Il rumore del mondo, Benedetta Cibrario, trama, recensione«Nel ricordo, ogni cosa era di nuovo come doveva essere. La capacità di riversare la sua luce dorata su coloro che l’hanno vissuta è la vera forza di un’infanzia serena […] una riserva di serenità infantile così copiosa da far sentire il proprio influsso anche quando l’infanzia era ormai trascorsa da tempo. Il chiarore gentile di un’estate perpetua, capace di tenere a bada l’oscurità.»

Trama

Prospero Vignon ed Anne Bacon si sposano a Londra dopo un colpo di fulmine all’arena di Vauxhall. Lei è figlia di un ricco mercante di seta, con idee moderne e un’educazione eclettica e singolare per l’epoca (siamo nella prima metà dell’ottocento, la regina Vittoria è ancora giovanissima), lui un rampollo della nobiltà piemontese che sta facendo carriera nell’esercito con la speranza di un futuro da diplomatico.

I due si separano poco dopo il matrimonio: Prospero viene richiamato in patria con urgenza, Anne vuole lasciare Londra con calma prima di affacciarsi alla sua nuova vita torinese, lontana dalla sua Londra e dagli affetti più cari.

Durante il faticoso viaggio verso la rosea vita coniugale dei suoi desideri Anne si imbatte però nel vaiolo, che le lascia profonde cicatrici sul volto e nell’anima, deturpando per sempre il suo incarnato perfetto e intaccandone così la bellezza. Anne sa bene che il suo matrimonio non si basa tanto su un amore solido quanto su una forte attrazione mista a curiosità verso l’altro e si decide a ripartire per Torino solo dopo un lungo periodo di timori e riflessioni, durante il quale stringe una preziosa amicizia con Theresa Manners, vedova inglese con la passione per i viaggi che Huntley Bacon, padre premuroso e moderno, ha scelto come chaperon per la figlia.

Arrivata finalmente a Torino, ad Anne e a tutti i presenti al suo ricongiungimento con Prospero è chiaro fin da subito che il matrimonio è finito ancor prima di cominciare: il marito fa di tutto per non starle vicino, ma Anne non dispera e stringe un inaspettato sodalizio con il suocero Casimiro Vignon, conservatore affezionato alla politica dell’ancien regime ma pronto a lasciarsi coinvolgere dalle novità botaniche, economiche e – perché no? – sociali del giovane e rumoroso secolo che sta vivendo.

Casimiro è un uomo duro, forgiato dal fuoco delle guerre napoleoniche – di cui porta sempre con sé un souvenir – e poco incline alle moine, ma si affeziona presto a quella nuora così diversa dalle dame torinesi. Con lei riesce a condividere la passione per la campagna del Mandrone, un vero e proprio rifugio dalle malelingue della società, dall’infedeltà di un marito tragicamente innamorato di un’altra donna e dal rumore del mondo, sempre più in fermento e pronto a esplodere nei moti del ‘48.

«La curiosità è considerata dagli italiani un’attitudine perfettamente legittima e ciò che accade nel palazzo, nel vicolo o nel quartiere tocca da vicino tutti coloro che vi abitano. […] Costoro sono popoli meridionali, anche se vivono ai piedi delle Alpi; la geografia, se bene interpretata, ci insegna che ogni cosa è relativa, il nord e il sud, l’est e l’ovest sono semplici convenzioni che possono portarci fuori strada se, invece di adoperarle soltanto per individuare una rotta, ce ne serviamo per classificare troppo rigidamente i popoli.»

Anne, spaventata e a disagio a causa della sua nuova condizione e palesemente superflua per il marito, si dà da fare e dona sé stessa agli altri: dalle ragazze indigenti dell’Istituto gestito da Giulia Oddenino all’imprudente ed entusiasta imprenditore Enrico Verra, dispensa consigli, denaro e attenzioni e si fa benvolere da tutti, decide di non voltarsi indietro e matura fino a trovarsi a proprio agio nei più sfarzosi salotti torinesi, fianco a fianco con personaggi che faranno la storia e che, proprio in quegli anni, stanno facendo l’Italia.

Recensione

Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario, edito da Mondadori e secondo classificato al Premio Strega 2019 con 127 voti, è un romanzo parecchio eclettico nel tono del narrato, nelle vicende, nel ritmo, nel variegato stile di linguaggio e in altri aspetti più sottili. In questo senso Il rumore del mondo potrebbe considerarsi come una prova di bravura superata a pieni voti: Benedetta Cibrario con la scrittura ci sa davvero fare e riesce a proporci umori, caratteri e pensieri dei suoi personaggi accanto a fatti storici di rilievo mantenendo una scrittura sempre morbida, piana a volte fino ai limiti del tedio ma sempre puntuale, accurata, precisa.

Il romanzo, complesso non solo per l’accuratissima ambientazione storica, si snoda seguendo due diverse tecniche narrative: un punto di vista interno ma mai in prima persona che rimbalza tra i personaggi principali e alcuni intermezzi epistolari fondamentali per comprendere reazioni, note caratteriali e sfumature dei protagonisti e gli eventi storici che nutrono la narrazione, su cui però talvolta ci si dilunga un po’ troppo.

«E comunque non è leggendo i giornali che possiamo farci un’idea di quello che succede. Sono le chiacchiere e i borbottii che ci informano. Sono le mezze frasi il metro con cui dobbiamo misurare l’attualità. Il passato è passato solo per modo di dire. Soltanto gli imbecilli non imparano dalla storia. Io quello che ho imparato ce l’ho stipato tutto qui dentro.” Disse Casimiro battendosi la fronte. “Io voglio capire prima di dimenticare.»

In fatto di ambientazione storica e narrazione degli eventi attraverso pettegolezzi, parole e umori di personaggi di fantasia che osservano, conversano e talvolta agiscono nel mosaico della grande storia, Il rumore del mondo si configura come un’opera monumentale, straordinariamente tratteggiata ed esposta con uno stile sempre gradevole che non scade mai nel didascalico.

Come in un Via col vento all’italiana, accompagniamo i protagonisti lungo una vicenda decennale ricca di fermenti politici e intellettuali che cambieranno per sempre il mondo, la società e i personaggi coinvolti, ma questi fermenti rimangono sullo sfondo come un chiacchiericcio, ci vengono raccontati attraverso pettegolezzi e conversazioni da salotto e inevitabilmente – come del resto è proprio delle chiacchiere da salotto – finiscono talvolta per annoiare più che appassionare.

Da show don’t tell a show del tell, piombiamo da Via col vento dritti dritti dentro Orgoglio e pregiudizio. Gli elementi del romanzo ottocentesco, insomma, ci sono tutti e sebbene Anne non possa contare sullo stesso sfrontato carisma di Rossella O’ Hara, stupisce piacevolmente in diverse occasioni come Lizzy Bennet non sarebbe in grado di fare: la conosciamo mentre si dispera per la sua bellezza perduta, ma rivela presto una tempra forte che le consente di accontentarsi di un matrimonio infelice senza inaridirsi; Anne rimane salda nelle sue decisioni senza più concedersi il lusso di cedere ai suoi desideri più intimi e neanche così fuori luogo – dapprima il ritorno a Londra e poi qualche momento con il caro e focoso Enrico – lascia andare i suoi esigui affetti con maturità – la fedele Eliza, l’irrequieta signora Manners, l’affettuosa ma assente sorella Grace e infine l’amato padre – senza rimanerne sconvolta, si consola anzi dando sé stessa con operosità e rassegnazione ma senza mai compiangersi e avanza verso il futuro a testa alta.

Intorno a lei, alcuni personaggi sono meravigliosamente tratteggiati – Casimiro Vignon è un superbo esempio – mentre di altri, tra cui proprio Prospero riusciamo a scorgere solo una superficie a volte un po’ insipida. Dispiace che altri personaggi ancora svaniscano nel nulla improvvisamente – come la serva Angiola che inizialmente sembra dover rivestire un ruolo di primo piano – e che altri, come Grace e Huntley Bacon, vengano appena sfiorati dalla narrazione nonostante il loro ruolo talvolta centrale, ma è un sacrificio che compiamo ben volentieri sull’altare di una narrazione di più ampio respiro, meno frammentata e più incentrata sui due reali protagonisti e sui loro modi opposti di guardare al mondo, che comunque non entrano mai in conflitto.

Se infatti Anne guarda a ciò che accade a lei e a coloro che la circondano con occhi giovani, freschi e pensieri formati da un’educazione aperta e liberale, Casimiro può contare sulla memoria e l’esperienza della vecchiaia. Sopravvissuto da aristocratico al secolo della rivoluzione francese e segnato nell’animo e nella spalla dalle guerre napoleoniche, crede in maniera ferrea in ideali ancora più vecchi di lui ma, forse a causa del fantasma di una moglie colpevolmente ignorata e mai dimenticata, mostra curiosità e fiducia nei confronti delle innovazioni ottocentesche.

Anne e Casimiro rappresentano le due anime di un secolo pieno di conflitti, che invece di lottare fraternizzano e si uniscono per la comune causa del Mandrone. E in questa ottica, forse, possiamo tirare i fili di alcuni riferimenti estremamente attuali – uno tra tutti, quello ai vaccini scoperti e sperimentati già da qualche anno, che avrebbero potuto proteggere Anne dal vaiolo – e intuiamo una risposta valida a quelle stagioni di tumulto in cui ideali volti a un passato retrogrado e idee più progressiste si contendono la direzione di una società in veloce mutamento, frammentaria e difficilmente comprensibile a chi la vive dall’interno come un mosaico con le tessere mischiate.

Il rumore del mondo a conti fatti è proprio questo: un’orchestra inconsapevole. O, per rimanere nel tema del romanzo, un complesso intreccio di leggeri fili di seta che compongono un arazzo ottocentesco.

Ambra Stancampiano