Il punto e virgola. Storia e usi di un segno, Paola BaratterProf.ssa Paola Baratter, Lei è autrice del libro Il punto e virgola. Storia e usi di un segno edito da Carocci: a cosa serve il punto e virgola?
Il punto e virgola ha molteplici funzioni. L’uso più comune è quello seriale, con il fine di delimitare i diversi elementi di un elenco, soprattutto quando sono complessi e comprendenti già delle virgole. Pur essendo un uso antico, è stato codificato piuttosto tardi, tanto che nelle grammatiche fino a metà del Settecento assistiamo al paradosso per il quale l’autore elenca gli usi del punto e virgola usando il punto e virgola, ma non lo annovera tra gli usi possibili. Oggi, invece, è l’uso che nelle grammatiche figura spesso per primo. Ma se questa è la funzione più codificata, non è certo l’unica. Tradizionalmente un altro impiego tipico del punto e virgola è quello di separare due frasi indipendenti, sintatticamente autonome ma semanticamente correlate. Pertanto lo troviamo frequentemente in presenza di frasi coordinate, spesso anteposto alle congiunzioni, soprattutto di tipo avversativo e concessivo come ma, però, tuttavia.  Un’ulteriore funzione, piuttosto interessante e tipica delle scritture stilisticamente ricercate, è quella che potremmo definire “isolante” perché agisce in direzione anti-sintattica, spezzando frasi e sintagmi: l’effetto può essere enfatizzare i rapporti logici tra le frasi (mettendo in primo piano i connettivi o sostituendosi ad essi) o tra le parole e i loro refe­renti (avverbi, aggettivi), ma anche suggerire un cambiamento del piano del discorso. Il fatto è che dopo un punto e virgola c’è sempre qualcos’altro, che potrà aggiungere o, all’opposto, disconfermare quanto prima affermato, ma qualcosa deve comunque esserci. È questo il motivo per cui il segno è stato adottato come simbolo identificativo del movimento no profit contro la depressione (Project Semicolon) sorto nel 2013.

Quando è nato questo segno?
Il segno ha una storia antica, tanto che lo troviamo già in codici greci, ma il suo significato era diverso: contrassegnava infatti una frase interrogativa, così come è ancor oggi in greco; nei manoscritti latini veniva invece usato per indicare la fine del periodus o segnalare le abbreviazioni, come facciamo oggi con il puntino.
Le funzioni del punto e virgola erano invece ricoperte da altri segni, a seconda dell’epoca e del luogo. I segni più diffusi erano un punto posto ad un’altezza intermedia (colon o media distinctio), un punto intersecato da una virgola e un punto sormontato da una virgola.

La nascita del punto e virgola con l’aspetto e funzioni analoghe a quelle odierne si deve a uno straordinario connubio tra un giovanissimo Pietro Bembo, un editore esordiente che di lì a poco avrebbe fatto la storia dell’editoria, Aldo Manuzio, e un abile punzonista, Francesco Griffo, affiancato probabilmente da un copista di professione, sullo sfondo di una Venezia all’apice della sua potenza. Venne così alla luce nel febbraio del 1496 il De Aetna, un dialogo composto da Bembo stesso, nel quale compare per la prima volta in un libro a stampa, oltre alla virgola in forma moderna, il punto e virgola. Un lustro più tardi ritroviamo il segno nell’edizione aldina delle Cose volgari di Petrarca curata ancora dal celebre umanista. Il nuovo segno, però, non attecchì immediatamente; cominciò a diffondersi con una certa ampiezza solo a partire dalla seconda metà del Cinquecento, parallelamente alla sua comparsa nei trattati dedicati alla lingua volgare, e da allora entrò a pieno titolo nel sistema interpuntivo italiano.

Discorso a parte riguarda la sua denominazione, oscillante per tutto il Cinquecento e per parte del Seicento da puntocoma a punto comato o anche acuto, non senza sovrapposizioni ai nomi di altri segni, come accadde con le denominazioni di mezopunto e sospensivo, per poi assumere progressivamente quella che sarà la sua denominazione definitiva.

Quali usi del punto e virgola si sono mantenuti costanti nel corso del tempo e quali invece sono scomparsi?
I suoi usi più tipici sono quelli che si sono mantenuti stabili nel tempo: separare gli elementi di un elenco complesso e segnalare un rapporto di tipo semantico tra due frasi indipendenti, spesso anteposto davanti a una congiunzione coordinativa; meno diffusi ma non assenti, sono i punti e virgola anteposti a congiunzioni subordinative, come perché, benché, poiché, soprattutto nelle scritture letterarie o comunque in quelle orientate stilisticamente. In queste il punto e virgola ricopre spesso anche una funzione di tipo retorico, teorizzata esplicitamente fin dal Cinquecento, con l’obiettivo di enfatizzare parallelismi e analogie.

Un uso presente originariamente ma che scomparve molto presto fu quello di introdurre il discorso diretto in alternativa ai due punti o alla virgola; più a lungo rimase invece l’uso del punto e virgola con funzione demarcativa – in alternativa alla doppia virgola, alle parentesi e alle lineette – finalizzata a racchiudere, anche in maniera asimmetrica, segmenti di testo con valore appositivo o incidentale. Vita assai breve ha avuto anche il punto e virgola posto davanti alle frasi relative, compito lasciato appannaggio della virgola, almeno fino a quando non venne a cadere l’uso di anteporre un segno interpuntivo a tali frasi; al­trettanto si può dire dell’impiego davanti a una dichiarativa, per introdur­re cioè un discorso diretto, divenuto invece una prerogativa specifica dei due punti.

Altri usi sono invece un prodotto specificamente novecentesco e si as­sociano fortemente a una reinterpretazione della punteggiatura in chiave comunicativo-testuale iniziata già a metà Ottocento: mi riferisco in particolare alla funzione isolante.

Come si è evoluto l’uso del segno da parte degli scrittori italiani dal Cinquecento a oggi?
Per tutto il Cinquecento e il Seicento lo statuto incerto del punto e virgola fece sì che si sovrapponesse nelle proprie funzioni alla virgola, al punto, ma anche ai due punti, per cui poteva capitare di incontrare decine di punti e virgola in poche pagine. Poi, progressivamente, il sistema interpuntivo si evolvette e il segno si specializzò in alcune funzioni proprie; nel Settecento lo troviamo abbastanza diffusamente sia nelle opere letterarie e saggistiche, sia nelle scritture private, con funzioni tradizionali non esenti da sovrapposizioni a quelle dei due punti. Con Manzoni il punto e virgola si mostra con le sue molteplici facce, facendo talvolta stizzire i critici letterari più tradizionalisti che non si capacitano di certi usi che non possono essere ascritti a motivazione di ordine sintattico e vengono pertanto registrati come trascrizioni di una pausa dell’oralità intermedia tra virgola e punto. La progressiva presa di coscienza che la punteggiatura è un elemento peculiare della lingua scritta (già teorizzato fin dal Seicento dal gesuita Daniello Bartoli, quando scriveva che la punteggiatura “parla agli occhi”) permetterà di interpretare l’uso del sistema interpuntivo in maniera nuova, aprendo a una prospettiva di tipo comunicativo, anche dal punto di vista degli scrittori.

I narratori del secondo Ottocento e del Novecento, che sono oggetto di un corposo capitolo del volume, fanno un uso diversificato del punto e virgola: alcuni si limitano a un impiego meccanico del segno, altri ne fanno un uso pieno, cogliendone tutte le sue sfaccettature di significato, intessendo un dialogo con il lettore anche attraverso la punteggiatura. Il fascino del punto e virgola è questa sua capacità di invitare il lettore a chiudere un pensiero creando nel contempo l’attesa per ciò che seguirà, con il dubbio che possa proseguire con continuità, oppure rappresentare uno strappo rispetto a quanto precede, costringendo il lettore a rivederlo con occhio diverso. Ecco, questa è la prospettiva comunicativa del punto e virgola, ed è quella che più affascina, e che troviamo nella scrittura d’autore, sia essa narrativa o saggistica.

Il punto e virgola è, a Suo avviso, destinato a scomparire?
Non credo, non a breve termine, almeno. Ho dedicato un paragrafo a questo tema, intitolandolo Il punto e virgola è morto; anzi no. In esso ho ricostruito le tappe delle querelle che periodicamente, da almeno cent’anni, pone la questione dell’imminente scomparsa del punto e virgola, salutato da alcuni con rammarico, da altri con soddisfazione. Dalle mie ricerche il punto e virgola è ben attestato nella scrittura contemporanea. Ovviamente l’appiattimento stilistico che caratterizza molta narrativa contemporanea ha ripercussioni dirette anche sul sistema interpuntivo, che viene ridotto essenzialmente al punto e alla virgola. È inoltre chiaro che non possiamo prendere come parametro la scrittura del web, che per sua natura è franta e poco adatta a presentare forme complesse. Ma se prendiamo in considerazione la letteratura e la saggistica di qualità i punti e virgola non mancano: è un segno che necessita di una prosa robusta e di una volontà comunicativa non puramente referenziale.

Quanto al segno grafico, sappiamo che nel web ha trovato una nuova vita come segno ammiccante, con il compito di comunicare al lettore che quanto scritto precedentemente va riletto alla luce di una diversa prospettiva. Ed è proprio ciò che il punto e virgola può fare in quella che ho prima definito la sua funzione isolante: avvertire il lettore che c’è un cambio di piano del discorso.