Il segreto del Tuffatore. Vita e morte nell'antica Paestum, Gigi SpinaProf. Gigi Spina, Lei è autore del libro Il segreto del Tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum edito da Liguori. Nel libro rivive il racconto di uno dei protagonisti degli affreschi della famosissima Tomba del Tuffatore di Paestum: innanzitutto, di quale importanza è il ciclo di dipinti della tomba?
La scoperta della tomba, nel 1968, offrì agli studiosi, fra cui va innanzitutto ricordato Mario Napoli, e al mondo intero un manufatto di grandissimo valore, sia per la fattura dei dipinti sia per la loro funzione nella decorazione della tomba stessa. Insieme alle quattro pareti laterali, la lastra di copertura è dipinta dall’interno. L’invisibilità del ciclo pittorico ai posteri, interrotta dalla scoperta – bisogna ricordarlo – mise in contatto con credenze e pratiche non certo ignote, ma sicuramente di grande impatto e per molti aspetti non immediatamente decifrabili. Negli oltre cinquant’anni passati da allora la ricerca ha fatto molti passi avanti e, d’altra parte, l’allestimento curato negli ultimi anni dal Direttore del Parco Archeologico e del Museo di Paestum Gabriel Zuchtriegel offre al pubblico sempre più vasto dei visitatori la possibilità di godere in diretta di pitture davvero indimenticabili. Elementi analoghi in tombe della stessa area geografica si limitano a singole caratteristiche decorative. Inoltre, la presenza delle immagini in rete consacra a livello mondiale quella che ormai tutto il mondo conosce come Tomba del Tuffatore. Senza questa opportunità, direi che il mio stesso tentativo di costruire un racconto di fantasia su quei dati reali sarebbe stato meno entusiasmante e coinvolgente. Il Tuffatore di Paestum è diventato un simbolo dai molti, possibili, significati che ha ispirato immagini, scritture, musiche. Un percorso, questo, che è dunque relativamente giovane, nel quale s’inserisce anche il mio racconto. Nello scriverlo non ho voluto, però, né avrei avuto le necessarie competenze, offrire un ulteriore contributo specialistico, dedicato, cioè, al valore archeologico e storico-artistico, nonché culturale, del ciclo dei dipinti. La presenza di validissime, anche se non definitive, pubblicazioni, cataloghi, ricerche specifiche mi è servita a inquadrare meglio – e nei limiti di una ipotesi almeno plausibile, anche se solo letteraria – il tentativo di immaginare la storia di quella tomba e le vicende dei protagonisti degli affreschi, pittore compreso. Per questo il racconto è accompagnato da una guida di lettura, un’appendice che rinvia chi abbia voglia e curiosità a contributi scientifici per saperne di più e offre le necessarie spiegazioni utili alla comprensione di miti citati e altri riferimenti culturali. Il racconto si può leggere indipendentemente da tale appendice.

Nei dipinti sono raffigurate scene di un simposio: cos’era e come si svolgeva tale pratica?
Come possiamo ricostruire e conoscere a fondo da due fondamentali opere greche, che hanno lo stesso titolo, Symposion, scritte da Platone e Senofonte, fra V e IV sec. a.C. il simposio era un incontro che oggi definiremmo multimediale; in cui, cioè si mettevano in campo e si praticavano diverse forme di comunicazione e scambio culturale fra i partecipanti: discorsi, suoni, canti, giochi, consumazione di cibi e bevande. Il tempo del simposio consentiva di dialogare su temi di fondo del vivere umano (certo, relativi ai quadri mentali dell’epoca) e di intrattenersi con passatempi di vario tipo. Esistevano dunque regole condivise per dar vita a un evento di cui si conservano molte raffigurazioni. Nel caso della Tomba del Tuffatore, l’evento fu immaginato come elemento di accompagnamento a una morte, sia per possibili intrecci metaforici e allegorici, sia per probabili connessioni reali, come ho immaginato nel racconto. In ogni caso, se si leggono i due testi indicati all’inizio, si ha una precisa idea di come la presenza fosse quasi esclusivamente maschile, come di rado una donna vi potesse essere ammessa – e solo se rivestiva determinati ruoli – e di come l’alternarsi di discorsi, riflessioni, bevute, giochi e ‘colonne sonore’, senza dimenticare l’insito aspetto politico degli incontri, potesse farne davvero un appuntamento di rilievo, degno di essere cantato e raffigurato.

Nel dipinto compare un gioco particolare, il cottabo: come si svolgeva?
Come accenno nell’appendice, ho fatto riferimento a una tesi di laurea di dottorato, che seguii a suo tempo, sui giochi nell’antichità, poi pubblicata col titolo Tabliope, frutto di una bellissima ricerca di Gabriella Carbone, ora docente in un liceo. Fra i tanti giochi analizzati e documentati, il cottabo è quello che non ha una continuità nelle epoche successive, ma ne abbiamo sia raffigurazioni, come quella di Paestum, ma soprattutto vascolari, sia descrizioni in singoli trattati. Aveva alla base il vino, momento importante di condivisione nel simposio. I giocatori e simposiasti, sdraiati sulle klinai, triclini che ovviamente garantivano il riposo e il rilassamento, aspettavano il loro turno per lanciare il residuo della loro bevuta in un recipiente al centro della sala. Esistono descrizioni diverse o diverse ipotesi di gioco: il lancio poteva avvenire dalla coppa stessa attraverso la rotazione accorta ed esperta del braccio che, vincendo la forza di gravità e calcolando la distanza, faceva in modo che il getto finisse nel catino. Era, dunque, importante la quantità di vino da lanciare, residuo della bevuta, che poteva essere calcolata lasciando nella coppa la giusta quantità o restituendola, per così dire, dalla bevuta con un giusto dosaggio della bocca. Ciascun partecipante, al suo turno, lanciava cercando di effettuare un lancio ottimale, senza, cioè, che parte del liquido andasse perduto durante il tragitto.

Quale significato assumeva il tema del tuffo nel mito e nella letteratura antica?
Sin dalla scoperta, l’attenzione degli archeologi, e di Mario Napoli per primo, si concentrò sulla figura del Tuffatore, raffigurato all’interno sulla lastra di copertura della tomba, sia per la bellezza della scena, davvero suggestiva per scenografia, colori e armonia delle forme, sia per il possibile significato chiave della presenza di un tuffo in una tomba. Alle spalle degli studiosi e, ancor prima, alle spalle del pittore, dei committenti e del suo (temporaneo) pubblico, c’era evidentemente una storia lunga quanto quella dei miti e della letteratura antica che parla del tuffo. Del tuffo in mare, prevalentemente, dall’alto di un dirupo, per una serie di motivi i più vari. Il termine greco è katapontismos, lancio verso il mare, che assumeva anche una funzione giudiziaria, quasi di conferma o meno di una possibile colpa, nel caso il soggetto lanciato in mare si fosse salvato o meno. Gli esempi sono dunque tanti, sia nel mito che nella storia letteraria, fermo restando il mistero della figura del Tuffatore di Paestum, il quale sembra lanciarsi in un elemento acqueo da un supporto non immediatamente perspicuo, mentre la tomba rinvia subito a una destinazione infera: un salto nell’Ade. Come quello immaginato da un noto poeta ellenistico, di Cirene, Callimaco, che descrisse in un epigramma, composto da soli quattro versi, il tuffo nell’Ade (quindi metaforico, sostanzialmente un suicidio) di Cleombroto, un cittadino di Ambracia. L’epigramma ha un fondo ironico, perché Callimaco precisava che Cleombroto non aveva particolari motivi di rifiuto della vita; no, solo che aveva letto un dialogo platonico, il Fedone, che in qualche modo rendeva desiderabile l’abbandono del corpo con tutti i suoi impacci e la libertà dell’anima. Per questo, aveva deciso di accelerare i tempi raggiungendo ben in anticipo l’Ade. L’epigramma fu tradotto in latino ed ebbe una grande diffusione nei secooi successivi. Ecco: come per molti altri riferimenti del racconto, ho utilizzato testi e situazioni che avevo studiato e sui cui avevo anche scritto nel corso del mio lavoro di professore universitario, per suggerire una storia che fosse adattabile alle immagini della Tomba del Tuffatore: il tuffo, potremmo dire il salto mortale, ha nell’antichità moltissimi modelli, dalla storia di Saffo che si butta in mare per amore alle sirene che si suicidano lanciandosi in mare e trasformandosi in scogli. Bastava solo ricordare e scegliere per dare al Tuffatore un motivo per il suo tuffo.

Poseidonio, lo sfortunato proprietario della tomba, era probabilmente di origini etrusche: quale crocevia di etnie rappresentava l’antica Poseidonia?
Vorrei precisare, per chi non avesse letto il mio racconto, che i nomi dei protagonisti sono inventati da me, anche se tentano di rispondere alle consuetudini delle denominazioni antiche. Ricordo che nell’Odissea assistiamo, per così dire, al battesimo di Odisseo, cioè all’imposizione di quel nome, proposto dal nonno Autolico, in ragione dell’odio che lui stesso aveva prodotto in chi incontrava. Per questo il Tuffatore si chiama Poseidonio, in omaggio al nome antico di Paestum, Poseidonia, luogo consacrato al dio del mare, mentre il narratore si chiama Bute in omaggio a uno degli Argonauti, anche lui capace di tuffarsi in mare per raggiungere le Sirene. Certo, Poseidonia, città d’acqua, è stata, come molti insediamenti della nostra penisola nella prima metà del primo millennio a.C., un luogo d’incontro di varie etnie, fra di loro in conflitto o in forme (meno frequenti) di convivenza. Non mi sono addentrato, nel racconto, in queste discussioni e relative ricerche, pur avendo presenti le varie ipotesi sulle origini del morto, sulla localizzazione della tomba, periferica rispetto all’insediamento pestano ecc., ma mi è parso di poter affermare, anche nell’utilizzazione dei miti antichi che ho richiamato per il mio racconto, che la cultura greca ha avuto maggior forza nel gestire la colonizzazione e nell’orientare il contatto con le culture e popolazioni già presenti sul suolo italico – particolarmente suggestiva, anche dal punto di vista dei manufatti e delle pitture tombali, la presenza dei Lucani – tenuto anche conto del progressivo affermarsi della cultura romana.

Nel libro ci offre un saggio di quella che definisce diacultura o ricezione, una sorta di rilettura moderna e riattualizzata della cultura classica: quale ruolo, a Suo avviso, per la classicità nella società contemporanea?
Per rispondere adeguatamente a questa domanda – e ricordo che ormai da pensionato posso anche tracciare un bilancio della mia attività che ha attraversato diversi periodi cruciali della storia politica e culturale italiana – devo fare qualche passo indietro e ricordare che quando, negli anni ’70, i metalmeccanici ebbero dal loro contratto la possibilità di usufruire di 150 ore di formazione culturale, anche nelle università, ci attivammo in molti alla Facoltà di Lettere della Federico II di Napoli, già politicamente impegnati in partiti e movimenti di sinistra; non avevo però ben chiaro, in quel momento di forte ideologia, quale contributo potessi dare, con le mie competenze, al confronto con i colleghi modernisti, storici, sociologi ecc. Ora, forse, avrei le idee più chiare e farei agire meglio quella che ho chiamato diacultura. Mi spiego: è una pratica di rapporto col mondo antico che ho esercitato da molti anni anche se solo recentemente ne ho definito meglio i contorni. Nel 1983, in occasione di un congresso internazionale di Papirologia, pubblicai sul Manifesto un’intervista col Vesuvio in cui il vulcano rivendicava il suo ruolo positivo nella conservazione dei papiri di Ercolano. Più recentemente ho messo in scena un lungo monologo, Fu mio nonno a chiamarmi Odisseo, in cui si alternano letture di versi dell’Iliade e dell’Odissea a riflessioni sulla vita di un eroe capace di affrontare così tante peripezie (il video è disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=RJsRWN_L9qg). Non ho, dunque, un atteggiamento sacrale o ‘religioso’ verso il mondo antico che, in quanto umano, profondamente umano, non è a mio parere un modello o uno scrigno di valori universali e perenni. Fu, intanto, un mondo complesso, come sono le culture in genere, non generalizzabile e non riconducibile a stereotipi. Lo sguardo antropologico è servito a indagare meglio in quelle culture e a superare, io spero definitivamente, un classicismo che ha avuto le sue stagioni anche vivaci, ma ora non credo abbia più niente da offrire. Non si tratta, dunque, per gli antichisti, di attualizzare i classici o le culture antiche, renderle cioè capaci di parlarci ancora, magari schierandosi dalla parte di questo o quel pensatore antico o addirittura scrivendo in greco antico su temi moderni. Gli attuali siamo noi, ciascuno e ciascuna con le proprie storie, e oggi siamo in grado di guardare alla complessità di quei mondi, molto diversi dai nostri, per cercare di comprenderne le dinamiche interne, le contraddizioni, le luci e le ombre. Non c’è stato il vuoto, nei secoli che ci separano dall’Atene di Pericle o dalla Roma di Augusto; per questo, nel ripensare a quelle culture per tentare di farle rivivere nel nostro presente – rivivere, non renderle attuali, rivivere per come furono capaci di vivere – non possiamo ignorare tutti gli strati culturali che si sono accumulati da loro a noi, fino al nostro presente, e che interagiscono necessariamente, inevitabilmente, direi, con quel passato. La diacultura è dunque una possibile ricezione proficua del passato, secondo la quale il passato si presenta per quello che è stato, non per il modello che alcuni pensano possa essere, per l’insegnamento che alcuni pensano ancora possa dare, ma come forma antica e diversa di umanità, più facile forse da interpretare perché, nel tempo, abbiamo recepito e sentiti più vicini a noi alcuni passaggi chiave delle loro storie. Ma con la consapevolezza che ci allontaniamo sempre più da quei mondi, che quindi dobbiamo solo preoccuparci di conservare al meglio, con tante altre cose, nel nostro patrimonio culturale come elemento dialettico di analogia, di arricchimento. La diacultura non teme dunque i corto-circuiti arditi perché sa praticare le distinzioni e riconoscere le differenze; la diacultura accumula, non sostituisce o assolutizza; complica, non semplifica. La rilettura moderna dei classici, dei loro autori, delle vite che li hanno prodotti, non è dunque una lettura che attualizza, ma una lettura che precisa i confini: ripeto, le diversità. Continuerò a confrontarmi orizzontalmente con i miei contemporanei e le mie contemporanee, da antichista, perché so che è con loro che dovrò fissare gli obiettivi del mio vivere e lottare o fare compromessi per realizzarli, non con Demostene o Cicerone o Seneca o altri, che invece mi serviranno ad arricchire la consapevolezza del divenire, del passare del tempo e delle trasformazioni. Penso, dunque che questo possa essere uno dei modi di rileggere la cultura antica nella nostra epoca, accanto a modi simili, purché si pongano l’obiettivo, come ho avuto già modo di scrivere, non di difendere il fortino dagli assedianti, ma di divulgarlo e renderlo familiare e visitabile, pur nella sua diversità, per decidere di inserirlo nelle nuove forme di conoscenza. Insomma, col mio racconto, Il segreto del Tuffatore, ho voluto scrivere un viaggio di fantasia sostenibile nel passato, con i piedi ben piantati nel presente.

Luigi (Gigi) Spina, Salerno 1946, ha insegnato Filologia classica all’Università Federico II di Napoli ed è stato Chaire Gutenberg all’Università di Strasburgo nel 2009. È segretario dell’Associazione Antropologia e Mondo Antico. Per il CV e per l’elenco completo delle sue pubblicazioni (volumi e articoli), comprese quelle non professionali e alcuni video, per la maggior parte scaricabili, si rinvia al sito www.luigigigispina.altervista.org

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