“Il regno del più forte. La lunga contesa per l’impero di Alessandro Magno (IV-III sec. a.C.)” di Omar Coloru

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Prof. Omar Coloru, Lei è autore del libro Il regno del più forte. La lunga contesa per l’impero di Alessandro Magno (IV-III sec. a.C.) edito da Salerno: quali volontà espresse Alessandro a proposito della successione al suo trono?
Il regno del più forte. La lunga contesa per l’impero di Alessandro Magno (IV-III sec. a.C.), Omar ColoruPrima di tutto occorre premettere che non è affatto certo che Alessandro abbia mai fornito delle istruzioni chiare riguardo alla sua successione. Molte delle testimonianze che parlano di questo avvenimento sono molto probabilmente frutto di una manipolazione successiva, creata ad arte dopo la morte del Macedone. Tra l’altro, circolavano voci sull’esistenza di un testamento scritto in cui Alessandro avrebbe riportato nei dettagli le sue ultime volontà, ma anche questa informazione è di scarsa credibilità. Inoltre il fatto che in alcune fonti si riporti il dettaglio secondo cui Alessandro, in punto di morte, avrebbe consegnato il sigillo reale a Perdicca, che in quel momento era il secondo in comando, ha tutta l’aria di un espediente. Lo scopo era quello di giustificare le aspirazioni di quest’ultimo alla successione. Per quanto la sua figura sia stata dipinta in modo alquanto negativo dalla storiografia antica, non è un mistero che Perdicca puntasse al trono approfittando del suo ruolo di tutore di Filippo Arrideo e del piccolo Alessandro IV, figlio di Alessandro e Rossane.

Senza dubbio Alessandro deve essersi posto il problema della successione, specialmente se teniamo a mente la quantità di volte in cui il giovane conquistatore rimase gravemente ferito in battaglia al punto da essere dato per morto, per non parlare delle congiure ordite contro di lui. Le nozze con Rossane avevano come scopo anche quello di produrre un erede, ma al di là della patina edulcorata di cui fu rivestita la storia di questa coppia, Rossane non era l’unica opzione per Alessandro. Egli, infatti, mettendo in pratica un’azione degna della Realpolitik, aveva sposato anche la principessa persiana Statira, figlia del defunto Gran Re Dario III, proprio perché sperava di avere da lei un successore di stirpe regale che unisse la casa reale macedone e quella achemenide. In ogni caso Alessandro semplicemente non ebbe il tempo di preparare una successione in maniera precisa e fu proprio questo l’errore fatale che certamente contribuì al fallimento del suo progetto imperiale. A tale proposito c’è da considerare un fattore importante: la malattia che colpì Alessandro a Babilonia e che lo portò alla morte nel giro di pochi giorni, forse una febbre tifoide, lo ridusse a uno stato di quasi totale immobilità e afasia rendendogli impossibile esprimersi. Su questo siamo ben informati grazie ai frammenti del diario ufficiale di corte, che ci permette di seguire con una certa precisione i sintomi e il decorso della malattia del sovrano. Ne consegue che Alessandro difficilmente può aver espresso le sue ultime volontà ai compagni e agli ufficiali presenti al suo capezzale e ancor meno credibile risulta la storia della consegna del sigillo reale a Perdicca.

Come vanno intese le parole attribuite al Macedone circa il suo successore ideale?
Come abbiamo anticipato nella risposta precedente, è molto probabile che Alessandro non abbia mai pronunciato quelle parole proprio a causa delle condizioni fisiche in cui versava al momento di spirare. Il successore ideale di Alessandro è, per così dire, una summa delle esperienze reali o attribuite al Macedone, in modo particolare in ambito militare. Tutto comincia col gesto simbolico della lancia scagliata da Alessandro sul continente asiatico prima di sbarcarvi in modo da reclamarne il possesso in quanto territorio “conquistato con la lancia”. La vittoria militare giustifica il diritto a regnare e così anche il successore ideale di Alessandro è un conquistatore che deve affermare – ma anche continuamente confermare – la sua regalità ottenendo la vittoria sul campo di battaglia. Si tratta in un certo qual modo di una concezione agonistica del potere, perché la regalità è vista in un’ottica di competizione con altri concorrenti, che potrebbero sottrarre a un sovrano il suo status sia eliminandolo fisicamente sia riducendolo alla condizione di privato cittadino. Da questo punto di vista le dinamiche di potere che leggiamo ne Il trono di spade di George R.R. Martin non rappresentano nulla che non conosciamo già per quanto riguarda i conflitti di età ellenistica. L’età dei Diadochi fu in questo senso una lunga competizione tra vari contendenti, in un primo tempo per conservare l’unità dei territori conquistati da Alessandro in nome (almeno ufficialmente) dei suoi due successori, Filippo Arrideo e Alessandro IV, mentre in una seconda fase si assiste alla nascita di un sistema multipolare di monarchie personali in cui il sovrano più forte non era colui che avrebbe unificato l’impero macedone, ma colui che sarebbe riuscito a diventare la potenza egemone all’interno di quel sistema.

Per quali personaggi dell’età delle guerre dei Diadochi l’appartenenza alla categoria dei “deboli” non rappresentò in realtà un handicap?
Fra i vari esempi che le fonti ci hanno tramandato, possiamo ricordare i membri della famiglia reale macedone. Chi poteva vantare una parentela o la discendenza da Filippo II e da Alessandro, diventava uno strumento importante di legittimazione del potere. Basti pensare a Filippo Arrideo, inabile a governare in modo autonomo perché affetto da una disabilità psichica, e che nonostante tutto viene scelto come successore di Alessandro dai soldati macedoni proprio perché incarna nella sua persona la continuità dinastica e in qualche modo fornisce una garanzia di vittoria all’esercito per il fatto di essere figlio di Filippo II, ancor prima che fratellastro di Alessandro Magno. Lo stesso si può dire del piccolo Alessandro IV: si tratta di individui che non ebbero mai una reale autonomia eppure la loro funzione simbolica li rese figure potenti al punto che anche la loro eliminazione ad alcuni anni di distanza l’uno dall’altro avrebbe avuto delle implicazioni politiche piuttosto serie per chi si sarebbe macchiato del loro assassinio.

La grande novità di questa fase storica tuttavia sono le donne della famiglia reale, che agiscono con grande autonomia rispetto al ruolo loro riservato tradizionalmente nella società dell’epoca. In particolare Olimpiade, madre di Alessandro, e Euridice, moglie di Filippo Arrideo, emergono come figure combattive e che assumono nella narrazione delle fonti un carattere maschile che le rende capaci di tenere testa a vari ufficiali macedoni e in certi casi di porsi alla guida di un esercito dando il via a quella che è stata battezzata la Guerra delle regine. Più in generale, poi, le principesse macedoni possiedono una grande influenza in quanto offrono ai Diadochi la possibilità di legittimare il loro potere attraverso un’unione matrimoniale.

Un altro personaggio “debole” che invece si rivelò uno dei grandi strateghi dell’epoca è senza dubbio Eumene di Cardia, il capo della cancelleria di Alessandro. Anche se aveva svolto alcuni incarichi militari durante la campagna d’Asia, Eumene era ritenuto più un uomo di lettere che di spada. Tuttavia i fattori principali che rappresentavano un ostacolo per la sua ascesa al potere erano due: il primo era che dopo la morte di Alessandro mancava di un vero sostegno politico che giustificasse la sua partecipazione al Grande Gioco delle spartizioni delle satrapie e delle cariche. Sebbene Perdicca avesse cercato di promuoverlo, l’ostilità nei confronti di quest’ultimo faceva sì che gli ordini di assistere militarmente Eumene fossero spesso disattesi dagli altri ufficiali macedoni e da parte dell’esercito. Il secondo fattore di debolezza di Eumene, che negli studi tende in genere a essere molto ridimensionato, è a mio parere da riprendere in considerazione e riguarda una questione per così dire etnica, vale a dire che egli, da greco, stava cercando di inserirsi in una contesa che riguardava la corte e lo stato maggiore macedone. Nelle fonti superstiti la questione delle sue origini emerge quando i macedoni intendono contestare la sua autorità e sebbene questo elemento possa essere stato messo in risalto dal suo biografo e compatriota Ieronimo, mi sembra plausibile pensare che la questione dell’appartenenza etnica di Eumene deve essere emersa a più riprese in questo periodo. Nonostante questi “handicap”, Eumene diede filo da torcere ai suoi avversari sul campo di battaglia: non solo dimostrò di possedere grandi doti guerriere, ma anche strategiche. Nel corso delle vicende che lo videro protagonista, egli si dimostrò, o almeno così ce lo descrivono, il difensore degli interessi di Filippo Arrideo e Alessandro IV contro i Diadochi che intendevano crearsi un potere personale. La morte causata dal tradimento dei capi dei veterani macedoni gli impedì di proseguire la sua missione e non sapremo mai se le sue vittorie militari lo avrebbero portato a cercare di crearsi un regno.

In che modo la violenza e la crudeltà rappresentarono un carattere distintivo dell’età dei Diadochi?
In un mondo in cui la vittoria militare sancisce il diritto di un sovrano a regnare, il ricorso alla violenza e alla crudeltà costituiscono una strategia per conquistare e preservare il potere. Certi massacri ordinati da Alessandro nel corso della sua spedizione asiatica non hanno fatto altro che fornire ai Diadochi un modello che misero in pratica nel corso delle numerose guerre che li videro coinvolti. La strategia del terrore aveva senza dubbio un impatto psicologico molto forte, ma in certi casi si rivelava controproducente. Ciò era ancora più vero per la crudeltà che, pur potendo fornire dei vantaggi nell’immediato, provocava reazioni di sdegno e ostilità che potevano danneggiare chi ne aveva fatto uso. Olimpiade, ad esempio, fu spesso accusata di atti di crudeltà e il sentimento di ostilità di una parte della società macedone nei suoi confronti fu sfruttata dai suoi avversari per giustificarne l’eliminazione.

Quale assetto sancì la battaglia di Curupedio del 281 che pose fine alle guerre dei Diadochi?
Questa battaglia, che vide la vittoria di Seleuco I su Lisimaco, portò all’assetto geopolitico che a grandi linee caratterizzò il Mediterraneo fino alla conquista romana. Al posto dell’impero macedone creato da Alessandro Magno troviamo alcuni regni di diversa estensione, governati da dinastie che si erano originate durante le guerre dei Diadochi. Il regno di Macedonia governato dai discendenti del diadoco Antigono Monoftalmo, il regno d’Egitto, retto dalla dinastia fondata da Tolemeo I, e il regno di Siria di cui era sovrano Seleuco I. Quest’ultimo regno, a dispetto del nome, occupava la maggior parte delle conquiste asiatiche di Alessandro estendendosi dall’Asia Minore all’odierno Afghanistan. Il gigantismo di questo vero e proprio impero alla lunga non resse alle sollecitazioni esterne e interne che ne causarono la graduale riduzione territoriale, mentre i regni di Macedonia e d’Egitto, più contenuti dal punto di vista dell’estensione geografica, riuscirono a durare più a lungo nel sistema dei regni ellenistici e successivamente nel nuovo assetto geopolitico dettato dall’espansione romana nel Mediterraneo. Messi a confronto con il più potente e duraturo impero romano, i regni ellenistici furono spesso considerati in modo negativo, eppure il periodo delle guerre dei Diadochi, e più in generale l’età ellenistica, fu un periodo chiave della storia del Mediterraneo non solo per quanto riguarda l’ambito culturale e quello delle innovazioni tecniche e militari, ma anche per la riflessione filosofica sulla natura del potere monarchico che finirà per influenzare profondamente il mondo romano e, in maniera più o meno consapevole, il pensiero politico successivo.

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