Il Rinascimento parla ebraico, Giulio Busi, Silvana GrecoIl Rinascimento parla ebraico
a cura di Giulio Busi e Silvana Greco
Silvana Editoriale

Il libro prende titolo dall’omonima Mostra tenutasi presso il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara tra il 12 aprile e il 15 settembre 2019, di cui costituisce anche il catalogo, e dedicata alle vicende del dialogo tra gli ebrei italiani e la società circostante maggioritaria di cultura cristiana durante il periodo umanistico.

La lezione attualissima che ci giunge dal Rinascimento è quella di una stagione «che accoglie in sé esperienze multiple: incontri, scontri, momenti armonici e brusche cesure. Non a caso, nella storiografia più recente, si parla talvolta di “Rinascimenti” (Crouzet-Pavan, 2013), per sottolineare queste sfaccettature della vita intellettuale alle soglie della modernità. Il laboratorio plurale del Rinascimento ha parecchio da insegnare anche al nostro presente, sempre più multiculturale.»

È in questa temperie culturale che «alcuni eruditi cristiani cominciano a rivolgere la loro attenzione all’ebraismo, come a una fonte di conoscenza ancora inesplorata eppure fondamentale. Nel generale movimento di rivalutazione delle fonti antiche tipico dell’ideale umanistico, l’ebraico acquista a poco a poco un proprio prestigio, accanto al latino e al greco.»

«Con l’arrivo a Firenze di Giovanni Pico della Mirandola, nel settembre-ottobre1484 la Toscana diviene il centro internazionale di una nuova moda culturale, che fa dell’ebraico, e in particolare della qabbalah, la tradizione mistica, una delle più importanti chiavi di accesso alla sapienza antica. Dal lavorio di traduzioni, condotto per Pico soprattutto da Flavio Mitridate, […] la moda ebraicizzante si irradia nell’arte.» L’ebraico campeggia nelle opere di artisti come Giotto, Beato Angelico, Cosmè Tura, Ghirlandaio, Mantegna, Carpaccio, Michelangelo, Raffaello.

«Nella seconda metà del Quattrocento, l’ebraico è ormai entrato nell’ideale umanistico di una perfetta erudizione.»

«Sin dagli inizi, peraltro, la diffusione dello studio dell’ebraico tra gli umanisti, in particolare fiorentini, incontrò una robusta e autorevole opposizione, segno che il percorso dell’ebraistica, per ragioni teologiche talora mascherate da argomenti letterari, sarebbe stato sempre accidentato. Il grande umanista e traduttore Leonardo Bruni intervenne, con una lettera rimasta celebre, per scoraggiare Giovanni Cirignani, che gli aveva annunciato con entusiasmo di aver incominciato ad apprendere l’ebraico, al fine di verificare la traduzione latina della Bibbia a opera di san Girolamo. Bruni osservava che dall’apprendimento dell’ebraico non c’era da attendersi alcun profitto in termini di accresciuta saggezza, bastava osservare gli ebrei per rendersi conto che a loro non aveva giovato la conoscenza di quella lingua e di quella letteratura».

Firenze divenne ad ogni modo l’epicentro del rinnovato interesse per la lingua ebraica: «Fu a Firenze che Diotifeci Ficino lasciò in eredità al figlio Marsilio una gran quantità di libri ebraici. Marsilio Ficino non diventerà un grande ebraista, altrove erano i suoi interessi e i suoi contributi, specialmente nel greco di Platone e seguaci nonché nella tradizione ermetica che, su impulso di Cosimo il Vecchio, fece conoscere all’Occidente e tuttavia, come recenti ricerche hanno posto in evidenza, Marsilio fu tutt’altro che estraneo alla fioritura di studi ebraici che si manifestò nella Firenze medicea del secondo Quattrocento e avrebbe ispirato il ben più ampio movimento ebraistico cristiano in tutta Europa. […] Fu con ogni verosimiglianza a Firenze che il nobile Giovanni Pico della Mirandola incontrò l’ebreo convertito Guglielmo Raimondo Moncada, che si faceva chiamare Flavio Mitridate, ma alla nascita, nell’Agrigentino, aveva ricevuto il nome di Shemu’el ben Nissim Abulfarag»

«Il modello della coppia formata da un intellettuale o un ecclesiastico cristiano e un dotto ebreo, specialmente esperto di qabbalah, trovò una diffusione veramente capillare in Italia nei primi decenni del Cinquecento».

Nel 1506 Johannes Reuchlin, padre fondatore dell’ebraistica cristiana, pubblica il De rudimentis Hebraicis, «prima grammatica sistematica (preceduta di poco da un paio di modesti approcci all’alfabeto ebraico, l’uno pubblicato anonimo da Aldo Manuzio a Venezia nel 1501 e l’altro da Konrad Pellikan nel 1504) accompagnata da un vocabolario ebraico-latino, veri e propri modelli per tutta la vicenda dell’ebraistica fino ai nostri giorni.» Nel 1517 Reuchlin diede alle stampe il suo capolavoro, il De arte cabalistica, «summa della qabbalah cristiana e antologia cabbalistica, alla quale attinsero numerose generazioni di studiosi della letteratura esoterica ebraica».

Con il concilio di Trento e i papati «fortemente antiebraici» di Giulio III, Paolo IV e Sisto V, il clima mutò radicalmente. L’ebraistica conobbe un triste declino: «Cosa rimaneva dell’esperienza dell’Umanesimo e del Rinascimento? A parte le grandi collezioni di manoscritti ebraici, […] restarono in Italia ben pochi frutti di una stagione irripetibile […] L’incontro, che avvenne e fu assai proficuo, fu sempre tra singoli, mentre lo scontro, pur tra forze diseguali, fu tra comunità dai ranghi serrati. D’altra parte, ciò che interessava i cristiani era il sapere degli ebrei, fosse esso filosofico, commerciale, magico o linguistico così che si può dire che nel caso della passione rinascimentale per l’ebraico, l’Umanesimo celebrava un proprio ambiguo trionfo e, insieme, trovava nelle identità collettive un proprio insuperabile limite.»

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