Il sessuale politico. Freud con Marx, Fanon, Foucault, Lorenzo BerniniProf. Lorenzo Bernini, Lei è autore del libro Il sessuale politico. Freud con Marx, Fanon, Foucault pubblicato dalle Edizioni ETS: quale spazio ha avuto il sesso nella storia del pensiero filosofico?
Di fronte a temi complessi come quello del rapporto tra sesso e pensiero filosofico, nel libro non cerco semplificazioni o scorciatoie: preferisco restare nell’ambivalenza che la difficoltà della questione richiede. Per sintetizzare, potrei dire che il sesso è sempre stato presente nella tradizione filosofica occidentale, anche e soprattutto attraverso l’assenza della tematizzazione di quella dimensione del sesso che, con Sigmund Freud e Jean Laplanche, chiamo “pulsione sessuale” o più brevemente “il sessuale”. Prendendo a prestito da Jacques Lacan la nozione di forclusione – che indica una reazione psicotica di negazione radicale di fronte a un trauma –, da un lato è possibile sostenere che il sessuale è stato radicalmente forcluso dalla filosofia a partire dai suoi esordi, e che questa forclusione è alla base del previlegio che la filosofia tradizionalmente accorda alla ragione piuttosto che alla corporeità, alla sovranità del sé piuttosto che alla sua abdicazione all’altro. Dall’altro lato, frugando bene nelle pieghe del pensiero occidentale, si trova che il sessuale non ha mai smesso di turbare i filosofi rendendo inquieti i loro ragionamenti. Nella modernità, ad esempio, due scapoli pavidi e pudibondi come Thomas Hobbes e Immanuel Kant, mentre rielaborano la condanna cristiana del sesso fuori del matrimonio, anticipano tanto il concetto freudiano di pulsione sessuale, quanto l’interpretazione che ne hanno dato agli inizi del ventunesimo le cosiddette ‘teorie queer antisociali’.

Perché certo, nel Novecento poi cambia tutto: con Freud, e poi con la sua ripresa e rielaborazione nel femminismo, nel lesbofemminismo, nel transfemminismo, nel pensiero gay e queer. In un certo senso, quindi, soltanto con l’elaborazione della psicoanalisi il sessuale forcluso torna a minacciare la filosofia, facendo a pezzi l’immagine che questa si è fatta dell’essere umano come soggetto autoconservativo, razionale, padrone di sé. In un altro senso, per interrogare il rapporto tra soggetto del sessuale e soggetto del pensiero e della società, possiamo ancora proficuamente rivolgerci a quei precursori di Freud che sono Hobbes e Kant.

Che rapporto intercorre tra politica e sessualità?
Altra questione che richiede capacità di stare nella complessità e nell’ambivalenza. Secondo Freud, la pulsione sessuale infantile, autoerotica e non diretta all’altro, potenzialmente polimorfa e perversa (cioè non subordinata alla genitalità e priva di funzioni riproduttive), è una spinta eccessiva e dissolutiva, volta a un’eccitazione infinita e non all’orgasmo. Essa insorge con la nascita, a causa della totale dipendenza della/dello infante dalla cura e dalle manipolazioni dell’altra/o, che – come precisano Jean Laplanche, Leo Bersani e Teresa de Lauretis – espone il corpo a un eccesso di stimoli incontrollabili, alla reiterazione di un trauma che è possibile sopportare soltanto imparando a goderne. La pulsione sessuale, quindi, non ha una diretta derivazione organica, ma si produce in una regione transindividuale in cui corporeo e psichico si confondono: si appoggia sugli istinti vitali ma non coincide con essi, e anzi li perverte, essendo disfunzionale all’autoconservazione del soggetto e anche alla sua vita in società.

Per Freud, infatti, la fase di latenza, che insorge nel momento in cui la bambina/il bambino diventa educabile, ha esattamente la funzione di rendere possibile – come direbbe Michel Foucault – il disciplinamento biopolitico del suo corpo, il suo addomesticamento per la conservazione della vita personale nella vita civile. Quando poi, con la pubertà, emerge l’istinto sessuale vero e proprio, con esso si risveglia anche la pulsione. Dal punto di vista della specie e della società, il primo dovrebbe essere finalizzato al raggiungimento dell’orgasmo nel coito pene-vagina, per assolvere il compito della riproduzione. Ma per la singola/il singolo, la pulsione non si sottomette tanto docilmente all’istinto: ecco perché, come scrive Lee Edelman, se non per rare volte nella vita, «non si scopa per fare figli, ma per godere». Ed ecco perché nel sesso non si cerca soltanto l’orgasmo, ma anche e soprattutto l’eccitazione di perdersi nell’altro/a e nel mondo.

Il sesso-pulsione, dunque, il sessuale, coattivamente riconduce il soggetto a una dimensione psichica incivile, che quando si riapre disturba il suo senso di sé e l’iscrizione del suo sé alla vita associata. Il primo corno della risposta alla vostra domanda sul rapporto tra politica e sessualità è quindi che la politica, intesa innanzitutto come produzione di legame sociale, deve reprimere e sublimare il sessuale, relegandolo a una dimensione privata. È questa tradizionalmente la funzione del matrimonio: la redenzione del sesso dalla sua insensatezza e negatività, il suo addomesticamento attraverso l’affettività e la promessa di riproduzione sociale. Non è un caso che questo libro sia stato scritto in Italia a poca distanza dall’approvazione (finalmente) della legge sulle unioni civili: la tesi che sostengo è che i movimenti delle lesbiche e dei gay non siano stati molto originali nel voler perseguire piena cittadinanza attraverso l’acquisizione del matrimonio o delle unioni civili. E che adesso debbano interrogarsi sul loro desiderio di inclusione in una società ancora densa di sfruttamento, diseguaglianza e discriminazioni come la nostra. Fino a dove sono disposti a spingersi lesbiche e gay per sentirsi assimilati a un mondo ingiusto? Anche a scaricare sulle spalle di altri quella negatività del sessuale di cui tradizionalmente i loro atti sessuali sono considerati rappresentanti a causa della loro sterilità? Ad esempio sulle spalle dei migranti dalla pelle scura?

E qui veniamo all’altro corno della questione, quello che la rende ambivalente. Lo rilevava già il padre gesuita Paolo Segneri nel Seicento, raccomandando discrezione ai confessori: il sesso «è una pece, che in qual si sia modo, che si tocchi, anche per allontanarsela, imbratta». E infatti il legame sociale, e la politica che lo produce, è costitutivamente imbrattato di godimento sessuale. Lo spiega ad esempio Frantz Fanon quando in Pelle nera, maschere bianche (1952) analizza i meccanismi con cui si produce il razzismo contro gli uomini neri. A suo avviso, il colonialismo è una macchina psicopolitica che proietta sul corpo del soggetto razzializzato le fantasie di una sessualità selvaggia e mostruosa, tanto repellente quanto segretamente attraente come è il sessuale stesso. La tesi che mutuo da Freud è che tali fantasie abbiano origine dalla tabuizzazione del godimento anale che si trova anche alla base del disgusto che gli uomini eterocisessuali provano per l’omosessualità. Razzismo e omofobia sono quindi due esempi di come la civilizzazione si alimenti anche dell’esclusione di chi viene fatto rappresentante di una sessualità incivile, un’esclusione che fantasmaticamente suscita il godimento di quella stessa sessualità. Dove lesbiche e gay hanno fatto ingresso nella civiltà attraverso l’acquisizione di diritti matrimoniali, si trovano a dover fare i conti con questi fantasmi in un modo nuovo, che le/li pone di fronte ad alternative inedite. Partecipare anch’esse/i all’illusorio esorcismo del sessuale, facendone rappresentanti altri? O far leva sulla propria esperienza di esclusione per acquisire consapevolezza che in ogni società e in ogni individualità il sessuale rappresenta un buco di senso che non può essere colmato, una ferita della soggettività che non può essere suturata? La seconda opzione, a mio avviso, apre alla possibilità di resistere all’illusione mortifera di un’impossibile inclusione totalizzante di sé nella società (che è in realtà giocoforza esclusione di una parte di sé). E in ultima istanza induce a una postura di tolleranza verso l’altro.

In che modo, a partire dal Novecento, la questione sessuale emerge nella filosofia politica?
I modi sono molti. Il femminismo e le sue declinazioni lesbofemministe e transfemministe, sono modi fondamentali. Altri modi fondamentali sono poi gli studi di genere, gli studi LGBTQIA+ e le teorie queer. Con tutto questo naturalmente il libro si confronta. Ponendosi tuttavia l’obiettivo di analizzare e criticare il ricompattarsi di una virilità di stampo neofascista nelle destre populiste contemporanee, esso ricostruisce soprattutto come la questione sessuale sia stata tematizzata da autori di sesso e genere maschili, eterosessuali e omosessuali. La tesi che sostengo, seguendo Jacques Derrida e Leo Bersani, è che già lo stesso Freud sia stato turbato dalla scoperta del sessuale pulsionale infantile, dalle inquietanti conclusioni sull’antisocialità e sull’infelicità dell’umano che essa comporta. L’evoluzione della sua teoria delle pulsioni successiva ai Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) può essere letta come un tentativo, fallito, di addomesticare il sessuale per renderlo compatibile con una visione eterocisessista della sessualità. Lo stesso pensiero di Freud, quindi, sarebbe segnato dalla rimozione nevrotica del sessuale, che però come ogni rimosso continuamente fa ritorno, ad esempio tra le peripezie argomentative di Al di là del principio di piacere (1920) o nelle stravaganti note a piè di pagina de Il disagio della civiltà (1929), dove il padre della psicoanalisi dà sfogo alle sue fantasie sessuali di maschio bianco borghese europeo del primo Novecento.

A questa rimozione fallimentare, nella filosofia politica fa seguito una negazione più radicale, una forclusione appunto, quando Sigmund Freud incontra Karl Marx nella produzione teorica di autori come Wilhelm Reich (negli anni Trenta) e Herbert Marcuse (negli anni Cinquanta). Il primo è caratterizzato da un marcato eterosessismo che nel secondo viene meno, ma entrambi condividono la tesi secondo cui non esistono antitesi costitutive tra sesso e civiltà. Entrambi annunciano la fine del Capitalismo e della sua repressione, assieme all’avvento di una società liberata in cui all’umano sia restituita la sua originaria integrità, una pienezza felice in cui non esiste conflitto tra soggetto sociale e soggetto sessuale. Per pensare questa pienezza, essi devono però dimenticare la lezione di Freud, riconducendo la pulsione all’istinto, il godimento all’orgasmo. A essere forclusa da questo incontro con il marxismo è così proprio una delle più originali scoperte della psicoanalisi di Freud: il sessuale perverso infantile.

Questa forclusione non viene meno neppure nella critica che Foucault muove a queste tesi freudomarxiste negli anni Settanta, ripresa da Judith Butler agli inizi degli anni Novanta, che sta alla base di tutto il filone costruttivista delle teorie queer contemporanee. Ne La volontà di sapere (1976), Foucault contesta infatti a Reich e Marcuse la credenza in una pienezza originaria del soggetto ed elabora la tesi secondo cui la biopolitica plasma il soggetto anche conferendogli un’identità sessuale. La questione politica del sessuale sembra così risolversi nella dialettica potere-resistenza in cui è preso un essere umano che persegue la propria libertà, il proprio piacere, il proprio riconoscimento sociale disfacendosi di identità coattive per elaborare nuovi stili di esistenza. In modo non dissimile, il soggetto della Butler di Questione di genere (1990) e Fare e disfare il genere (2004) sovverte le norme di genere per trasformare sé e il mondo e ottenere una vita vivibile. Né l’uno, né l’altra, nei testi che ho citato, tematizzano quella dimensione a tratti invivibile per il soggetto che è il sessuale, quella forza pulsionale che spinge il soggetto al di là della ricerca del piacere, della libertà, dell’affermazione personale. Entrambi sembrano quindi reiterare la forclusione del sessuale dalla filosofia politica. Nel dibattito queer statunitense, la pulsione sessuale torna invece a perturbare il pensiero politico con l’inquietante, fondamentale saggio che apre il dibattito delle cosiddette teorie antisociali, No Future di Edelman (2004), spesso accusato, non del tutto a torto, di offrire una prospettiva nichilista e spoliticizzante.

Anche a mio avviso Edelman sembra talvolta congelare il soggetto queer in una posa narcisista di sprezzante godimento della propria esclusione che è forse sostenibile per un professore universitario statunitense, ma che non tutte/i coloro che sono vittime di omobitranspanfobia nella società possono permettersi. Quello che nel mio libro tento di fare, è allora di recuperare la teorizzazione freudiana sul sessuale mostrando come essa possa essere utilizzata in senso politico, per comprendere meccanismi di abiezione come quelli messi in luce da Fanon, ma anche per attivare la consapevolezza di quanto il desiderio di assimilazione conformistica dei singoli alla società sia destinato a un inevitabile scacco su cui è possibile far leva per resistere alle sirene di un’integrazione escludente. Si pensi al fenomeno che in Terrosist Assemblages (2007) Jasbir Puar ha chiamato “omonazionalismo”, cioè alla possibile cooptazione – soprattutto dopo l’ottenimento dei matrimoni o delle unioni civili per le coppie dello stesso sesso – dei diritti di lesbiche e gay in retoriche nazionaliste, anti-islamiche e anti-immigrazione. Si pensi a personaggi come Alice Weidel, leader lesbica del partito di ultradestra Alternative für Deutschland in Germania; come Milo Yiannopoulus, giornalista gay britannico anti-islamico e antifemminista, sfegatato sostenitore di Donald Trump; come Renaud Camus, scrittore gay francese un tempo provocatorio e anticonformista, che oggi si atteggia a baluardo contro l’“invasione demografica” dei migranti. A personaggi di questo tipo, nel libro contrappongo alcuni intellettuali che negli anni Settanta hanno animato il dibatto dei movimenti di liberazione gay. E qui si torna all’ambivalenza, perché se si distoglie lo sguardo dall’accademia per volgerlo ai movimenti, allora dell’emersione della questione sessuale nel pensiero e nella filosofia politica del Novecento bisogna raccontare tutta un’altra storia, in cui il sessuale non è forcluso, né rimosso. Lo stesso Foucault, in interviste e interventi su riviste del movimento gay dei primi anni Ottanta, riconosce nella forza disorganizzante del sesso la più radicale esperienza di resistenza al regime moderno dell’identità. Ma nel mio libro è soprattutto Mario Mieli, il cui provocatorio pensiero viene ricostruito nel suo dialogo con Guy Hocquenghem e Luciano Parinetto, a rappresentare una posizione propriamente ‘sessuale politica’, più apocalittica che rivoluzionaria. Nei suoi Elementi di critica omosessuale (1977), e nei gustosissimi testi minori recentemente raccolti sotto il titolo La gaia critica (2019), il sessuale esplode come una bomba non solo contro il romanticismo delle unioni civili, ma contro il valore stesso della civiltà. E la detonazione ha un preciso sito di innesco: si propaga a partire dall’ano.

Quali processi psicopolitici sostengono il successo del populismo sovranista in Italia e in Europa?
Freud apprende da Lou von Salomé che la tabuizzazione del godimento che si può trarre dall’ano e dai suoi prodotti è un momento fondamentale del processo di socializzazione del piccolo essere umano, e che in seguito a questa lezione «l’elemento anale» diventa il simbolo di tutto ciò che del soggetto deve essere respinto per permettergli di partecipare alla vita civile. Quando una retorica politica utilizza questo simbolo per respingere un’intera categoria di esseri umani, o anche uno solo di essi, dalla piena appartenenza all’umanità, allora si produce quel processo di abiezione attraverso il quale, come spiega Butler, «gli altri diventano merda». Nel libro, richiamandomi alla celebre conferenza del 1995 di Umberto Eco sul Fascismo eterno (non a caso ripubblicata nel 2018), sostengo che l’abiezione è un dispositivo psicopolitico tipico del fascismo, di cui oggi non è difficile reperire tracce nelle pericolose retoriche della destra più o meno estrema in Italia, in Europa e nel mondo. Come esempio, prendo in esame il discorso programmatico che Matteo Salvini ha tenuto alla trentaduesima edizione del raduno della Lega a Pontida nel luglio 2018, a un mese dall’insediamento del governo gialloverde di cui era ministro dell’interno e vicepremier, che è un concentrato di stilemi tipici della sua propaganda.

Il primo obiettivo di una retorica populista è quello di compattare il popolo a cui si rivolge, ridefinendo a proprio modo il legame sociale, e quando Salvini «parla da papà», evoca a sé un popolo composto da famiglie italiane, bianche ed eterosessuali, i cui figli presenti e futuri devono essere difesi dall’aggressione immaginaria di soggetti abietti – la cui abiezione, nel discorso di Pontida, viene reiteratamente affermata dal termine “schifo”. Questi soggetti sono naturalmente i migranti, che nell’immaginario del leader leghista stuprano le donne italiane o vogliono sostituire con i propri figli di pelle scura e di fede islamica i figli che i bianchi e cattolici italiani non fanno più. Ma anche i rom, che costringono i propri figli a fare l’elemosina anziché andare a scuola. E infine i gay, che costringono le donne a partorire figli per loro (con la pratica della gestazione per altri) e che poi non sono in grado di educare questi figli, perché «un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà». Parlando di questi ultimi, nel discorso di Pontida, Salvini incorre in un interessante lapsus (o in un’abile trovata comunicativa, non so), che conferma la tesi di Lou von Salomé. Ma qui mi fermo con gli spoiler, e concludo.

In un immaginario politico che viene da lontano ma che è ancora il nostro, l’ano è insomma il luogo d’impianto privilegiato del sessuale perverso, a cui coattivamente riconduce anche il godimento mortifero di quello che Edelman chiama «fascismo del volto del bambino», di cui la propaganda salviniana è fortemente intrisa. Allora è forse da questo orifizio oscuro, più che dalle promesse di un luminoso amore di fronte agli ufficiali di stato civile – o almeno è anche da lì –, che occorre muovere per contrastare quell’io virilista, sovranista, neofascista che viene invece oggi nutrito dalle retoriche della destra populista, in Italia e nel resto del mondo.

Lorenzo Bernini è professore di Filosofia politica presso l’Università di Verona, dove dirige il Centro di ricerca PoliTeSse – Politiche e Teorie della Sessualità (www.politesse.it). Partecipa inoltre a GIFTS, la rete italiana degli studi di Genere, Intersex, Femministi, Transfemministi e sulla Sessualità (https://retegifts.wordpress.com/). Altri suoi titoli: Le pecore e il pastore: Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault (2008); Apocalissi queer: Elementi di Teoria antisociale (2013, seconda ed. 2018); Le teorie queer: Un’introduzione (2017).

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link