“Il rancore e la speranza”, il nuovo libro di Bruno Vespa

Il rancore e la speranza, nuovo libro di Bruno VespaIl rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni, in un mondo macchiato di sangue
di Bruno Vespa
Mondadori

«Mi manca Berlusconi. Mi mancano il suo coraggio di fronte alle infinite difficoltà, la sua generosità, la sua capacità di progettare, il suo spirito libertario. Mi mancano persino le sue clamorose bugie, che cercava di tenere in piedi con l’improntitudine di uno scolaretto. Mi mancano le risate omeriche con le quali onorava le sue barzellette (che raramente mi divertivano). Mi mancano i giri sulla golf cart a villa Certosa per mostrarmi, anno dopo anno, i progressi del suo parco, la più importante riserva botanica privata del mondo: erano 10 ettari durante la mia prima visita nel 1994, oltre 100 vent’anni dopo. Poi smisi di andare, e fino all’autunno del 2022 ci siamo sempre visti per il mio libro a villa San Martino di Arcore, perché in Sardegna – tra un cactus, un vulcano e la colazione preparata da Michele Persichini – non si riusciva a combinare più niente.

«Libertà» è una parola così grande e intimidente che rischia di rimanere astratta e inafferrabile. Eppure, lui l’ha resa concretissima. Sul piano dell’interesse personale, credo di non dovergli nulla: non ho mai lavorato per le sue televisioni e, alla fine, non abbiamo concretizzato una vecchia profezia comune, secondo la quale avrei chiuso la mia carriera professionale a Mediaset. Alle sue generosissime, dettagliate offerte degli ultimi due anni (rilanciate con grande signorilità da Pier Silvio nell’autunno del 2023) ho finito con il rispondere che, fino a quando la Rai mi avesse permesso di lavorare in pace, non avrei avuto motivo per lasciare la casa in cui sono nato.

Ma da professionista e da italiano, come milioni di connazionali, sento di dovergli moltissimo. Ricordate l’Italia del 1993? Mani pulite aveva azzerato i partiti che avevano guidato l’Italia dal 1948 al 1992. La Democrazia cristiana, punto di equilibrio del sistema, non esisteva più. E, con essa, erano morti i socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani e i liberali. In piedi erano rimasti solo i «comunisti», che sembravano morti dopo la caduta del Muro di Berlino, ma erano stati salvati da Craxi, il quale nel 1991 non aveva voluto le elezioni anticipate che li avrebbero liquidati definitivamente, e da ultimo erano stati resuscitati dai giudici di Milano, che avevano declassato peccati mortali a veniali nonostante ci fosse un discreto profumo di mazzette anche da quelle parti.

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Il rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni, in un mondo macchiato di sangue
  • Editore: Mondadori
  • Autore: Bruno Vespa
  • Collana: I libri di Bruno Vespa
  • Formato: Libro rilegato
  • Anno: 2023

La sostanza? Alle elezioni amministrative del 1993 la sinistra conquistò tutte le principali città italiane e avrebbe fatto cappotto anche alle elezioni politiche anticipate del 1994. Lo aveva previsto Giuliano Urbani, docente di Scienza della politica alla Bocconi: con la nuova legge elettorale, alla sinistra sarebbe bastato ottenere il 30 per cento dei voti per accaparrarsi i due terzi dei seggi. E qui arrivo io.

Che c’entro io? La Rai, dove lavoro dal 1962, è controllata per legge dal Parlamento. Fino al 1993 la spartizione tra i maggiori partiti aveva assegnato alla Dc il controllo dell’azienda, con la partnership dei socialisti, dei cosiddetti «laici minori» (Psdi, Pri, Pli) e, negli ultimi quindici anni, anche dei comunisti. In ambito televisivo, l’«editore di riferimento» della prima rete era la Dc, come il Psi lo era della seconda e il Pci della terza. Scomparsi i primi due partiti, sarebbe rimasto soltanto il terzo. Una Rai (e un paese intero) completamente controllati soltanto dagli ex comunisti.

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La storia ci insegna che l’eccesso di potere ha sempre avuto dei contraccolpi: le diverse correnti del Pds avrebbero cominciato a litigare per spartirsi gli spazi televisivi, ma se non zuppa, sempre pan bagnato sarebbe stato. E quali spazi avrebbe potuto avere un giornalista cattolico liberale che aveva diretto con successo il Tg1, ma era stato completamente emarginato dalla «Rai dei professori», che si erano messi sulla scia giusta? «Lei non doveva dimettersi dalla direzione del Tg1» aveva tuonato il presidente Claudio Demattè. «Deve dimettersi dall’Azienda!»

Avete presente una Rai monocolore in un’Italia monocolore? Un’Italia in cui tutto – dalla sanità alle opere pubbliche, dall’economia alla cultura, allo sport – sarebbe stato sotto lo stretto controllo della sinistra?»

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