Il tempo di Dante, Piermario VescovoProf. Piermario Vescovo, Lei è autore del libro Il tempo di Dante edito da Salerno: in che modo è possibile indagare la distinzione tra Dante personaggio e autore?
Il tema della distinzione tra Dante personaggio e autore non è solo questione recente, anche se evidentemente nutrita dalla sensibilità retrospettiva (otto- e novecentesca, in particolare in rapporto alla teoria sul romanzo e alla narratologia). Il lettore può avere l’impressione, anzi, che si tratti di un terreno ovvio e abusato. Per quello che mi riguarda – che riguarda cioè i miei interessi e le ricerche precedenti che mi hanno condotto a Dante – ho provato a porre la questione a partire da una tradizione che rappresenta una linea di continuità tra la cultura antica e la cultura medievale: quella della teoria modale di Platone, enunciata nel III libro della Repubblica, ripresa dai grammatici tardo-latini e che si ritrova in decine e decine di attestazioni nel Medioevo (ad essa ho dedicato un libro precedente, apparso nel 2015). La distinzione – che definisce le forme del discorso dette “exegematica” o “diegetica”, “drammatica” o “attiva” e “mista” – riguarda chi prende la parola nel testo: l’autore, i personaggi, l’uno e gli altri insieme. La Commedia ha due caratteri essenziali: applica il genere o modo “misto” ma con netta prevalenza del modo “drammatico”; l’autore non solo parla secondo le modalità del genere exegematico o diegetico, ma prende la parola come personaggio nel senso “drammatico”. Di ciò, per esempio, si era accorto Boccaccio, che considera anche la possibilità che il titolo (Comedìa) sia un’indicazione di appartenenza al genus dragmaticum, anche se poi la ritiene non soddisfacente. La considera, tuttavia, tra la spiegazione di natura stilistica (che rifiuta) e quella di carattere allegorico, che accoglie come risolutiva.

Mi sta a cuore, ripartendo da qui e riponendo da qui la distinzione tra autore e personaggio, sottolineare come nella storia della critica dantesca siano state spesso lette attestazioni relative alla distinzione modale riconducendole alla teoria degli stili, con notevoli compromissioni del quadro culturale di riferimento.

Esiste un tempo della finzione del “canto” o dell’enunciazione dantesca?
Assolutamente sì. Ci sono canti particolarmente problematici per la storia della critica perché l’autore si rivolge al lettore in un tempo ovviamente diverso da quello dell’esperienza del personaggio (quella che possedeva Dante nel “tempo della storia”, quello cioè dell’attraversamento dell’aldilà collocato nel 1300). Questo tempo è secondo me identificato senza residuo con quello della scrittura dell’opera. Si veda però, per esempio, il VI del Purgatorio dove i richiami alla storia esterna non sono compatibili, perché troppo remoti, rispetto a una data plausibile di scrittura. Da qui un’ipotesi di lavoro: quella appunto della fissazione di un “tempo del racconto” ad un’altezza temporale stabilita. Ne conseguono due piani di coerenza interna: il primo riguarda ciò che Dante sa durante il suo viaggio, rispetto a cui quanto accaduto all’uomo e allo scrittore Dante possono essere implicati solo come anticipazioni profetica, messa a carico delle anime dell’aldilà che egli incontra e con cui dialoga; il secondo riguarda il tempo in cui, tornato in questo mondo, Dante racconta il suo viaggio. Tutto sta nel tempo (lungo e differenziato) della scrittura reale, ma questa risulta dissimulata nei due tempi precedenti. Se questo è plausibile ne consegue un fatto: le implicazioni dirette e indirette di fatti ed eventi non sono indici “casuali” rispetto a un piano della realtà o della storia, ma vanno compresi secondo questo disegno. Credo la critica debba sbarazzarsi o quanto meno ridimensionare due atteggiamenti: datare la composizione della Commedia nella progressione canto per canto (questo deve essere assolutamente stato scritto prima di una certa data perché Dante non poteva non sapere, eccetera) e inventando “contraddizioni” e “riposizionamenti” non evidenti né necessari; ricorrere alla teoria del “ritocco” perché, appunto, singoli passi ed elementi non sono compatibili con la prima ricostruzione. Due livelli di temporalità permettono invece, questa almeno la mia proposta, una considerazione soddisfacente e complessiva. Ovviamente lo scarto della composizione e della “pubblicazione” della terza cantica rispetto alle prime due mette in campo elementi significativi da questo punto di vista, nel senso che in quel caso sappiamo molto di più relativamente al tempo della scrittura rispetto a quello delle prime due cantiche, che viene, secondo ipotesi diverse, condotto addirittura fino a tempi che precedono l’esilio o spinto all’estremo opposto. Spero che alle mie proposte – non necessariamente per accoglierle – segua su questo punto una discussione.

In che modo ciò si distingue dalla questione della cronologia del viaggio nell’aldilà e della composizione, da sempre al centro dei commenti alla Commedia e della critica dantesca?
Nel senso che ho provato brevemente a descrivere. Ci sono elementi capitali – su tutti l’attesa dell’imperatore Arrigo VII – che sono, di fatto, assenti dal “racconto esplicito” della Commedia. Da qui la torsione per giustificarne non l’assenza, ovvia, dal tempo del viaggio nell’aldilà, ma dal tempo della composizione. Per cui si deve necessariamente datare a prima della rapida ascesa e della caduta-morte di Arrigo tutti i canti del Purgatorio, oppure decidere che a questa si fa allusione, forse, da un certo punto in poi. Le diverse ipotesi generano diverse idee di una Commedia pubblicata per “pacchetti” di canti, e complessivamente di un Dante che non può tornare a scrivere ciò che ha già fatto leggere. Poi, in Paradiso, Dante vede (nel 1300) il “trono vuoto” che attende Arrigo. Così per le altre figure di massimo riferimento storico (papa Clemente V). I nodi della storia non mi sembrano identificabili con punti precisi, da far cadere dove fanno più comodo alle ipotesi ricostruttive. La Commedia è un’opera complessa ma compatta, la cui coerenza è complessiva e, grossomodo, scandita in due blocchi: le prime due cantiche e la terza, distanziata nel tempo. Questo per la “pubblicazione”. Non credo alla diffusione “a puntate” e alle contraddizioni interne, credo a una coerenza stabilita rispetto ai due piani o livelli.

Questo, naturalmente, è nutrito di strumentazione narratologica e di consapevolezza che ci caratterizzano come lettori moderni, ma, insisto, tutto ciò si inscrive nella cultura del tempo di Dante. Se esiste la distinzione tra autore e personaggio essa si dà nella coerenza dei loro tempi rispettivi (che poi noi abbiamo letto Proust o, meglio, le Memorie d’Oltretomba di Chateaubriand ci permette, semplicemente, di affinare rispetto alla nostra sensibilità questo rapporto, ma ho provato a indicare paralleli nella letteratura del tempo di Dante, per esempio dedicando un capitolo a Opicino De Canistris e alla sua “autobiografia spirituale”). Del resto l’intera Commedia è la finzione di un’anticipazione dell’esperienza che comincia con l’esilio del suo autore a un tempo che la precede, e, di conseguenza, l’elaborazione del racconto di una vita che accompagna la scrittura per questa via mediata (e, credo, mediata dall’invenzione di un “tempo del racconto”). L’opera ha come scopo quello di tramutare una condizione fattuale in percorso elettivo, nell’assunzione, in anima e corpo, alla salvezza (scandendo insieme la storia, però taciuta fino alla visione del trono vuoto che ne attende la gloria inoperosa, della figura che incarna gli ideali politici “trascendenti” del politico e del poeta: quella dell’imperatore atteso, la cui “funzione” e il cui statuto sacro, non la cui azione, eleggono nella corrispondenza profonda). Da qui anche rimeditazioni anche, e non ultime, sul significato di poema sacro.