Il sistema politico italiano. Origini, evoluzione e struttura, Luciano Fasano, Nicolò AddarioProf. Luciano Fasano, Lei è autore con Nicolò Addario del libro Il sistema politico italiano. Origini, evoluzione e struttura edito da Laterza: quali particolarità caratterizzano il sistema politico italiano?
Dal nostro punto di vista, che prende le mosse dal processo di formazione dello stato nazionale e dalle condizioni che contraddistinguono tale processo nel caso italiano rispetto ad altre consolidate democrazie occidentali, la peculiarità italiana sta nel fatto di aver sperimentato la democratizzazione con grave ritardo. Il sistema politico italiano, e quindi la democrazia italiana, si consolidano nella prospettiva storica dei cosiddetti second comer, per cui l’ingresso delle masse nell’arena politica precede il riconoscimento liberale del diritto di opposizione, e ciò finisce con l’impedire l’affermarsi di una dialettica fra forze politiche concorrenti ispirata alla logica del rispetto delle minoranze e delle opposizioni.

Qui è in gioco un punto estremamente importante: il fulcro della politica moderna – nell’ambito dei regimi democratici ciò è evidente – è costituito dalla dialettica governo(maggioranza)/opposizione, che permette di distinguere nettamente la democrazia (e, in parte, già lo stato liberale prima che quello liberal-democratico) da ogni forma di potere pre-moderna. Pensiamo alla storia dell’occidente: tutte le altre forme di potere non solo non sono funzionalmente differenziate da altre forme di organizzazione del potere nella società (quello economico e quello religioso, per esempio), ma si fondano pure su un “vertice” che è unitario (imperi e monarchie assolutistiche) oppure frammentato (regimi feudali). La democrazia, per contro, vive di una sorta di “vertice scisso”, rispetto al quale è ammessa la possibilità sistematica che le posizioni occupate dai partiti politici al governo o all’opposizione siano periodicamente reversibili. Il potere politico, in questo senso, da assoluto si fa relativo, ma ciò implica che le parti politiche si riconoscano a vicenda nel loro legittimo concorrere per il potere di governo. Nei sistemi politici moderni che hanno sperimentato l’avvento della democrazia come first comer il riconoscimento liberale del diritto di opposizione viene prima dell’ingresso delle masse nell’arena politica. In questo modo, le élite politiche apprendono la virtù della competizione democratica sviluppando un’adeguata cultura delle regole del gioco, per cui puoi vincere o perdere ma quel che conta è che il gioco continui. L’Italia, proprio in quanto second comer, fatica a maturare questa consapevolezza. Ciò è all’origine delle sue istituzioni fragili e di un gioco politico che, dalla formazione dello stato unitario a oggi, rintraccia nella delegittimazione dell’avversario un suo tratto tipico quanto ineliminabile.

È da qui che prende il via la nostra analisi del sistema politico italiano, che poi si lega a una tesi piuttosto diffusa della storiografia, oltre che della ricerca sociale e politica, sull’Italia post-unitaria e repubblicana, in base alla quale molti dei problemi che assillano il paese nel corso della sua più recente vicenda storica siano di fatto manifestazioni diverse di uno stesso irrisolto problema: il fatto di essere “uno stato senza Nazione”.

In altre importanti nazioni occidentali, pensiamo anzitutto all’Inghilterra e all’Olanda, in parte anche alla Francia, e oltre oceano agli Stati Uniti, l’affermazione del sistema politico moderno coincise con una chiara differenziazione fra politica e società civile. Questa differenziazione fra politica e società è ad un tempo il nocciolo costitutivo dei sistemi politici moderni, ben prima dell’avvento delle democrazie, ma anche il prodotto di una differenziazione funzionale fra sistema politico e altri sistemi sociali che dà fondamento alla modernità occidentale. In tal senso, nascita e sviluppo della politica moderna e affermazione della società moderna funzionalmente differenziata sono due facce della stessa medaglia.

E rispetto all’appuntamento con questo importante processo storico e sociale, l’Italia – come dicevamo – si presenta in ritardo. Ciò dipende principalmente da due fratture socio-politiche nel senso di Rokkan che influenzano profondamente – e soprattutto in negativo – la strutturazione del sistema politico-partitico nel nostro paese. La frattura territoriale città/campagna (che fin dalle origini della vicenda storica dello stato italiano coinciderà con l’opposizione modernità/arretratezza) e la frattura confessionale Stato/Chiesa cattolica, che da principio assume la forma della cosiddetta “questione romana” ma poi diviene un tratto caratteristico della politica italiana, ancora oggi estremamente attuale, e che addirittura in parte si combina con l’opposizione modernità/arretratezza, con evidenti conseguenze in rapporto al ritardo di modernità cui è costretto nel corso del tempo il nostro paese.

Questi sono, in sintesi, le peculiarità del sistema politico italiano, che servendoci di un approccio sistemico-evolutivo applicato su un orizzonte temporale di lungo periodo, dalla nascita dello Stato unitario ad oggi, abbiamo provato a interpretare e spiegare nella loro ricorsività e permanenza.

Nel libro vengono enumerati 5 diversi sistemi politici: su cosa si basa tale periodizzazione?
Si tratta di una periodizzazione derivante dall’analisi in chiave evolutiva dell’esperienza italiana, che ci ha portato a individuare i diversi passaggi che hanno caratterizzato tale evoluzione in termini di caratteristiche strutturali del sistema politico, in generale, e più nello specifico, del sistema dei partiti. Ogni sistema politico, infatti, si contraddistingue rispetto ai suoi protagonisti primari, cioè i partiti politici, e per le dinamiche che questi ultimi producono nel sistema politico, oltre che le prassi di governo.

Il primo sistema politico è quello che ci accompagna dalla nascita dello Stato unitario, come particolare forma di “monarchia limitata”, alla vigilia della Prima guerra mondiale. Esso ha per protagonisti la destra e la sinistra storica e produce quel fenomeno particolare che è il trasformismo, destinato a diventare un tratto peculiare della politica italiana fino ai giorni nostri.

Il secondo sistema politico si caratterizza per l’ingresso sulla scena dei primi partiti a integrazione di massa (popolari, socialisti e comunisti), che poi vive la crisi e quindi l’autodistruzione dello Stato liberale, aprendo le porte al fascismo nella sua versione più autenticamente autoritaria, che storicamente verrà inaugurata dall’assassinio di Matteotti e la secessione dell’Aventino. Un sistema politico che si caratterizza per la paralisi che impedisce a liberali e socialisti di trovare un’intesa al fine di sbarrare la strada al fascismo, oltre che per la progressiva emarginazione del Partito popolare di don Sturzo, by-passato dalle gerarchie ecclesiastiche nell’intesa con Mussolini dapprima sull’insegnamento della religione cattolica nella scuola e poi, a regime ormai affermato, dalla firma dei Patti Lateranensi.

Il terzo sistema politico è quello che segna la parte più lunga della nostra storia di stato unitario, imponendosi per più di quarant’anni: è quello della cosiddetta “Repubblica dei partiti”, che ci accompagna fino agli scandali di Tangentopoli. In questa fase, la politica italiana si incardina sulla centralità della Democrazia cristiana e sulla conventio ad excludendum nei confronti del PCI, dando luogo a un multipartitismo contraddistinto da un’elevata polarizzazione ideologica e da assenza di competizione, data l’impraticabilità della alternanza di governo. Si produce così una prassi che dai primi governi di partito programmatico guidati da Alcide De Gasperi evolve progressivamente in direzione di quel governo di partito spartitorio che ha attraversato tutta la prima fase dell’esperienza repubblicana, riproducendosi anche nel corso della Seconda, sebbene in una forma residuale.

Il quarto sistema politico è quello della cosiddetta “transizione incompiuta”, che va dalla crisi dei partiti a integrazione di massa (prima la DC e il PSI, che cadono sotto le inchieste del pool di Manipulite, poi del PCI, che tuttavia dopo il crollo del Muro di Berlino e la svolta della Bolognina aveva già cambiato nome in PDS) e dall’ingresso di Berlusconi in politica fino all’insediamento del governo Monti. Un sistema contrassegnato dall’incapacità politica dei partiti di compiere quella transizione da una “Prima” a una “Seconda” repubblica che è rimasta nel gergo di giornalisti e osservatori, senza che si producessero le riforme istituzionali necessarie a compiere un salto di qualità in direzione di una democrazia competitiva e dell’alternanza.

Il quinto sistema politico è quello che abbiamo tuttora sotto gli occhi ma che in parte fatica ancora a prendere forma, che si insedia dopo il terremoto elettorale del 2013 e l’affermazione del Movimento 5 Stelle, vivendo di continue fibrillazioni, di soluzioni di governo politicamente instabili (dal governo Letta al governo delle larghe intese di Renzi, e poi Gentiloni, fino all’attuale governo Lega-5 Stelle con un premier “impolitico” e due vicepremier “ultrapoliticizzati”). Un sistema in cui la frammentazione politica, fra partiti della stessa coalizione così come fra componenti dello stesso partito, la crescente volatilità elettorale e la profonda crisi di legittimazione che colpisce attori e istituzioni del processo politico producono la fine del bipolarismo, la tripolarizzazione del sistema partitico e l’ormai strutturale instabilità dei governi.

In che modo il sistema politico nostrano visse la monarchia?
Con la nascita del Regno d’Italia e la promulgazione dello Statuto Albertino, il nostro sistema politico, che in quel momento si identificava prioritariamente con lo Stato, prendeva almeno sul piano formale le sembianze di una monarchia “limitata”, sulla scorta dell’esempio inglese. Limitata in senso costituzionale, a seguito della separazione e limitazione dei poteri del Re e del governo, da quest’ultimo nominato, rispetto al Parlamento. Tuttavia, a differenza dell’Inghilterra, l’assetto istituzionale italiano mancava di alcuni elementi fondamentali: una reale indipendenza della magistratura, come parte terza; e una chiara linea di demarcazione fra maggioranza e opposizione, entro una consolidata prassi parlamentare organizzata, in cui il riferimento alla nazione e ai suoi interessi avrebbe dovuto essere comune.

In questo senso, secondo un modello di monarchia limitata all’inglese, oggetto del contendere avrebbero dovuto essere le politiche, non la forma dello Stato o la natura intrinseca della società. In Italia, invece, sebbene il governo fosse formalmente espressione del Re, il Parlamento era ostaggio di maggioranze influenzate esclusivamente dalla capacità personale del leader di turno di organizzare intorno alla propria persona il consenso necessario. E diversamente da quanto accadeva per Whigs e Tories, la sinistra e la destra storiche italiane non erano separate da una linea di confine netta sul piano politico e culturale. Già allora, la cultura liberale nel nostro paese era molto debole e la sua variante dominante, fondata sull’ideologia risorgimentale, non era nemmeno condivisa: a parte la sua componente piemontese, non tutta la destra storica vi si riconosceva, mentre la componente della sinistra storica antimonarchica, cioè quella repubblicana e radicale, ne era restata ai margini. Senza dimenticare che i cattolici erano ancora esclusi dal patto costitutivo della nuova Nazione. Il sistema elettorale maggioritario in vigore alle origini dello stato unitario, a differenza dell’Inghilterra, finiva poi col produrre un falso bipartitismo, in cui le rappresentanze della destra e della sinistra storiche erano pressoché esclusivamente espressione di un notabilato locale che, per lo più interessato alle proprie faccende private, non riuscì mai a strutturare il sistema politico in chiave competitiva. Anzi, in breve tempo l’assenza di una netta distinzione in chiave di politiche fra destra e sinistra diede luogo al ben noto fenomeno del “trasformismo”.

Quali conseguenze di lungo termine ha prodotto l’affermazione del regime fascista?
Il cuore del regime fascista, la sua architrave dal punto di vista istituzionale e politico, fu il modello corporativo di organizzazione e rappresentanza degli interessi economici e sociali. Al di là della negazione delle libertà individuali, che contraddistinse il fascismo come altri regimi autoritari e totalitari degli inizi del Novecento, l’adozione del modello corporativo corrispose al tentativo di neutralizzare il confronto e il conflitto fra i diversi interessi presenti nel paese, attraverso il riconoscimento dello Stato autoritario come luogo di assimilazione e omogeneizzazione delle pretese di soggetti economici e sociali (paradigmaticamente il capitale e il lavoro) portatori di istanze diverse. Alla fine, l’impianto del sistema corporativo fascista non funzionò mai adeguatamente. Si pensi che dal 1934, anno di costituzione del Consiglio corporativo centrale, al 1940, quando l’Italia entrò in guerra, l’assetto corporativo dello Stato fascista produsse soltanto 30 contratti collettivi e emanò solo 14 norme di disciplina delle attività economiche. Ciò nonostante, il fragile corporativismo fascista favorì la fioritura indiscriminata di una serie di enti e società pubbliche, le stesse che nel secondo dopoguerra costituirono l’ossatura del sistema delle partecipazioni statali della democrazia repubblicana. Fu proprio con la politicizzazione degli interessi privati prodotta dal fascismo che si generò quella stretta compenetrazione fra politica ed economia che, una volta caduto il regime, si rinnovava attraverso la centralità assunta dalla Democrazia cristiana nel nuovo sistema politico nato con la Repubblica e l’affermazione di una forma di governo di partito che in breve tempo divenne di tipo spartitorio. Dalla riforma organizzativa promossa nel 1953 dalla segreteria Fanfani, la DC (e, in seguito, i suoi alleati di governo) individuava nel modello corporativo (del quale lo stesso Fanfani era stato, da professore di dottrine economiche, un eminente studioso) e nel ruolo che esso permetteva di riconoscere ai corpi intermedi (in coerenza anche con l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa cattolica) la forma di organizzazione privilegiata dei rapporti fra politica ed economia, all’insegna di una logica clientelare e di scambio. E questa è senza dubbio la principale eredità, anch’essa di natura anti-moderna, che l’Italia repubblicana ha derivato dal regime fascista.

Quali sono stati i fondamenti ideologici della partitocrazia e del consociativismo?
I fondamenti ideologici del consociativismo italiano, che si è concretizzato in un sistema politico bloccato e non competitivo, così da favorire l’affermarsi della cosiddetta partitocrazia, discendono dalla natura sostanzialmente anticapitalistica delle due subculture politiche che hanno innervato i principali partiti a integrazione di massa della nostra storia repubblicana (Dc e PCI) e hanno contrassegnato la nostra vicenda politica anche ben oltre la cosiddetta Prima repubblica, dato che una loro variante posteriore a quella fase la ritroviamo sia nella Seconda repubblica sia in anni anche più recenti. Si tratta della subcultura cattolica e di quella social-comunista, che se da un lato avevano in comune l’accettazione della democrazia, dall’altro non hanno mai fatto i conti fino in fondo con il capitalismo moderno.

Soffermiamoci un attimo su questo importante passaggio. La cultura politica che contraddistingueva la DC, il cattolicesimo democratico, aveva fatto propria la scelta a favore della democrazia, individuando in essa un corollario fondamentale della sua collocazione nel Patto Atlantico e del suo rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, a partire dal viaggio americano di De Gasperi nel 1947. Una scelta non del tutto ovvia o scontata, com’è possibile desumere dalle vicende che hanno caratterizzato il rapporto del Partito popolare di don Sturzo con le gerarchie ecclesiastiche nella fase politica che segnò l’avvento del fascismo. La cultura politica che contraddistingueva il PCI, quella social-comunista, aveva trovato un’originale strada di approdo alla democrazia con la svolta di Salerno di Togliatti, anche se si trattava di un’adesione condizionata e ambigua, in quanto sullo sfondo conservava un fondamentale quanto irrinunciabile ancoraggio al modello di società socialista.

Queste due subculture, cattolica e social-comunista, all’adesione ai principi della democrazia rappresentativa associavano una comune avversione al capitalismo. Avversione alla quale rispondevano riconoscendosi in concezioni della politica figlie di una costante ricerca dell’inveramento di “fini ultimi”, che nel caso della subcultura cattolica trovavano corrispondenza nelle verità morali della ottrina cristiana, mentre nel caso di quella social-comunista potevano rintracciarsi nelle verità politico-ideologiche dell’utopia socialista. Da ciò discendeva la comune refrattarietà di DC e PCI nei confronti di una visione della politica finalizzata a rappresentare per governare, che veniva soppiantata dalla pretesa di plasmare la società in base a generici valori palingenetici, la cui sostanziale impraticabilità apriva quindi la strada all’immobilismo o al compromesso al ribasso. Questo è lo sfondo culturale e politico del consociativismo italiano, che possiamo definire “occulto” o “coperto” perché dissimulato dietro a uno scontro ideologico che DC e PCI alimentavano permanentemente al fine di preservare le rispettive sacche di consenso.

In questo modo, DC e PCI finivano col rappresentare i due soggetti cardine di un sistema politico bloccato, prodotti dal modo in cui si erano strutturate le fratture Stato/Chiesa e Capitale/Lavoro, sullo sfondo di un processo di modernizzazione denso di contraddizioni, che peraltro stava investendo l’Italia con grave ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati. Due soggetti alimentati da sub-culture politiche antimoderne e anticapitalistiche, e quindi anti-liberali. E sebbene tali sub-culture fossero espressione di mondi diversi (il mondo agrario e tradizionale e il suo legame con la Chiesa nel caso di quella cattolica; il movimento contadino e operaio ispirato dal socialismo marxista nel caso di quella social-comunista), entrambe si contraddistinguevano per una profonda avversione al tipo di società che si stava affermando con la modernizzazione. Di conseguenza, il sistema politico restava bloccato all’interno del confronto fra questi due grandi partiti a integrazione di massa, che si risolveva in una dinamica caratterizzata da elevato scontro ideologico e scarsa, se non assente, responsabilità dei partiti nell’esercizio dei rispettivi ruoli all’opposizione e al governo. La partitocrazia e l’ingovernabilità come fattori degenerativi del nostro sistema politico nel corso dell’esperienza repubblicana, dalla cosiddetta “Prima” repubblica in avanti (perché purtroppo dobbiamo ritenerli fenomeni ancora attuali), vengono da qui.

Perché la «Seconda» repubblica non si è compiuta?
Com’è noto, nel caso italiano non si può propriamente parlare di “Prima” e “Seconda” repubblica perché non vi è mai stato un cambiamento nell’assetto politico istituzionale del paese tale da motivare la denominazione che è entrata nell’uso corrente di osservatori, giornalisti e anche studiosi. Ciò che è cambiato, nei venti anni circa – dal 1993 al 2013 – che hanno caratterizzato la seconda fase della nostra esperienza repubblicana, da un lato, è stata la legge elettorale (per ben tre volte: la legge Mattarella, la legge Calderoli e la legge Rosato, senza dimenticare l’Italicum, che tuttavia a causa della sentenza della Corte costituzionale non è mai stata utilizzata) e, dall’altro, il sistema dei partiti (sia per composizione, cioè per i partiti che ne fanno parte, sia per dinamiche, cioè per caratteristiche della competizione elettorale). Per questo motivo, si parla di “Seconda” repubblica come qualcosa di incompiuto. Con ciò, la cosiddetta “Seconda” repubblica è stata una finestra di opportunità che il nostro paese ha percorso senza risultati, cioè ritrovandosi – come in un immaginario “Gioco dell’Oca” – a ripartire dalla casella di partenza! E se pensiamo al fatto che il bipolarismo che abbiamo conosciuto nella lunga transizione fra il 1994 e il 2012 (con tutti i suoi limiti, a cominciare dall’incapacità di produrre governi stabili e coesi) fa ormai parte del nostro passato, questa sensazione di “eterno ritorno” risulta quanto mai concreta.

Per quale motivo il passaggio dalla “Prima” alla “Seconda” repubblica non si è compiuto? La principale ragione riguarda la totale incapacità degli attori politici che avrebbero potuto esserne i protagonisti – cioè i partiti – di portarla a compimento con una riforma istituzionale in grado di rendere efficace il funzionamento della nostra democrazia. A fronte di questa incapacità, il sistema politico ha comunque prodotto diversi cambiamenti, a cominciare dalle continue trasformazioni dell’offerta politica dovute alla nascita di nuovi partiti. Partiti che però non hanno saputo intraprendere fino in fondo la sfida della costruzione di una democrazia competitiva e dell’alternanza, come dimostra il fatto che già nel 2006, dopo tre tornate elettorali condotte con la legge Mattarella – un maggioritario a turno unico in collegi uninominali, integrato con una quota assegnata in via proporzionale – si passa con la riforma Calderoli a una legge proporzionale con premio di maggioranza (assegnato in maniera differenziata alla Camera e al Senato), che rappresenta l’inizio della fine del bipolarismo che aveva quanto meno permesso l’alternanza fra governi di centro-destra e di centro-sinistra. A quel punto la strada risulta segnata e il tentativo estremo di preservare una competizione bipolare messo in atto dal governo Renzi con l’approvazione dell’Italicum (un maggioritario a doppio turno con premio di lista) naufraga. La stessa fine, del resto, viene riservata alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, che in combinato disposto con la legge elettorale avrebbe dovuto assicurare, nelle intenzioni del legislatore, un sistema in grado di produrre maggioranze di governo più solide e un processo legislativo meno esposto al potere di veto delle forze politiche. A nostro avviso, la finestra di opportunità rappresentata dalla cosiddetta “Seconda” repubblica si chiude proprio con l’esito negativo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

L’idea che ci siamo fatti è che la transizione dalla “Prima” alla “Seconda” repubblica sia fallita perché i partiti politici hanno preferito alimentare una situazione di perenne incertezza invece di puntare su una riforma di sistema negli interessi del paese, che avrebbe però comportato maggiori rischi dal punto di vista della possibilità di influenzare il processo decisionale anche dall’opposizione. Ma ciò riporta inevitabilmente alle considerazioni che facevamo all’inizio sui limiti strutturali del sistema politico italiano, a partire dall’assenza di un riconoscimento consapevole da parte delle élite politiche del diritto di opposizione. Limiti che in una prospettiva evolutiva finiscono col rappresentare un’eredità scomoda del passato e un’ipoteca ineliminabile sul futuro.

A questa ragione fondamentale se ne aggiungono altre, fra cui è importante ricordare il permanere di un rapporto fra politica ed economia condizionato da una logica di tipo distributivo. Da un lato, continuava a imperversare il meccanismo dello “scambio” che permetteva agli imprenditori privati di assicurarsi un mercato protetto delle opere pubbliche e degli appalti a fronte del finanziamento, talvolta occulto, dei partiti politici. E dall’altro, si replicavano i governi di partito spartitori della “Prima” repubblica, anche se per via della minore libertà di manovra sulle risorse pubbliche conseguente alla necessità di perseguire (senza tuttavia mai realizzare!) gli obiettivi di Maastricht la spartizione risultava sempre più residuale, ovvero condizionata dai soli veti incrociati. Con ciò, la forte commistione fra politica e società civile, non trovando nelle trasformazioni del sistema dei partiti le condizioni necessarie al suo superamento, si confermava come un tratto distintivo peculiare dello stato di arretramento del sistema paese.

Quali sette cruciali congiunture segnano l’epoca attuale?
Le sette congiunture critiche che individuiamo con la nostra analisi vanno intese come vere e proprie “occasioni mancate”: passaggi in cui le cose avrebbero potuto andare altrimenti, cioè in una direzione diversa, favorendo uno sviluppo del sistema politico simile a quello delle democrazie occidentali più consolidate e ben funzionanti, e invece sono andate nella direzione sbagliata, contribuendo nel corso del tempo a sedimentare fino a rendere strutturali i vizi della democrazia italiana. È in questo senso che possiamo intendere le congiunture critiche che abbiamo individuato come delle ferite che ancora segnano l’epoca attuale.

Ricordiamole in rapida successione: 1- il “trasformismo” (1874-1887); 2- l’avvento del fascismo (1919-1924); 3- la nascita e l’istituzionalizzazione della cosiddetta Repubblica dei partiti (1946-1953); 4- la stagione del primo governo di Centro-sinistra (1963-1968); 5- Tangentopoli e la fine dei partiti della “Prima” repubblica (1992-1994); 6- l’ingresso in politica di Berlusconi e il  suo fallimento nella costruzione di un grande partito liberal-democratico (1994-1996); 7- il terremoto elettorale del 2013 e il fallimento della riforma costituzionale (2013-2016).

Si tratta di veri e propri “spartiacque”, cesure storico-politiche che definiscono l’orizzonte di trasformazione e gli stadi di sviluppo del nostro sistema politico. E vanno intese non tanto come il prodotto intenzionale di determinate culture socio-politiche e dei soggetti organizzativi (i partiti) che le incarnano, ma piuttosto come “effetti emergenti” (e, in quanto tali, non intenzionali) che vengono formandosi in situazioni in cui il conflitto politico prende la forma di “biforcazioni” catastrofiche, che si determinano quando la politica diventa punto di concentrazione delle contraddizioni sperimentate dalla società nel suo cambiamento. È la società che trasformandosi impone il mutamento delle forme della politica, a partire dalla nascita del sistema politico moderno, nell’Inghilterra del XVII secolo, come forma della differenziazione funzionale fra stato e società civile.

Nel caso italiano, le sette congiunture critiche che abbiamo individuato rappresentano le tappe di un percorso evolutivo fragile e incompiuto, dove alla biforcazione fra alternative di sviluppo possibile la selezione cade sempre sulla forma di adattamento più refrattaria nei confronti della modernità. Dalla pratica del “trasformismo”, che nascendo nel contesto di un’assemblea legislativa destrutturata (per l’assenza di partiti organizzati e di disciplina nei gruppi parlamentari), inaugurò una pratica di governo caratterizzata dalla commistione degli interessi, al terremoto elettorale del 2013 (quando più di tredici milioni di elettori italiani cambiano voto rispetto alle elezioni del 2008), cui fece seguito il fallimento della riforma costituzionale del 2016, che ha aperto una crepa le cui conseguenze in termini di instabilità politica e di governo sono ancora oggi sotto i nostri occhi, il susseguirsi di queste sette congiunture critiche ha prodotto come risultato un sistema politico sempre più distante da un’idea di democrazia ben funzionante. E anche se nello scenario internazionale contemporaneo, la crisi della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni è un dato sempre più diffuso, la fragilità istituzionale e politica del nostro sistema politico ci vede assai più esposti di altri paesi su questo fronte.

Viviamo nel quinto dei sistemi politici: l’istituzionalizzazione dell’instabilità. A Suo avviso, quando e come ne usciremo?
Non è facile capire quali strade siano ancora disponibili per uscire dallo stato di instabilità permanente che contraddistingue l’attuale sistema politico e dei partiti. L’ultima finestra di opportunità utile è stata quella del Referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, che insieme alla riforma della legge elettorale che prevedeva l’introduzione di un maggioritario a doppio turno con premio di lista (il cosiddetto Italicum), avrebbe potuto produrre un sistema politico caratterizzato da governi più stabili e coesi, meno esposti al potere di veto dei partiti in Parlamento, più snello dal punto di vista del processo legislativo. Nessuna riforma costituzionale è mai perfetta, e anche quella riforma, così come l’Italicum, aveva i suoi inevitabili difetti. Però rappresentava un tentativo, in un contesto politico assai frammentato e instabile, di superare alcuni vizi originari della politica italiana. Non a caso, quel percorso di riforme fu inaugurato dopo un’inedita rielezione al Quirinale di Giorgio Napolitano, frutto dell’incapacità delle forze politiche di approdare a una diversa soluzione per la Presidenza della Repubblica, e a seguito di un impegno preso dalle forze politiche presenti in Parlamento con lo stesso Presidente, per realizzare le riforme istituzionali ed elettorale necessarie ad ammodernare il nostro sistema politico. Con la bocciatura di quella riforma nel Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, e con la sentenza della Corte costituzionale del 25 gennaio 2017 con cui si sancisce l’illegittimità dell’Italicum, la strada delle riforme istituzionali si chiude. Certo, non in maniera irreversibile, ma per un po’ di anni resterà chiusa. Coloro che, a suo tempo, dissero che in pochi mesi si poteva trovare un accordo sulla riforma della Costituzione repubblicana sono scomparsi dalla scena in maniera imbarazzante.

In questo momento, il sistema politico italiano soffre sia di una forte instabilità politica, che quotidianamente rintraccia una sua rappresentazione plastica nella litigiosità inconcludente del governo Lega-5 Stelle, sia di una forte fragilità istituzionale, poiché regole e meccanismi che dovrebbero facilitare la produzione legislativa e la formazione di governi stabili e coesi, dalla legge elettorale alle altre riforme istituzionali, sono del tutto assenti. A ciò si aggiunga che l’ondata populista e sovranista che sta attraversando diversi paesi europei ha trovato in Italia le condizioni più favorevoli alla sua affermazione.

Qui e ora non vedo possibili soluzioni o vie di uscita. Non, come si è detto, sul fronte delle riforme istituzionali e della legge elettorale. E nemmeno rispetto alle strategie adottate o adottabili da parte dei partiti politici per rendere politicamente più efficace l’azione di maggioranza e opposizione di governo. Al tempo stesso, una crisi dell’esecutivo che potrebbe condurre all’interruzione anticipata di questa Legislatura, riconsegnando agli elettori attraverso il responso delle urne la scelta di una nuova maggioranza, non sembra essere una soluzione percorribile in maniera da superare i problemi sul tappeto. Siamo entrati in un nuovo sistema politico il cui tratto caratteristico, come diciamo nel libro, sembra appunto essere l’istituzionalizzazione dell’instabilità. La politica troverà le sue forme di adattamento, come sempre accade. Ma che tale adattamento funzioni, o permetta di superare i limiti strutturali del nostro sistema politico, non può darsi per scontato.

Luciano M. Fasano è Professore associato di Scienza politica e Istituzioni politiche nell’Università degli studi di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano i partiti politici, i sistemi di partito, la rappresentanza degli interessi organizzati e il comportamento elettorale, in particolare per quel che concerne lo studio delle primarie in Italia. Fra le sue recenti pubblicazioni, oltre a Il sistema politico italiano. Origini, evoluzione e struttura, Laterza 2019 (con N. Addario), L’ultimo partito. Dieci anni di Partito Democratico, Giappichelli 2017 (con P. Natale).