Prof. Alessandro Meluzzi, Lei è autore insieme al Col. Fabio Federici del libro Il se e il ma delle investigazioni. Riflessioni tra criminologia, diritto ed esperienza sul campo edito da Oligo. Il Vostro saggio mette a confronto il punto di vista del detective e quello dello psichiatra criminologo: in che modo le due figure possono collaborare nella lotta contro il crimine?
Il se e il ma delle investigazioni. Riflessioni tra criminologia, diritto ed esperienza sul campo, Alessandro Meluzzi, Fabio FedericiLe due figure arrivano in momenti diversi sulla scena del crimine. Giunge per primo il detective che con occhio clinico deve essere in grado di catturare i dettagli fuori posto. Solo in un secondo momento interviene lo psichiatra forense che può dare una lettura anamnestica degli indizi ritrovati dal primo. I due professionisti divergono a volte proprio nell’analisi dei dati ma spesso convergono nella soluzione finale. Il detective si basa sui fatti concreti ed empirici che si toccano con mano mentre lo psichiatra forense va alla ricerca di fatti malleabili e indimostrabili che hanno a che vedere con la mente del carnefice e della vittima. Forse ciò che unisce le due figure è proprio la legge, intesa come sovra-determinazione della socialità umana.

Fino a che punto è possibile calarsi nella mente dell’assassino?
In realtà, non ci si può calare nella mente di un criminale fino in fondo. Infatti, si possono comprendere le motivazioni che l’hanno indotto a compiere un atto criminoso ma -e c’è sempre un ma nelle investigazioni- ci si arresta di fronte alla condivisione etica del fatto criminale. È come un antropologo che va a fare la sua ricerca sul campo e deve capire un rito che ha dell’incredibile. Ebbene, non potrà mai carpire in ogni dettaglio quel rituale che rimarrà sempre oscuro. Probabilmente finché non ci sarà una piena condivisione del crimine non avverrà mai una comprensione totale di esso e della mente che l’ha generato. La mente di un assassino è messa nero su bianco in una perizia, il cui fine è la spiegazione del movente, ma quella psiche è un prisma da cui sgorgano centinai di colori.

Quali sono gli strumenti a disposizione degli investigatori nel loro lavoro?
Credo che ogni investigatore possa imbracciare molti strumenti, tra cui alcuni assolutamente innati come l’intuito, le percezioni e l’istinto. Ma non tutti sono dotati dalla nascita di caratteristiche utili a forgiare la mente di un investigatore. Ci sono certamente strumenti alla portata di tutti. Innanzi tutto, lo studio che -sembra banale dirlo- è fondamentale per un bagaglio di esperienza non vissuta volta a dare il primo copyng necessario a svolgere questo mestiere. In secondo luogo, l’esperienza vera e proprio. Quindi, quella che un antropologo chiamerebbe esperienza sul campo. Esistono tante porte per entrare nel mondo delle investigazioni: il medico legale, lo psicologo, l’antropologo -ca va sans dire-, il poliziotto e altre figure legate alle forze dell’ordine. Proprio da queste entrate professionali si possono assimilare gli strumenti necessari ad investigare. Infine, l’empatia che è una caratteristica filogenetica.

Qual è il ruolo della prova logica nella ricostruzione della verità processuale?
La logica è un’arma a doppio taglio. Spesso nei film gialli o nelle serie TV poliziesche si sente dire che la soluzione più logica è quella più vicina alla verità. Ed è così nella maggior parte dei casi, perché può accadere che per mancanza di prove si arrivi a raccontare una verità processuale che sembra scaturire direttamente dalla mente di un romanziere. Purtroppo, nei tribunali non si ricerca la verità o il colpevole ma si tenta di rintracciare una delle verità e un colpevole che si avvicini all’idea che gli investigatori si sono fatti. Ed è l’aporia epistemologica per eccellenza nella criminologia. È la stessa questione affrontata prima per la mente del criminale: non possiamo calarci fino in fondo nella verità fattuale. Neanche con la logica.

Qual è invece il ruolo del giudice?
Ecco, non vorrei pronunciarmi su questo punto perché è molto delicato e come direbbe Gregory Bateson solo gli angeli potrebbero posarci i piedi. Posso dire che il giudice ha un ruolo molto difficile perché deve basarsi sulle perizie che lui non redige. Deve fidarsi e deve possedere esattamente quegli strumenti innati che un investigatore dovrebbe avere sviluppato ed esercitato sul campo: intuizione, istinto ed empatia. Sulla base di questa fiducia nei periti il giudice può prendere decisioni lontane dalla verità sostanziale, avvicinandoci di più alla verità processuale che tende a coincidere con la verità mediatica.

Qual è l’influenza dei mass media nell’odierno mondo della giustizia?
I mass media hanno un’influenza abnorme sull’evoluzione di un processo. Infatti, come dico anche nel libro, la fase davvero importante del processo è quella in cui nessuno è ancora indagato dalle istituzioni. Ma è indagato dall’opinione pubblica che si fa un’opinione su quello che i giornali dicono, la televisione trasmette, la radio rivela e il web profetizza. Credo che oggi come oggi tutti si possano definire investigatori. Nel nuovo millennio tutti possono essere detective con la raccolta di dati considerati validi. Lo smartphone ci rende capaci di fotografare o filmare un evento, rendendoci tutti spettatori-testimoni ma anche giornalisti-reporter che diffondono una verità filtrata ma pur sempre una verità. In questo senso, consiglio a tutti di vedere un film in bianco e nero del 1950 intitolato Rashomon, che spiega bene quali siano i pericoli insiti nei mass media, nonostante nella pellicola non ci sia neanche l’accenno ai mezzi di comunicazione di massa. Buona visione!