Il re che parlava alle ninfe. Miti e storie di Numa Pompilio, Mario LentanoProf. Mario Lentano, Lei è autore del libro Il re che parlava alle ninfe. Miti e storie di Numa Pompilio edito da Pacini: cosa racconta il mito che lega il secondo re di Roma alla ninfa Egeria?
La figura di Numa, successore di Romolo e secondo re di Roma, non presenta nessuno dei tratti che rendono leggendaria la biografia di Romolo: non è figlio di un dio; non viene esposto alla natura selvaggia né allevato da un animale, come capita al fondatore; ha una moglie e dei figli; invecchia e muore al pari di un uomo qualsiasi, mentre Romolo scompare avvolto da una nube e viene assunto fra gli dèi. Numa è dunque una figura sorda e grigia, ignorato dalla creatività di storici e poeti? Niente affatto. Al cuore del suo mito c’è infatti un elemento di grande interesse: di notte, in un bosco fuori porta Capena, il re si incontra con una misteriosa figura femminile, Egeria; è da lei che Numa riceve ispirazione sulle leggi da adottare e sui riti da istituire ed è ancora lei che lo assiste in alcuni momenti critici, suggerendogli le azioni da intraprendere per fuoriuscire dall’impasse nella quale di volta in volta il re viene a trovarsi. Egeria è insomma una sorta di divina consigliera, dotata di un sapere superiore e arcano, ed è a lei che si devono le profonde innovazioni introdotte da Numa, in particolare in un ambito chiave come quello relativo al culto degli dèi.

Come venne interpretata dagli stessi antichi la figura di Egeria?
In effetti si tratta di un personaggio complesso. Una fonte erudita ci dice che esisteva a Roma una dea Egeria il cui compito era quello di assicurare alle puerpere un parto rapido e indolore e che per questo le donne gravide celebravano sacrifici in suo onore. Egeria sarebbe insomma uno dei tanti “dèi dell’attimo”, come li hanno chiamati gli studiosi moderni, o “piccoli dèi”, come preferivano definirli gli antichi: divinità puntiformi, se così si può dire, nel senso che ciascuna di esse si occupava di un aspetto molto ben definito e circoscritto dell’esperienza umana, in questo caso il momento del parto. Ma Egeria ci appare anche in stretta connessione con le Camene, le sue compagne di giochi, che sono a loro volta figure divine sfaccettate: per un verso appaiono infatti legate al mondo delle sorgenti – nel bosco fuori porta Capena, teatro degli incontri fra Numa ed Egeria, esisteva una fonte d’acqua loro consacrata –, per l’altro presiedono invece alla sfera del carmen, la formula efficace e potente, la parola dei poeti e dei profeti. Non a caso le Camene furono a un certo punto identificate con le Muse greche e divennero le patrone dell’attività letteraria e artistica. Nelle fonti antiche, comunque, Egeria viene perlopiù considerata una ninfa, cioè una figura che si colloca in una sorta di posizione mediana fra il divino e l’umano ed è legata a questo o quello spazio naturale, dai monti ai fiumi, dagli alberi alle sorgenti. Insomma, la nostra Egeria si trova al centro di una rete di significati molto articolata: ha uno statuto sovrumano o senz’altro divino, è detentrice di un sapere superiore, ha a che fare con il mondo della natura ma anche con quello della parola profetica e della nascita. Per non parlare poi di certe riletture tardo-antiche del personaggio, che ne facevano una sorta di voce interiore, in grado di orientare le scelte di Numa al pari di quanto si diceva accadesse a Socrate con il suo famoso demone.

Come è stato reinterpretato il mito di Numa Pompilio nella cultura europea dell’età moderna?
La figura di Numa non è certamente al centro dell’immaginario europeo dell’età moderna, oscurato dal protagonismo del suo predecessore Romolo. Scrivendo il libro, ho scoperto che il secondo re di Roma e la sua divina consigliera conoscono invece un vero e proprio revival tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, soprattutto in ambienti che sono legati al mondo francese e vicini alla figura di Napoleone; così, in un rilievo ancora oggi visibile nella cosiddetta Cour Carrée del Louvre, realizzato proprio all’inizio del XIX secolo, la figura di Numa è posta accanto a quella di Mosè, evidentemente in quanto entrambi sono per i rispettivi popoli legislatori divinamente ispirati. Mi avventuro in un campo del quale non sono specialista, ma azzardo ugualmente l’ipotesi che tale ripresa, proprio in quello specifico tornante della cultura europea (ma anche nord-americana), sia legata per un verso alla nascita delle codificazioni moderne – la Cour Carrée del Louvre ad esempio segue di un paio d’anni appena il varo del fondamentale Code civil des Français o Code Napoléon, che sarà un modello per molti paesi nei decenni a venire –, per l’altro al tentativo di negoziare i rapporti tra l’ambito religioso e quello giuridico, in un contesto nel quale per la prima volta le legislazioni europee cercano di sottomettere il primo al secondo. Le figure di Numa ed Egeria, in altri termini, si rivelano “buone per pensare” la relazione complessa, e tendenzialmente conflittuale, fra il nascente diritto “laico” e la sfera del sacro.

Quali altre figure, divine o semidivine, il mito pone accanto ai diversi re di Roma nelle vesti di consigliere o di promotrici della loro ascesa al trono?
Questa domanda coglie un punto chiave della mia ricerca. La figura di Egeria e il ruolo che essa gioca accanto a Numa rappresentano infatti un elemento tutt’altro che isolato: prima di lei c’era stata la Sabina Ersilia, una delle donne rapite in occasione del famoso ratto, moglie ma anche consigliera politica di Romolo al momento della fusione fra Romani e Sabini, della quale proprio lei fu artefice; più tardi abbiamo Tanaquilla, l’Etrusca che prima propiziò il trasferimento a Roma e la successiva ascesa al trono del marito, il re Tarquinio Prisco, poi protesse e sostenne il successore di quest’ultimo, Servio Tullio. D’altro canto, di Servio si diceva che, al pari di Numa, avesse convegni notturni con la dea Fortuna, alla quale edificò un gran numero di templi: forse perché Servio, avendo istituito il censimento, era stato il primo a misurare le fortunae dei Romani, cioè la loro ricchezza, da cui dipendeva la collocazione in questa o quella classe di censo e dunque il peso politico esercitato all’interno dell’assemblea popolare creata da Servio stesso. Infine, una figlia di Servio, Tullia, giocò un ruolo decisivo nel portare al potere il marito, Tarquinio il Superbo, senza arretrare neppure di fronte al crimine efferato del parricidio. Se poi volessimo spingere lo sguardo all’indietro, verso le origini più remote di Roma, ci imbatteremmo ancora in una figura femminile, Carmenta, che guida il figlio Evandro nel lungo viaggio dalla Grecia all’Italia e ne promuove lo stanziamento sui colli che vedranno un giorno la fondazione di Roma: anche lei una ninfa, anche lei dotata di sapere profetico. Insomma, i Romani hanno immaginato che nelle fasi più antiche della loro storia le donne svolgessero una funzione di assoluto spicco accanto alle figure maschili, persino in un campo da sempre considerato appannaggio di queste ultime come quello della direzione politica.

In che modo il mito di Numa Pompilio consente di ripensare il ruolo del femminile e la posizione della donna nelle fasi più remote della storia e della cultura romana?
Parto dalla conclusione della risposta precedente: come dobbiamo intendere questo spazio inedito che i miti dell’origine e dell’età monarchica riservano alle donne? In passato, non sono mancate interpretazioni che vedevano in figure come quella di Tanaquilla addirittura il residuo di un originario matriarcato, una fase nella quale il potere, il prestigio e la stessa identità personale si sarebbero trasmessi attraverso un personaggio femminile; magari immaginando che gli Etruschi, il popolo dal quale Tanaquilla proveniva, avessero serbato più di altri tracce di questo antichissimo assetto sociale. Oggi nessuno crede più a ipotesi del genere, ma il dato di fatto resta: donne come Carmenta, Ersilia, Tanaquilla, Tullia, e naturalmente la nostra Egeria, svolgono un ruolo insostituibile nel propiziare l’ascesa dei rispettivi protetti o nel consolidare e difendere il loro potere. Nel ragionare su questo problema, mi è sembrato che una buona categoria interpretativa potesse essere individuata nella nozione di “indispensabili straniere” messa a punto da un grande studioso di religione romana, John Scheid: Scheid fa rilevare come in ambito religioso le donne a Roma siano al tempo stesso indispensabili – basti pensare al collegio delle Vestali, che hanno in mano la stessa sopravvivenza dell’impero, collegata al fuoco di cui le sacerdotesse devono assicurare il perenne mantenimento – e però anche escluse dalla pratica sacrificale, attraverso la quale si gioca il rapporto tra mondo umano e mondo divino. Ora, a me pare che qualcosa di simile valga anche per Egeria e le sue sorelle: le quali rivestono certo una funzione decisiva a beneficio degli uomini cui sono associate, ma al tempo stesso vengono in vario modo “neutralizzate”, perché sono donne, sono straniere o appartengono al mondo divino, gli incontri con loro avvengono durante la notte e al di fuori dello spazio della città, e soprattutto perché in ogni caso è alle figure maschili che viene lasciato il possesso della parola pubblica, l’iniziativa politica, l’azione concreta che cambia il mondo, mentre le divine consigliere hanno con essi un’interlocuzione esclusivamente personale e privata. Insomma, un mito come quello di Numa ed Egeria serve ai Romani, tra le altre cose, a capire perché delle donne c’è bisogno, ma anche perché è bene che esse rimangano, in ogni caso, dietro le quinte della storia.