“Il rosso e il nero” di Stendhal: riassunto trama

«Il Rosso e il Nero o dell’antinomia: il titolo del romanzo, oscuro per i lettori ottocenteschi (del resto, Stendhal si considera autore “postumo” profetizzando una propria attualità nel ‘900), preliminarmente simbolizzerebbe nel colore rosso l’emblema della rivoluzione napoleonica e, nel nero, la volontà di dominio del gesuitismo figlio della Restaurazione. Come vuol notare Massimo Bontempelli nella prefazione al romanzo da lui tradotto e pubblicato, per la prima volta in italiano, nel 1913, “Il Rosso e il Nero vuol dire: entusiasmo e ipocrisia, l’eroico e il subdolo, Napoleone e i Gesuiti”.»

Parte prima

Capitoli I-X

«Situata fra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera, Verrières è abitata da contadini, boscaioli e falegnami sovrastati da una ristretta classe agiata che tra i maggiori rappresentanti ha il sindaco Rênal, industriale del ferro.

Il conservatore Rênal, che a Verrières ha un unico avversario, Valenod, direttore del Ricovero di mendicità e finto-liberale aspirante sindaco, ha tre figli e una giovane moglie, la ricca ereditiera trentenne Louise con cui Rênal cerca un precettore per la prole. Finché lo individua nel diciannovenne Julien, ultimogenito del vecchio Sorel, contadino, boscaiolo e padrone d’una segheria arricchitosi con la lavorazione e il commercio del legname.

Julien Sorel assume servizio in casa Rênal, guadagnandosi la stima dei padroni e la devozione dei bambini. Pur soddisfatto del cambiamento di vita che gli consente di sottrarsi alle angherie del padre e dei fratelli coi quali non vorrebbe più avere legami, Julien si sente comunque a disagio coi frequentatori della famiglia Rênal, congerie di arricchiti boriosi, ignoranti e insolenti.

Diversa da ognuno è Louise, la padrona di casa per la quale sente un’attrazione non dissimile da quella che spontaneamente lei prova per lui. Ma il sentimento affiorante in Julien è avvelenato dal suo “odio immenso” per la classe dei ricchi.

Capitoli XI-XX

Louise è letteralmente sconvolta per quanto le sta succedendo: pensa alla gravità del suo tradimento verso il marito e, come mai accadutole, si sente “spregevole”. La sera, in giardino, Julien stringe di nascosto la mano di Louise e, se la lascia, subito è lei a prendere la sua. È in questo momento di euforia che lui decide d’averla. Da parte di Stendhal la notte d’amore dei due non è descritta bensì soltanto ‘suggerita’ attraverso un ripetuto gioco di litote, figura retorica, nel caso, di una forma d’‘autocensura’ o garbata discrezione.

Julien, come deluso dalla facilità della conquista, che ora trova mediocre paragonata alle proprie presuntuose aspettative, schiavo di un’incorreggibile scontentezza, si domanda: “Essere felice, essere amato, non è che questo?”.

Profondamente innamorata, ogni notte Louise attende Julien quasi incredula che lui, più giovane di dieci anni, possa corrisponderla. Finché, malgrado la sua tracotanza, convintosi che lei non lo considera un inferiore, anche Julien si convince d’essere “perdutamente innamorato”. Una nuova maturazione, sentimentale e umana, è quella che Stendhal delinea nel suo contrastato personaggio.

Il ritorno del precettore nella casa di Vergy è segnato dalla malattia d’uno dei figli della signora Rênal, che ora si figura una divina punizione per il suo peccato d’adulterio. A stento Julien la dissuade dal rivelare tutto al marito. Il loro amore clandestino è una ferita che in Louise, pervasa dai sensi di colpa, è aperta e sanguinante.

Presto il bambino guarisce mentre un pericolo nuovo sembra incombere sulla signora, tradita dalla malfida cameriera Élisa che, gelosa di lei, racconta della tresca a Valenod. Questi, che invidia e odia Julien, non perde tempo a mandare, anonimamente, una lettera al marito di Louise. Julien intuisce il pericolo ed evita ulteriori visite notturne all’amante dopo averla avvertita dei sospetti del marito.

Capitoli XXI-XXX

Dopo la lettera anonima attribuita a Valenod, il sindaco Rênal non riesce a darsi pace. Vagheggia d’uccidere senza pietà moglie e amante, però lo impressiona il pensiero del sangue sparso. Pensa di bastonare a dovere Julien, ma teme lo scandalo che ne conseguirebbe. Sa poi che, scacciando la moglie fedifraga, finirebbe per alienarsi le ricchezze da lei portate in dote con la cospicua eredità d’una vecchia zia vivente a Besançon. Quest’ultimo pensiero lo decide a sospendere ogni idea di vendetta.

Rênal decide di mandare Julien al seminario di Besançon per un anno, allontanandolo dalla propria moglie. La prima impressione di Julien entrato in seminario è quella, sgradevolissima, di trovarsi prigioniero d’un universo alieno e ostile che lo fa sentire come caduto in “un inferno in terra”. Frequenta soltanto il direttore, l’abate Pirard, giansenista dall’aspetto feroce e dai modi bruschi. Su indicazione di Pirard, Julien viene assunto come segretario dal marchese La Mole.

Parte seconda

Capitoli I-X

Pervenuto al palazzo di La Mole nel quartiere Saint-Germain, Julien incontra il marchese e la marchesa nonché i figli dell’augusta coppia. Il carattere della figlia del marchese, la bionda e seducente Mathilde i cui occhi “scintillanti” sono pieni d’arguzia, è un compendio di quello beffardo e mutevole di La Mole e dello snobismo della moglie, la formalistica marchesa maniaca dell’etichetta.

Sempre più nelle grazie di La Mole che medita di fargli ascendere in breve la scala sociale, Julien è inviato in missione a Londra. Qui conosce alcuni nobili russi, fra cui il principe Korasoff che lo accoglie e tratta come suo uguale.

Non passa molto tempo e Julien riceve da La Mole, che va spacciandolo per il figlio minore del duca di Chaulnes, “la croce di cavaliere”. L’onorificenza lo rende più sicuro dell’acquisita dignità: lo testimonia da un po’ il suo aspetto curato ed elegante in perfetto ‘stile inglese’. Quella del perfetto dandy è adesso l’impressione che lui desta in Mathilde. È l’inizio dell’interesse dell’altezzosa fanciulla per Julien. Ancora una volta, i suoi pensieri cadono preda d’una strategica tracotanza: “Ebbene, è bella” pensa. “L’avrò, poi me ne andrò, e guai a chi mi disturberà nella fuga”.

Capitoli XI-XX

Questa parte del romanzo insiste sui salienti Mathilde e Julien. Reso privo d’ogni baluardo d’impenetrabilità, Julien è sconfitto dalle incongruenze oltraggiose di un’amante nevrastenica e intrattabile che lo aliena e prostra con assurdi comportamenti.

Capitoli XXI-XXX

Il marchese La Mole convoca Julien e gli affida una missione, molto riservata, a Strasburgo. Frattanto, Julien è come perso pensando a Mathilde divenuta la sua tiranna. La demenziale personalità di Mathilde, le sue misteriose tensioni, continuano ad occupare la scena: nel panico per l’ostentato distacco dell’amante offeso, ora cerca di recuperare il proprio ascendente sottomettendoglisi ancora una volta.

Capitoli XXXI-XLV

Prosegue la schermaglia fra Mathilde e Julien che si domina ferocemente per non tradire l’emozione destatagli ogni volta dal contatto con la ragazza. Sente d’adorarla, ma in lui è adesso più forte il bisogno di piegarne l’orgoglio.

Ritrovatasi incinta, Mathilde lo annuncia con euforia all’amante ancor più stupefatto dal suo proposito di raccontare tutto al padre, marchese La Mole. Dopo avere fantasticato su come punire il seduttore della figlia (farlo sparire, sopprimerlo), il marchese si rassegna ad offrirgli una rendita: apparendogli disonorevole che Mathilde sposi un uomo povero.

Julien sta godendo a Strasburgo della sua nuova condizione nobiliare quando riceve un’allarmante lettera di Mathilde che lo esorta a tornare con la massima urgenza a Parigi. Giunto al palazzo La Mole, è ricevuto dalla ragazza che gli annuncia un ripensamento del padre giustificato da una lettera della signora Rênal dove Louise descrive Julien come un profittatore senza scrupoli che ha sedotto Mathilde solo per far carriera nell’alta società.

Allora, in preda allo sconcerto e a un’ira incontrollata, Julien parte per Verrières e acquista un paio di pistole cariche prima di raggiungere la chiesa nuova del paese presso cui Louise ha l’abitudine d’intrattenersi in preghiera. Qui, non appena la vede, s’avvicina e le spara. La prigione che ne consegue, i ferri ai polsi, la solitudine della cella non scuotono l’insensibilità e la stanchezza che lo pervadono come dopo un’anestesia.

Nel chiuso della cella, Julien impara a sopportare la segregazione. Fuma beandosi e si rimprovera d’avere imparato troppo tardi “l’arte di godere la vita”. Giunge il giorno del processo, che inizia di mattina al cospetto d’una folla giunta a Besançon dalla provincia. Il processo si prolunga fino a notte, quando Julien prende la parola ricusando ogni possibile grazia e dichiarandosi pronto a subire il verdetto. Questo giunge poco dopo le due di notte ed è di condanna alla ghigliottina. Ritornato in cella e aspettando l’esecuzione, Julien capisce d’avere amato col cuore soltanto Louise, “unicamente lei”.

Il costante pensiero di Julien invoca Louise che, miracolosamente sopravvissuta, giunge a trovarlo. S’abbracciano commossi e Julien le rivela d’averla sempre amata. È in questi suoi ultimi giorni che Julien impara cosa poteva essere, e come insensatamente lui l’abbia buttata via, la felicità di vivere ed amare.

La mattina del giorno dell’esecuzione, Fouqué, per ordine di Julien, ha condotto via Mathilde e Louise. Tornato accanto al corpo senza vita dell’amico ghigliottinato per trascorrere con esso la notte, assiste all’arrivo di Mathilde che, pazza di dolore, chiede di vedere il cadavere. Fissando la testa recisa, la raccoglie tra le mani, la colloca su un ripiano di marmo e la bacia in fronte. Poi partecipa alla cerimonia di sepoltura nella piccola “grotta selvaggia”, così cara a Julien, nascosta sui monti del Giura dominanti Verrières. Louise, mantenendo la promessa fatta a Julien, non si uccide ma muore tre giorni dopo l’amato, abbracciando i figli.

liberamente tratto da Una tragica giovinezza. Il rosso e il nero di Stendhal, di Stefano Lanuzza, Jouvence editore

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