Il ruolo della scuola per l’Unità d’Italia. L'istruzione negli Stati italiani dell'Ottocento, Ettore PuglisiProf. Ettore Puglisi, Lei è autore del libro Il ruolo della scuola per l’Unità d’Italia. L’istruzione negli Stati italiani dell’Ottocento edito da Historica: quale ruolo ha svolto l’istruzione pubblica, all’indomani dell’Unità d’Italia, per lo sviluppo del nostro Paese?
La frammentazione dello stato italiano fino al 1861 non ha certamente aiutato in tema di istruzione pubblica. Benché tutti gli stati si fossero dotati nel tempo di leggi e regolamenti su questo tema, molto spesso si creava l’impalcatura legislativa ma raramente si facevano entrare materialmente gli studenti all’interno delle scuole che erano presenti. Solo il Lombardo Veneto infatti puniva economicamente, in teoria, quei genitori che non facevano frequentare la scuola ai propri figli. Si pensi che anche la legge Casati, nata per il Regno Sardo e poi estesa a tutto il territorio nazionale, non prevedeva alcuna ammenda per chi non frequentava. La scuola era aperta a tutti, maschi e femmine con programmi simili, ma tutto rimaneva a carico dei comuni che certo non versavano in condizioni economicamente ottimali e le risorse che avevano dovevano essere utilizzate per altri servizi.

Le famiglie, parliamo soprattutto dei ceti medio bassi, avevano più interesse a far lavorare i propri figli che non istruirli. Per questo motivo sarà necessario attendere alcuni decenni per vedere scendere sotto il 50% il tasso di analfabetismo in Italia che nel 1861 si attestava attorno al 78%. Il dato con cui l’Italia si presenta all’unità, escludendo la Russia in cui vi era ancora la schiavitù, è il peggiore d’Europa se si pensa che Inghilterra, Francia e Austria erano sotto il 40%.

Come detto prima ci vorranno anni prima che i programmi scolastici formino realmente una “coscienza” italiana.

In quale situazione versava l’istruzione pubblica negli Stati preunitari del XIX secolo?
Come detto ogni Stato si era dotato di leggi e regolamenti in tema di istruzione pubblica ma nella realtà tutto era apparenza poiché mancava, tranne in una buona parte dei domini austriaci, l’applicazione delle norme che venivano emanate. Mancavano le dotazioni scolastiche di base, spesso mancavano i locali veri e propri che venivano in gran parte donati da privati cittadini.

Quali provvedimenti adottò il nuovo Stato unitario per l’istruzione pubblica?
La legge Casati, nata per l’istruzione del regno sardo, venne ampliata a tutto il territorio nazionale dando compito ai comuni di provvedere, anche in forma associata – quasi l’istituto comprensivo odierno – , a tutto l’occorrente. Molto spesso queste scuole, più che sul contributo comunale, potevano contare su lasciti dei cittadini e piccoli benefici concessi dall’amministrazione. Se si prende per esempio la convenzione stipulata il 2/11/1842 tra il Maestro e Cappellano di Traversella e l’amministrazione comunale la stessa concedeva al Maestro di abitare gratuitamente nella casa di proprietà del Comune mentre per lo stipendio si rimandava al “lascito Colombina” e, sempre nello stesso Comune, la scuola femminile viene avviata grazie ad un altro lascito. È anche bello notare come proprio in quel comune, a partire dal 1880, ci sia la prima scuola mista maschi/femmine. Sicuramente dopo il 1861 l’attenzione sul tema istruzione si fa più pressante e lo Stato è attento alle esigenze degli scolari ma il lasciare la parte economica a carico dei comuni certamente non aiuta.

In che modo la scuola italiana rimane ancorata alla tradizione ottocentesca?
Per comprendere bene il perché la scuola italiana sia ancora, in parte, ancorata alla tradizione ottocentesca è necessario fare alcuni esempi. Si pensi agli stipendi dei Maestri e Maestre che sono sotto la media ora come allora, il Maestro unico era già previsto nell’ottocento mentre i due Maestri, novità (!!!) degli anni novanta, erano già previsti nella filosofia Scolastica di epoca medievale. Le materie di insegnamento sono pressoché le stesse anche se a differenza di due secoli fa oggi risultano molto annacquate. La Storia e la Geografia, per citarne due, prevedevano un approccio forte alla nostra Nazione mentre oggi hanno caratteri, purtroppo, più blandi.

Qual è la situazione dell’istituzione scolastica negli altri paesi europei?
La scuola italiana, specialmente la scuola elementare, è sempre stata una delle scuole più avanzate al mondo. I dati di oggi, purtroppo, dimostrano invece il contrario. L’impianto scolastico europeo è molto simile ma vi sono differenze organizzative che incidono notevolmente sul buon andamento della scuola stessa.

Di quali provvedimenti avrebbe bisogno la scuola italiana?
La scuola italiana, oggi, ha necessità di una riforma organica che la coinvolga a 360 gradi e, soprattutto, che sia sperimentata per almeno un decennio e non modificata a ogni cambio di governo.

La scuola ha senza alcun dubbio la necessità di essere rivista tanto dal punto di vista educativo quando dal punto di vista organizzativo.

Da anni si parla di individualizzazione e personalizzazione dell’insegnamento ma questi concetti non possono essere penalizzanti ma devono essere, per loro natura, includenti.

Proprio in questi giorni è tornato il dibattito sulle classi “pollaio” che certamente sono una delle piaghe della nostra scuola. Arrivare ad una scuola sul metodo inglese con piccole classi divise per livello è la vera inclusione: vuol dire dare a chi ha difficoltà un livello di preparazione adeguato ed alle eccellenze quello di non rimanere indietro potenziando le competenze.

Quale futuro, a Suo avviso, per la scuola italiana?
Il futuro della scuola è strettamente collegato al futuro del nostro Paese. Se non si investe su questa colonna portante il futuro non potrà che essere grigio. La scuola deve essere rivista ponendo al centro gli attori principali e cioè i bambini che devono veder sviluppate le proprie competenze e le proprie inclinazioni ed anche gli insegnanti che sono sempre più abbandonati ad un ruolo di “parcheggiatori” più che di educatori. Non bisogna aver paura di tornare a bocciare nelle scuole elementari perché, alcune volte, è l’unico modo per dare reali motivazioni agli studenti ed alle famiglie.

I bambini devono riuscire a sviluppare sempre più la propria personalità: dividere le classi in piccoli gruppi in base ai livelli di ciascuno, e dividendo per materia, aiuta a raggiungere i livelli di preparazione di cui ogni studente è potenziale portatore.

Gli insegnanti devono sentirsi gratificati, non solo economicamente, ma anche come riconoscimento di un ruolo da parte di tutti gli attori che compongono il mondo della scuola, genitori compresi.

Ettore Puglisi è nato a Torino nel 1978, laureato in Scienze della Formazione e in Scienze Pedagogiche ha conseguito altresì tre Master universitari. Papà di due splendide bambine: Giulia e Beatrice. Docente di ruolo nella scuola statale è appassionato di storia. In ambito politico ha ricoperto varie cariche: da consigliere di Circoscrizione a provinciale di Torino oltre ad incarichi in Istituzioni pubbliche tra cui l’ente per il Diritto alla Studio dove è stato nominato, nel 2010, nel consiglio d’amministrazione. Dal 2014 ricopre la carica di Assessore della Città di Orbassano. Come autore ha scritto già un libro di poesie Il suono che va e ha anche scritto un altro testo con altri autori I peggiori sprechi della Giunta Bresso.

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