Prof. Tito Forcellese, Lei è autore del libro Il senso dei nostri limiti. Andreotti e i rapporti italo-sovietici negli anni della distensione edito da FrancoAngeli: quale percorso politico-istituzionale ha compiuto Giulio Andreotti nel panorama storico internazionale degli anni settanta?
Il senso dei nostri limiti. Andreotti e i rapporti italo-sovietici negli anni della distensione, Tito ForcelleseGiulio Andreotti, a differenza di altri leader storici della Dc (anche per ragioni anagrafiche) giunse a rivestire la carica di presidente del consiglio dei ministri dopo una lunga esperienza politica e ministeriale, ossia sul finire della V legislatura repubblicana, quasi 20 anni dopo aver lasciato la carica di sottosegretario alla presidenza del consiglio con i diversi governi De Gasperi (dal IV all’VIII, ossia dal 1947 al 1953) e con il governo Pella (1953-1954). Sul finire della V legislatura ricevette l’incarico per formare il suo primo governo, ma non ottenne la fiducia e si sciolsero anticipatamente le camere. Le nuove elezioni registrarono un avanzamento a destra ed una tenuta della Dc. Ad Andreotti venne affidato il compito di proporre una maggioranza centrista con il ricoinvolgimento dei liberali di Malagodi al governo, dopo il decennio di maggioranze di centro-sinistra, in un tornante storico internazionale caratterizzato dalla distensione tra est ed ovest. Era importante per molti governi internazionali, ma soprattutto per l’Urss, capire l’atteggiamento del nuovo governo italiano dopo il decennio di centro-sinistra. Ricordiamo che Andreotti fu ministro della Difesa dal 1959 al 1966 e convinto sostenitore dell’Alleanza atlantica. Il quadro internazionale, agli inizi degli anni settanta, si caratterizzò per alcuni avvenimenti cruciali che favorirono il processo di distensione: le storiche visite di Nixon prima in Cina, nel febbraio 1972, e poi in Unione Sovietica, nel maggio dello stesso anno, occasione in cui vennero firmati gli accordi Salt I e Abm; senza dimenticare l’avvio della ostpolitik in Europa su iniziativa del cancelliere tedesco Brandt. Tali eventi contribuirono ad un rasserenamento del clima politico e diplomatico tra le principali potenze. Di lì a poco, ossia nell’ottobre 1972, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica siglarono vantaggiosi accordi economici e commerciali. Andreotti intuì immediatamente che l’Italia avrebbe dovuto cogliere l’opportunità di queste nuove aperture internazionali, intensificando le relazioni politiche, economiche e commerciali con l’Unione Sovietica e non solo. Tra la VI e la VII legislatura Andreotti guidò governi di coalizione con maggioranze parlamentari differenti. Infatti, dopo la breve esperienza del governo neocentrista tra il 1972 e il 1973, si tornò alla formula del centro sinistra con i governi Rumor e Moro.

Con le elezioni politiche del 1976, in cui si registrò la massima avanzata del Pci, Andreotti fu chiamato a guidare gli esecutivi nel difficile triennio della “solidarietà nazionale”, dal 1976 al 1979. Le formule inedite della “non sfiducia” e dei governi dell’astensione favorirono l’attrazione del Pci nell’area di governo, da cui era rimasto escluso sin dal 1947. Questo sostegno del Pci ai governi Andreotti, però, non si tradusse in un diretto coinvolgimento di esponenti comunisti nell’esecutivo. In questo diverso contesto storico, Andreotti avrebbe dovuto vincere le preoccupazioni e le forti resistenze degli alleati occidentali sull’opportunità di includere il Pci –che, nonostante le divergenze crescenti con Mosca, era ancora parte integrante dell’organizzazione internazionale comunista a guida Pcus- nell’area di governo, in un momento economico e finanziario assai grave per l’Italia.

Di che tipo erano le relazioni del politico democristiano con le autorità dell’Unione Sovietica?
I sovietici consideravano Andreotti un uomo della “destra democristiana” e filo-atlantista, oltre che un cattolico ben legato alle istituzioni ecclesiastiche (ossia il “vaticano”, secondo il loro schema politico-ideologico). Ben conoscevano la sua opposizione culturale e ideologica al marxismo-leninismo e la severa critica al comunismo, ribadita anche durante le stagioni del centro-sinistra. Tuttavia, come ministro dell’industria del governo Moro, Andreotti appoggiò la costruzione di una fabbrica Fiat a Togliattigrad. E i politici sovietici, come ad esempio Gromyko e Kosygin, erano molto attenti alla realpolitik ed ai gesti politici concreti. Con la visita in Urss dell’ottobre 1972, le reciproche diffidenze si attenuarono. Rimasero le distanze su alcuni aspetti della politica internazionale e sulla “scelta occidentale” ed europeista dell’Italia. Direi che i rapporti furono improntati alla cordialità, al rispetto reciproco (come ha ricordato nelle sue memorie Gromyko) e, nei momenti di forte contrasto, come avvenne dopo il fallimento della conferenza della Csce a Belgrado nel marzo 1978, anche alla fermezza ed alla difesa delle proprie convinzioni.

Si può asserire che Andreotti, anche nei momenti di grave tensione, cercò sempre un possibile punto di incontro con i partner sovietici per favorire la ripresa del dialogo e della fiducia reciproca. Se dovessi indicare alcuni politici sovietici con cui Andreotti instaurò buone relazioni istituzionali e personali, direi Kosygin, Gromyko e infine, nella seconda metà degli anni ottanta, Gorbacev.

Quali vicende segnarono i rapporti italo-sovietici tra la VI e la VII legislatura repubblicana?
I rapporti tra Italia ed Urss cominciarono a consolidarsi nel corso degli anni sessanta, dopo le iniziative di La Pira, Fanfani e la visita del presidente della repubblica Gronchi a Mosca. Il dinamismo collaterale di Mattei permise poi all’Eni di siglare un accordo strategico con la controparte sovietica sull’importazione di petrolio. Le imprese italiane iniziarono a guardare all’Unione Sovietica con favore per commercializzare i propri prodotti, specie dopo la costruzione di una fabbrica di automobili della Fiat a Togliattigrad.  Durante la VI legislatura (1972-1976), proprio con il II governo neo centrista guidato da Andreotti, venne firmato a Mosca il protocollo di consultazione che istituzionalizzò i rapporti tra i due paesi, sottraendo le relazioni bilaterali alle iniziative di singoli leader politici italiani. Naturalmente, gli scambi economici e commerciali aumentarono in maniera consistente negli anni successivi. Cominciò a verificarsi anche una dipendenza economica ed energetica troppo rilevante dell’Italia dall’Urss che gli ambasciatori italiani a Mosca continuarono a segnalare ai diversi governi nel corso degli anni settanta. In particolare, un certo contrasto nei rapporti bilaterali si registrò per la risposta interlocutoria sovietica, in merito all’aumento delle forniture di gas richieste dal governo italiano per coprire il crescente fabbisogno energetico; essi condizionavano l’aumento di gas all’accettazione, da parte italiana, di nuove aperture di credito. Tuttavia, i diplomatici italiani giudicarono troppo onerose tali aperture. Se gli accordi di Helsinki nel 1975 segnarono un passo avanti verso la distensione internazionale, il successivo incontro di Belgrado, conclusosi nel marzo 1978, registrò un brusco arretramento nei rapporti tra est ed ovest per via della questione dei diritti umani, esplosa nei regimi comunisti orientali. Infine, in Italia, la celebrazione della Biennale a Venezia nell’autunno del 1977, dedicata al dissenso nei paesi dell’est, rischiò di compromettere le relazioni italo-sovietiche, proprio quando il Pci stava sostenendo il governo Andreotti IV, seppur dall’esterno. Peraltro, i rapporti tra il Pci di Berlinguer e il Pcus del segretario Brežnev non furono proprio idilliaci, specie in quel frangente.

Quale importanza assunsero gli accordi di Helsinki nel panorama geopolitico dell’epoca?
Il principale obiettivo della politica estera sovietica, dopo gli accordi con gli Stati Uniti nel 1972, fu la realizzazione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce). Da questo punto di vista, anche la politica estera italiana perseguiva il medesimo obiettivo con Moro e Andreotti, sebbene con l’idea di favorire i diritti umani e la libera circolazione delle persone, mentre i sovietici ambivano a veder riconosciuto, a livello internazionale, il principio dell’intangibilità dei confini. La firma degli accordi di Helsinki rappresentò uno spartiacque nella storia della “guerra fredda” e della distensione. Tuttavia, l’illusione sovietica sul riconoscimento dei confini durò poco. L’approvazione del terzo cesto dell’accordo sui diritti umani avrebbe stimolato la crescita delle dissidenze all’interno dei regimi comunisti e l’elezione del presidente americano Carter, nel novembre del 1976, che proprio sui diritti umani aveva impostato la sua campagna elettorale, contribuì a porre in evidenza questo delicato tema nelle relazioni internazionali. Andreotti, sin dal vertice della Cee a Parigi nel 1972, auspicava il superamento dei blocchi politici ed ideologici, così come si erano formati alla fine della seconda guerra mondiale. Ciò non equivaleva ad immaginare un repentino colpo di mano di marca rivoluzionaria nei confronti di questi assetti. Tali blocchi venivano accettati da Andreotti come configurazioni geopolitiche provvisorie. D’altronde, il quadro di ineludibile riferimento alla mai tradita fedeltà verso l’atlantismo e l’europeismo, garantivano all’Italia un’appartenenza sicura, continentale e internazionale, al consesso degli stati democratici occidentali che condividevano la medesima concezione.

Come si ripercossero sulle relazioni del nostro Paese con l’Urss la fine della “solidarietà nazionale” e l’elezione del papa polacco?
Nell’autunno del 1978 si acuì la crisi della maggioranza (di “solidarietà nazionale”) che sosteneva il IV governo Andreotti. Un primo scontro si registrò a causa delle nomine bancarie, varate dal governo Andreotti nel settembre 1978 e per le presidenze di alcuni grandi enti (Iri, Eni, Enel); ed, oltretutto, il piano economico triennale (piano “Pandolfi”) che dopo varie elaborazioni, discussioni e modifiche venne presentato in Parlamento solo nel gennaio 1979 trovando la opposizione del Pci. In particolare, uno dei punti di frattura tra i due grandi partiti si determinò a causa dell’avversione del Pci per il voto di adesione allo Sme nel dicembre del 1978. Con la conclusione dei governi di “solidarietà nazionale” ci si avviò verso le elezioni politiche anticipate che si svolsero il 3 giugno 1979; una settimana più tardi, si tennero le prime elezioni a suffragio universale per il parlamento europeo. Le consultazioni politiche nazionali registrarono una tenuta della Dc che ottenne il 38,3% (0,5% in meno rispetto alle politiche precedenti) ed il forte calo del Pci che perdeva il 4% dei consensi.

La rottura del patto di “solidarietà nazionale” condusse alla formazione dei due esecutivi guidati da Cossiga. Il congresso della Dc, nel marzo 1980, chiuse alla collaborazione tra Dc e Pci. Andreotti, al contrario, intendeva riprendere il filo del dialogo con i comunisti, stimolando così il Pci a proseguire il processo di revisione delle proprie posizioni, specialmente sui temi della collocazione internazionale dell’Italia. Nell’ottobre del 1980, si formò il primo governo Forlani, con la partecipazione di Psi, Psdi e Pri. Intanto, il governo italiano aveva espresso la propria condanna per l’invasione sovietica dell’Afghanistan cominciata nel dicembre 1979. Fino alla presa di posizione sulla guerra in Afghanistan, la conclusione dei governi di “solidarietà nazionale” non parve preoccupare più di tanto i sovietici che, intanto, nel giugno 1978 siglarono un accordo con l’Italia per nuove forniture di gas, dopo contrastate discussioni. Il boicottaggio dei Giochi olimpici di Mosca promosso dal presidente Carter non sortì effetti. Il nuovo presidente Reagan –seguito dalli alleati della Nato e dall’Italia-assunse atteggiamenti ancora più duri con l’Urss sulla questione polacca e sulla crisi sugli euromissili, in seguito all’installazione degli SS20. In questo quadro internazionale, la politica estera italiana –supportata dall’attivismo del nuovo presidente della repubblica Pertini- cominciò, su consiglio degli ambasciatori, a rivedere alcune posizioni nelle relazioni con l’Urss. L’ambasciatore a Mosca, Maccotta, aveva da tempo messo in luce il carattere aggressivo dell’Urss ed il pericolo a cui stava andando incontro l’Italia vincolandosi troppo con accordi per le forniture di gas e petrolio, e con condizioni creditizie eccessivamente favorevoli ai sovietici.

Per ciò che concerne il ruolo di Giovanni Paolo II, secondo quanto riportato dall’ambasciatore Maccotta, l’elezione di un papa polacco poteva costituire per l’Urss l’inizio della «fine di un’epoca», poiché, oltre a smentire la forza del marxismo, tale evento aveva introdotto un «fattore imprevedibile» per il Cremlino, una minaccia seria anche dal punto politico, ideologico e militare. Certamente le posizioni critiche del Cremlino nei riguardi di papa Wojtyla non facilitarono i rapporti tra Italia e Urss, specie dopo lo scampato attentato del 13 maggio 1981, con tutte le conseguenze geopolitiche e diplomatiche che tale drammatico avvenimento innescò. La proclamazione della legge marziale in Polonia il 13 dicembre 1981 e lo scioglimento di Solidarnosc completarono poi il rude aggiornamento della “dottrina Brežnev”.

Tito Forcellese è professore associato abilitato di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università degli Studi di Teramo

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