“Il processo” di Franz Kafka

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Il processo, Franz KafkaIl processo
di Franz Kafka
Adelphi

«Mai niente è stato scritto di più grandioso contro lo sposalizio atroce tra legge umana e legge divina unite nel compiere l’ingiustizia di ciò che è scritto nel Processo e nel Castello: la purezza abbacinante che in quei romanzi appare malvagia per il suo stesso eccesso, e che tanto sconcerta chi legge Kafka, viene dal rifiuto dell’intero corso del mondo, un rifiuto che non è mai meschino, perché a esso si accompagna la grandezza abissale di Kafka: il non voler avere ragione, il non voler sovrastare il corso delle cose, ma se mai la pretesa di sottostare al mondo: spingendo il suo non voler avere ragione al punto da vedere nel fallimento la sola speranza disperata di salvezza […]. Il mito della forza non è stato criticato da nessuno dei pensatori dell’Occidente con il rigore di Kafka: tutti hanno subìto il fascino mitico della forza travestendolo con altri nomi, perché non hanno visto o non hanno voluto vedere, se non in modo rovesciato e complice, il nesso sacrificale tra il diritto e la forza: Kafka non solo l’ha visto, ma ha sostenuto il peso angoscioso che ricade su chi va a toccare i luoghi consacrati di una intera cultura, e rivela di cosa sia fatto quel sacro. […]

Kafka non è incomprensibile, e ciò che in lui viene definito incomprensibile è l’evidenza soffocante dell’ingiustizia: si definisce incomprensibile ciò che è insopportabile. Kafka pensa per immagini non simboliche, immagini che non possono essere sciolte in concetti o altre immagini, e nelle quali ci si invischia come in mobili lacci: Kafka cerca le immagini nel luogo più arcaico, ma le presenta con la faccia anonima della modernità, e spesso nell’atroce e dissennata contraddittorietà del comico. Sembra che a tratti in lui emerga una sospensione del giudizio, un evitare di trarre la conclusione che sempre il pensiero vorrebbe trarre, un evitare la critica diretta dello stato malvagio delle cose: questo atteggiamento non nasce da incertezza o scetticismo, al contrario, sorge dall’eccesso di visione. […]

Nel Processo sono incise tutte le tracce che conducono alla questione della vittima sacrificale che diventa la pietra angolare della società e del suo cosiddetto diritto. Nelle pagine finali del Processo K. viene condotto da due «signori» in quella che viene descritta come «una piccola cava di pietra, abbandonata e deserta», un luogo che si trova a ridosso di un casamento per civile abitazione, ai confini di una ordinata e civile città: ma è un luogo arcaico e primitivo. Arrivati nella cava abbandonata, a K. vengono sfilati la giacca, il panciotto e la camicia: i due «signori», che sotto l’aspetto di improbabili attori di terz’ordine nascondono il loro essere sacrificatori rituali, stanno preparando la vittima. K. rabbrividisce per il fresco della sera, e uno dei «signori» gli dà «un colpetto rassicurante sulla schiena»: è il colpetto tra indifferente e abituale con cui si rassicura una bestia da macello, il residuo distratto e anonimo delle carezze e concessioni fatte al condannato umano, consenziente perché ubriacato e drogato, prima di essere condotto sulla pietra del sacrificio, l’altare della religione delle origini che non sono mai origini. Poi, uno dei signori perlustra la cava alla ricerca di «un posto adatto», e presto lo trova: «Era vicino alla parete tagliata, dove si trovava un masso isolato»: quel masso è la pietra del sacrificio, la stessa che ingoia Prometeo in una parabola di Kafka e che resta da sola, muta, rigida, enigmatica, a testimoniare dell’ingiustizia di Zeus verso il colpevole che non lo è, e che proprio per questo è stato punito.

Davanti alla pietra del Processo comincia il rito: «I signori deposero K. a terra, lo adagiarono contro il masso e gli fecero appoggiare là sopra la testa». Forse ora gli taglieranno la testa, come sbrigativi boia? No, i signori di Kafka, gli Herren, signori e padroni, nonostante, o forse proprio perché, sembrano «signori mezzi muti privi di intelligenza», sono sacrificatori rituali di prim’ordine: sono sacerdoti investiti da un potere più grande di loro, investiti di sacralità da quella teopolitica che può santificare anche dei pagliacci, degli esecutori, dei servi. Nel porre la vittima sulla pietra, i sacrificatori non riescono a trovarle una posizione naturale, quasi avessero poca dimestichezza con il compito: «Malgrado tutti gli sforzi che facevano, e malgrado tutta l’accondiscendenza che K. dimostrava loro, la sua posizione restò molto forzata e poco plausibile»: il fatto del capro espiatorio sacrificato in nome della Legge è accettato dalla stessa vittima che accondiscende alla Legge, ma quel fatto viene posto da K. in una posizione molto forzata e poco plausibile: nemmeno l’accettazione della vittima può giustificare l’esistenza del mito sacrificale: anche perché l’accettazione di K. non è completa, a K. è mancato lo sponte sua, e questa mancanza del suo farsi volontariamente vittima è parte essenziale del suo essere diventato vittima.

I sacerdoti in panciotto e finanziera estraggono un «lungo sottile coltello da macellaio a doppio taglio» e se lo passano l’un l’altro cortesi: per scegliere chi sarà a sacrificare K.? No, quel gesto è un invito alla totale sottomissione del sacrificato, la ricerca dello sponte sua della vittima, la ricerca di quell’assenso che renderebbe definitivamente sacra la sua morte e assolverebbe il rito nel divino: «Adesso K. sapeva bene che sarebbe stato suo dovere afferrare il coltello, mentre ondeggiava sulla sua testa di mano in mano, e cacciarselo in petto». In petto alla ricerca del cuore da estrarre come nei riti arcaici: è questo che K. dovrebbe fare. Lo farà? Poco prima di questa scena, quando gli Herren lo stanno portando attraverso la città per giustiziarlo, K. tenta un’ultima resistenza pensando che così, almeno, «i signori avranno un bel daffare»: ma l’apparizione in quel momento preciso della «signorina Burstner», che nella vicenda di K. è stata la voce di tutti che assolve il più forte e condanna il più debole, di colpo piega quella resistenza: a un tratto al condannato sembra sciocco e puerile lottare, e K. interiorizza l’idea della colpa: «Non c’era nulla di eroico se opponeva resistenza, se ora creava delle difficoltà a quei signori, se ora difendendosi cercava di gustare ancora l’ultima parvenza della vita. Si mise in moto e un po’ della gioia che così procurava ai signori riuscì a passare anche su di lui. Tolleravano adesso che fosse lui a decidere la direzione…».

Il prigioniero della teopolitica, che domina ciascuno attraverso la voce di tutti, si arrende e acconsente a interiorizzare l’ideologia: solo allora gli viene concessa la libertà illusoria di scegliere la direzione. Ma non è una scelta, e il rientro nel corpo sociale del corpo del transfuga è la distruzione dell’individualità nella falsità del pensiero uniformato: «“L’unica cosa che ora posso fare,” si disse, e l’uniformità dei suoi passi con quelli degli altri tre confermò i suoi pensieri, “l’unica cosa che ora posso fare è conservare fino alla fine la capacità di discernere con calma”». Quel discernere con calma, che è stato fin dalle origini dell’Occidente il lusso del pensare filosofico, è in K. solo al servizio della sua uniformità con il corpo sociale e la sua ideologia: il discernere con calma di K. è la morte fin dentro il suo pensiero: la pietra sacrificale lo aspetta. Ma nel momento cruciale, in cui da legge umana la legge del sacrificio sta per diventare divina con il gesto di accettazione totale della vittima innocente, proprio in quel momento Il processo si accende gelidamente rovente, e nella luce del chiaro di luna che sembra essere la sola cosa viva rimasta a illuminare il mondo «con quella naturalezza e quella calma che non è data a nessun’altra luce», la scena cambia. K. sa quale sarebbe il suo dovere, ma in quella luce che non somiglia a niente perché è unica, rifiuta di cacciarsi il coltello nel petto: «Ma non lo fece, girò invece il collo ancora libero e si guardò intorno. Non poteva dare completamente buona prova di sé, sottrarre tutto il lavoro alle autorità, la responsabilità di quest’ultimo errore la portava colui che gli aveva negato la forza necessaria».

Nella forma capziosa e avvocatesca del linguaggio della Legge, a cui Kafka ha torto per sempre il collo, K. si rifiuta alla sacralizzazione dell’ingiustizia e dichiara che, se mai la colpa esiste, essa giace nel male che regola l’esistente travestito da bene, e che anche nell’epoca della desacralizzazione che domina il mondo amministrato, ciò che regna sull’uomo è sempre quel teopotere che nel Processo K. ha osato criticare incontrando il sacerdote nel Duomo. Nel Duomo K. ha avuto il coraggio di affermare, di fronte al sacerdote che per spezzare la sua resistenza gli ha narrato la parabola della Legge in cui l’uomo è sempre colpevole, che invece è sempre «l’uomo a essere ingannato» dalla Legge e dai suoi custodi, e quando il sacerdote ha sostenuto che dubitare della «dignità» dei servi della Legge «vorrebbe dire dubitare della Legge», allora K. ha pronunciato la più concisa e grandiosa negazione dell’ingiustizia elevata a legge sacra: «“Non sono d’accordo con questa opinione,” disse K. scuotendo la testa, “perché se la si accetta, bisogna ritenere vero tutto ciò che il custode dice. Ma che ciò non è possibile lo hai dimostrato ampiamente tu stesso.” “No,” disse il sacerdote, “non bisogna credere che tutto sia vero, bisogna credere solo che sia necessario.” “Triste opinione,” disse K. “Della menzogna si fa ordine universale”». Della menzogna si fa ordine universale: è uno dei momenti più alti di Kafka.

Il nesso fondamentale che lega l’ingiustizia al diritto è quello della Necessità: la Necessità è il grande altare su cui viene sacrificato il Possibile, là viene spaccato il cuore del Possibile escluso nascondendo il sangue scorso nella spazzatura del pensiero. E nelle ultime battute del Processo, quando K. si rifiuta di lasciarsi sacrificare con lo sponte sua, si rifiuta di dar ragione alla «necessità», accade qualcosa di inspiegabile, qualcosa che brilla nell’indistruttibile e incongruo splendore della luce lunare, qualcosa di così semplice e umano da strappare, a chi ancora conservi in sé una particola d’infanzia, una imprudente e balbettante felicità in mezzo alle lacrime: «Lo sguardo gli cadde sull’ultimo piano della casa confinante con la cava. Così come balena una luce, i battenti di una finestra si spalancarono, una persona, delicata e sottile per la lontananza e l’altezza, si sporse di colpo e tese le braccia ulteriormente in fuori. Chi era? Un amico? Una persona buona? Un tipo partecipe? Uno che voleva aiutare? Era una persona sola? Erano tutti? C’era ancora aiuto? Esistevano obiezioni che erano state dimenticate? Sicuramente ne esistevano. La logica è sì incrollabile, ma non resiste a una persona che vuole vivere. Dov’era il giudice che non aveva mai visto? Dov’era l’alta corte a cui non era mai arrivato? Alzò le mani e divaricò tutte le dita».

Le domande e le risposte che si affollano in queste righe chiedono troppo: ma è per questo che esse, meravigliose e goffe come tutto ciò che è poveramente umano, fuoriescono dalla pagina e afferrano con la loro innocenza indifesa il lettore con un pianto che lo prende alla gola, un pianto che potrebbe tra un attimo trasformarsi nella voce di una umanità diversa. Nel momento in cui K. riconosce la possibilità che può spezzare la necessità, e la riconosce nel suo prossimo apparso fragile e indifeso nel gesto della muta offerta d’aiuto delle braccia levate, a cui risponde in lui la muta e indifesa dichiarazione di innocenza delle dita aperte, proprio in quel momento un guardiano gli affonda il coltello nel cuore, e Il processo si chiude: «Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l’altro gli piantava il coltello nel cuore e ve lo girava due volte. Con gli occhi che si velavano K. vide ancora, vicini al suo viso, i signori accostati guancia a guancia che osservavano il momento decisivo, “Come un cane!” disse, fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli». La vittima ritrova la voce solo per paragonarsi all’animale umile e umiliato, e per dire una «vergogna» che gli resta in gola, intraducibile: è vergogna per lui essersi sottomesso a una morte ignobile, o è vergogna incancellabile per colui che lo ha lasciato sacrificare? Per ora non c’è risposta, per ora resta la voce che pur nella vergogna dice che anche la logica può essere forzata dalla vita, per ora si può solo ripetere il gesto enigmatico del sacrificato innocente: alzò le mani e divaricò tutte le dita

tratto da Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove di Giuseppe Montesano, Giunti Editore

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