel lago dove venne falciato dalle raffiche di mitra. La mattina del 29 aprile i cadaveri vennero trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto, dove esplose la rabbia popolare, scrivendo una delle pagine più buie della Liberazione, che Ferruccio Parri definì “macelleria messicana”.

A quanto ammontavano i valori sequestrati a Dongo alla colonna Mussolini?
Secondo un calcolo assai prudente, tra valuta italiana ed estera, ammontavano a circa 900 milioni di lire di allora, pari a una settantina di milioni di euro odierni rivalutati secondo i coefficienti Istat. Più di quanto gli Alleati versarono alla Resistenza negli ultimi due anni di guerra. Ma secondo una stima fatta dagli americani nel 1949 i valori trasportati dalla colonna sarebbero ammontati a oltre 66 milioni di dollari, cioè circa 8 miliardi di lire di allora, cifra che appare davvero esagerata e non supportata da alcuna documentazione. La parte più consistente dei valori era rappresentata dal fondo riservato della Rsi, affidato al giovane prefetto Luigi Gatti, segretario particolare di Mussolini. Il fondo riservato era composto da 66 chili d’oro, 2.150 sterline d’oro, 27.113 sterline carta, 149.335 dollari, 203.705 franchi svizzeri, 16 milioni e mezzo di franchi francesi, 10.000 pesetas, 11.000 escudos portoghesi, oltre a svariati milioni di lire. In più ogni ministro trasportava la propria cassa nonché i valori personali costituiti da denaro e gioielli. Significativo l’episodio che vide coinvolta Rose Marie Mittag, seconda moglie del ministro dei lavori pubblici Ruggero Romano, che nascosta in un’ambulanza tedesca passò indenne lo sbarramento di Dongo ma venne fermata al posto di confine di Chiavenna mentre cercava di trasportare in Svizzera 166.000 lire, 1.350 monete d’oro di varie divise, 2.700 sterline carta, 63.700 dollari, 17.000 franchi svizzeri, 15 milioni di franchi francesi, 700 grammi di oggetti d’oro e un quintale e mezzo di preziosa argenteria. Tra i valori sequestrati vi era anche il fondo della Kriegsmarine stimato oltre 100 milioni di lire.

Che fine ha fatto il tesoro del duce?
Tutti i valori sequestrati a Dongo e inventariati in municipio finirono al Partito Comunista, anche se Palmiro Togliatti lo negò sempre. Del trasferimento a Roma si occuparono Pietro Secchia e Alfredo Bonelli, mentre l’operazione di riciclaggio venne diretta da Egisto Cappellini, capo del servizio amministrativo centrale del Pci. Il denaro venne investito in immobili, sia a Milano che a Roma, per salvarlo dalla imminente svalutazione. A Milano furono acquistati appartamenti, villette, nonché il complesso in costruzione nella centralissima via San Pietro all’Orto, che diventerà il cinema Arlecchino. A Roma, invece, il partito acquistò il palazzo in costruzione in via delle Botteghe Oscure, che fu la sede della direzione comunista per mezzo secolo e che gli avversari politici ribattezzarono subito “Palazzo Dongo”. All’operazione parteciparono i costruttori Alfio e Alvaro Marchini, compagni di provata fede, soprannominati “calce e martello”. Come molti costruttori degli anni del dopoguerra, quando nella capitale si edificava a rotta di collo, anche i fratelli Marchini vennero accusati di avere contribuito al “sacco” di Roma. Le palazzine alla Magliana, costruite sotto il livello del Tevere, i palazzoni intensivi nella zona dell’ospedale San Camillo, il quartiere attorno a ponte Marconi, ribattezzato “ponte Marchini”. Oltre al Bottegone, con il denaro di Dongo venne costruito anche un palazzo in via Pavia 4: cinque piani, tre appartamenti per piano, tutti delle stesse dimensioni, 90 metri quadrati distribuiti tra cucina, soggiorno, bagno e due camere da letto, esattamente come stabilivano i moduli dell’edilizia sovietica per le abitazioni dei funzionari del Pcus. Negli anni Cinquanta il palazzone veniva chiamato il “Cremlino” e vi abitarono fra gli altri anche Rita Montagnana, prima moglie di Togliatti, mentre il compagno “Ercoli” e Nilde Iotti si arrangiavano clandestinamente nel sottotetto di Botteghe Oscure. Ma è attorno alla società di assicurazioni Unipol che il Pci continuò a spremere dal tesoro di Dongo una inesauribile messe di finanziamenti, mediante società finanziarie collegate, dalla Unifinass alla Finsoe, dalla Ifiro alla Saf Factor.

Su quali fonti si basa il suo libro?
Le fonti storiche sono innumerevoli. Ma la principale è costituita dagli atti del processo che venne celebrato tra l’aprile e il luglio 1957 dinanzi alla Corte d’assise di Padova, cui la Cassazione aveva assegnato il dibattimento accogliendo la questione di legittima suspicione sollevata dagli stessi giudici di Como, dove il clima ancora carico di rancori e minaccia avrebbe potuto inquinare la serenità di giudizio della Corte, soprattutto nella sua componente non togata. Mi imbattei nei numerosi faldoni del processo per caso, nell’agosto 1987. Mi toccava il turno di cronaca giudiziaria alla redazione padovana del Gazzettino. Entrando al palazzo di giustizia di via Altinate finii nel bel mezzo del trasloco di vecchi fascicoli destinati al macero. Compresi quelli sul “tesoro” di Mussolini, che riuscii a salvare dalla distruzione facendo intervenire tempestivamente il presidente del Tribunale. Venni autorizzato a consultare i documenti e a fotocopiarli. Mi assegnarono una stanzetta al pianterreno dove trascorsi un mese in clausura, passando foglio per foglio di quell’inestimabile patrimonio storico. Da quelle pagine emergeva la viva voce dei protagonisti degli ultimi giorni di Salò e dei capi della Resistenza che gettarono le basi della nuova Italia repubblicana.

In che modo le morti del capitano Neri e della staffetta Gianna sono collegate a questa vicenda?
Il ragioniere Luigi Canali, con il nome di battaglia di “capitano Neri”, fu uno dei protagonisti della Resistenza nella zona del Lago di Como. Era vice comandante del raggruppamento delle brigate garibaldine. E accanto a lui vi era Giuseppina Tuissi, la collegatrice “Gianna”, divenuta la sua amante. Entrambi finirono per assumere una posizione di dissidenza nei confronti dei vertici del Partito Comunista, in particolare con il federale comasco Dante Gorreri e con il vice comandante generale del Corpo volontari della libertà Pietro Vergani. Vi era fra loro una rivalità complessa che investiva anche i metodi e i fini della lotta partigiana. Quando Neri e la Gianna vennero arrestati dai fascisti quattro mesi prima della Liberazione, furono accusati a torto di delazione dai loro compagni. E condannati a morte da un tribunale partigiano composto dai più importanti rappresentanti regionali garibaldini. La “sentenza”, nonostante vi fosse stata più di una occasione, non venne eseguita. Tant’è che Neri e la Gianna proprio a Dongo furono tra i protagonisti della cattura di Mussolini e dei gerarchi fascisti che lo seguivano. Furono Neri e la Gianna a trasferire Mussolini e Claretta Petacci nella cascina De Maria a Bonzanigo. Neri fu testimone della fucilazione del duce e della sua amante. Infine, Neri e la Gianna coordinarono l’inventario degli ingenti valori sequestrati alla colonna del duce, che Giuseppina trasportò nella sede del Partito Comunista di Como il pomeriggio di domenica 29 aprile, mentre a Milano si compiva lo scempio di piazzale Loreto. Dunque, due testimoni che sapevano fin troppo, due testimoni scomodi il cui dissenso non era affatto tollerato nel partito di Togliatti.

Che ne è stato del processo relativo ai fatti raccontati nel Suo libro?
Il processo, interrotto nelle battute finali per il suicidio del giudice popolare Silvio Andrighetti, nell’impossibilità di sostituirlo per l’inutilizzabilità del supplente perché non aveva assistito a tutte le udienze, non fu mai più ripreso. Il dibattimento sarebbe dovuto ricominciare da zero, con un nuovo collegio giudicante. Ma il clima politico era nel frattempo mutato. Bisogna tenere presente che già nel dicembre 1953 la concessione dell’indulto aveva cancellato i residui della dura guerra civile, chiudendo un ciclo fin troppo lungo di una lotta politica aspra e drammatica: le applicazioni del provvedimento di clemenza furono 36.080 e trovarono la libertà 16.602 detenuti, un terzo dell’intera popolazione carceraria. Quel provvedimento era stato il risultato della lunga mediazione tra opposte esigenze politiche: quella di De Gasperi a favore di coloro che erano stati più o meno compromessi con il passato regime fascista, e quella di Terracini che chiedeva venisse posta fine alla persecuzione dei partigiani. Ma il compromesso maturò completamente solo del luglio 1959 con il decreto presidenziale numero 460 che concesse l’amnistia a tutti i reati politici commessi tra il 25 luglio 1943 e il 18 giugno 1946. Quindi, in tale contesto, riprendere il processo per l’oro di Dongo, che aveva il chiaro sapore di un processo alla Resistenza, non aveva senso né politico né giudiziario, perché tutti i reati sarebbero stati amnistiati. E così fu. Con tre sentenze emanate in camera di consiglio (il 26 maggio 1970, il 6 novembre 1972 e il 23 gennaio 1973) sui fatti di Dongo passò il colpo di spugna dell’amnistia. Ma un risultato comunque fu ottenuto dalle 44 udienze celebrate tra l’aprile e il luglio 1957 al tribunale di Padova: quello di fare emergere, attraverso la testimonianza di 304 protagonisti, tante preziose tessere di una verità storica sui fatti accaduti sulla sponda sinistra del lago di Como in quella piovosa fine di aprile del 1945, che decretarono la definitiva fine del fascismo.