“Il Principe” di Niccolò Machiavelli

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Il Principe, Niccolò MachiavelliIl Principe
di Niccolò Machiavelli
con traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli
introduzione e note di Gabriele Pedullà
Donzelli

«Il Principe di Machiavelli è perlopiù letto come un manuale per tiranni e infatti il principe menzionato nel titolo viene di solito ritenuto un sinonimo del termine “tiranno”. Questa interpretazione si riscontra già nel Rinascimento. Ad esempio, il pensatore politico Giovanni Botero considerava il principe machiavelliano una personificazione del crudele tiranno descritto da Aristotele in un famoso capitolo della Politica. Accettare l’equazione fra principe e tiranno limita considerevolmente le possibilità interpretative degli studiosi quando confrontano il modo in cui la tirannide viene descritta nei Discorsi con la dottrina esposta nel Principe e poi tentano di riconciliare l’odio repubblicano della tirannide che anima i Discorsi con il suggerimento di comportarsi in modo tirannico nel Principe. Bisogna forse ipotizzare (come faceva Hans Baron) che Machiavelli abbia cambiato parere negli anni intercorsi fra la stesura del Principe e quella dei Discorsi? O era semplicemente un uomo cinico, disposto a scrivere qualsiasi cosa pur di ottenere un impiego, incurante di eventuali contraddizioni dal punto di vista ideologico? Oppure troviamo in lui il prototipo del moderno scienziato della politica (come sosteneva Friedrich Meinecke), il quale mette da parte i suoi rapporti con un determinato governo – qualunque esso sia – per analizzare in modo distaccato la natura del potere politico? Si tratta forse di una satira (come pensava Garrett Mattingly) oppure Il Principe è in realtà un tranello (secondo l’opinione del cardinale Reginald Pole) appositamente pensato per annientare tutti i potenti che provano a metterne in pratica gli insegnamenti? Non è che per caso Machiavelli intenda suscitare il ribrezzo degli altri repubblicani – e forse persino dei Medici, i quali potrebbero offrirgli un lavoro – mostrando loro il comportamento crudele e obbrobrioso necessario a imporre un nuovo principe in una città di tradizioni repubblicane? Come dimostrato da Robert Black e altri studiosi, simili interpretazioni sono smentite dalla coerenza che si riscontra fra Il Principe e i Discorsi sia dal punto di vista delle teorie politiche esposte sia per quanto riguarda i consigli forniti senza alcuna riflessione di ordine morale. Eppure, rimangono molte contraddizioni, in alcuni casi certamente dovute a incoerenze insite nel pensiero e nel linguaggio di Machiavelli. Di fronte a una situazione così dibattuta e complessa, gli storici non possono fare altro che essere cauti e umili nel decidere come muoversi. […]

Machiavelli propone qualcosa di completamente originale, un “modo” mai prima concepito né dai filosofi antichi né dai loro epigoni fino alla sua età; si tratta, insomma, di un percorso inesplorato, così come quello che egli traccia all’inizio dei Discorsi. Innanzitutto, a Machiavelli non interessa affatto se il suo principe risulti legittimato in base a un qualche criterio giuridico o morale. Lo immagina del tutto indipendente rispetto alla legge e non appena prende il potere in una città dotata di libere istituzioni, la prima cosa che deve fare è sopprimerle. Se a un popolo appena assoggettato da un nuovo principe si debba o meno permettere di vivere secondo le sue leggi tradizionali è una questione di pura convenienza, non di diritto. Per quanto concerne la legittimità morale, Machiavelli ammette che la reputazione di uomo virtuoso, onesto e pio può risultare utile per chi governa ma non sono aspetti come questi a dover dettare le sue scelte politiche. Il principe che egli propone non è, quindi, il tipico tiranno positivo, dal momento che – come affermano Senofonte e Aristotele – più virtuoso è il comportamento del principe, più il suo governo sarà non soltanto duraturo ma anche felice. Per Machiavelli tutto questo non è vero. È invece la logica della necessità a dover determinare le scelte politiche di chi governa e questo introduce un contesto totalmente diverso da quello delle leggi morali.

Educato dagli umanisti, il principe già sa come essere buono; ora bisogna che impari da Machiavelli come non essere buono. Può essere buono la maggior parte del tempo e il suo stato trarrà vantaggio dalla reputazione di uomo buono di cui egli gode, ma una politica determinata dal voler sempre essere buoni non può che fallire. Quando la necessità lo impone, egli deve essere pronto ad agire subito in modo violento e crudele: dirà menzogne, commetterà frodi, userà trucchi della peggior specie, andrà contro tutte le leggi possibili. In breve, a differenza di Simonide e Aristotele, nella sua veste di consigliere dei prìncipi Machiavelli raccomanda l’uso di tattiche da tiranno, se necessario. Dopo queste improvvise e ben calcolate manifestazioni di crudeltà – tese a scongiurare eventuali minacce al suo potere – il principe dovrebbe subito tornare a comportarsi nel modo ritenuto tradizionalmente idoneo alla sua condizione. Grazie a queste brevi e quasi impercettibili deviazioni dalla norma egli sarà temuto ma non odiato. Siccome è ancora al potere, gli altri hanno tutto l’interesse a mostrargli rispetto e la sua natura imprevedibile incuterà timore. Ciononostante, egli dovrà fare in modo di dare il più a lungo possibile l’immagine di un governo virtuoso. Come vedremo, comportarsi sempre in modo palesemente crudele è tanto pericoloso per il principe quanto comportarsi sempre bene.»

La rivoluzione machiavelliana del pensiero politico

«La nuova scienza politica di Machiavelli richiedeva che si mettessero da parte quelli che erano – secondo lui – i fuorvianti consigli forniti dalla politica della virtù, sostenuti sia dagli scrittori classici sia dalle più prestigiose autorità della sua epoca. Ciò significava mettere da parte gli insegnamenti di quei filosofi greci che gli umanisti si erano sforzati di assimilare con l’intenzione di infondere integrità morale nei cittadini e nei governanti. Le prossime pagine di questo capitolo si concentreranno sul significato della rivoluzione introdotta da Machiavelli nel pensiero politico, i cui effetti sono ancora visibili oggi fra noi.

Non v’è alcun dubbio che i consigli politici di Machiavelli fossero rivoluzionari. Prima di allora, era motivo di vergogna e quanto mai raro (almeno in ambito letterario) suggerire ai prìncipi di ricorrere a metodi immorali per restare al potere. I prìncipi e le città che si comportavano in modo contrario alla virtù o alla giustizia venivano condannati dai retori e dai filosofi; gli storici, dal canto loro, li additavano come esempi di chi si rovinava con le sue stesse mani. Persino un autore come Tucidide (col quale Machiavelli presenta notevoli affinità), dopo aver dimostrato di poter sviluppare quella che oggi definiremmo una visione disincantata del potere, non può – alla fine – fare a meno di condannarla in quanto psicologicamente ingenua e autodistruttiva. Dopo Machiavelli (e grazie alla sua diretta influenza) divenne comune – se non proprio rispettabile – raccomandare ai prìncipi l’uso di tattiche immorali, giustificandole come arcana imperii o tradizionali segreti dell’arte di governo. Al giorno d’oggi, molti ritengono ovvio e ormai acquisito che gli Stati – per proteggersi – debbano impiegare mezzi che sarebbero ritenuti immorali nei rapporti fra privati cittadini, tant’è vero che li si proibiscono per legge. Si discute se sia morale o meno ammettere lo spionaggio, la tortura, le operazioni dei servizi “deviati” (in altre parole, l’omicidio di Stato), le campagne di “disinformazione” (basate, cioè, sulla frode e l’inganno), i “danni collaterali” (ossia accettare la morte di civili innocenti) e la destabilizzazione di governi stranieri, ma tutto questo discuterne ha – in fin dei conti – mutato ben poco il comportamento dei governi (persino quelli democratici) o l’opinione pubblica. La tesi fondamentale di Machiavelli (ossia, non ci si può comportare sempre bene quando si è circondati da persone che si comportano male) è oggi ritenuta incontestabile. La maggior parte degli studiosi contemporanei non sembra rendersi conto che in passato sono esistite tradizioni morali secondo cui gli Stati dovevano agire in base agli stessi valori morali dei singoli individui. Solitamente, il realismo politico nelle relazioni internazionali viene contrapposto al liberalismo (il quale sottolinea il ruolo della collaborazione fra i vari paesi in base al reciproco interesse) oppure all’idealismo utopico (secondo cui la natura umana può diventare moralmente perfetta solo in uno Stato mondiale a sua volta perfetto, che si realizzerà “alle calende greche”). Molti “idealisti” di questo genere non ritengono contraddittorio – nel loro impegno in vista di uno Stato perfetto – ricorrere a una rivoluzione violenta, allo sterminio programmato di milioni di individui e a forme di oppressione che superano di gran lunga quanto mai immaginato dai tiranni antichi.

Non è casuale che lo stesso Machiavelli goda di così tanta ammirazione al giorno d’oggi e che il suo Principe sia stato più volte letto come una guida per politici ambiziosi, uomini d’affari e burocrati. Anche molti studiosi (già ammaliati da Nietzsche e Foucault) hanno subìto il fascino esercitato dal suo culto del potere. La tendenza machiavelliana a pontificare ha trovato un degno corrispettivo nella tendenza – purtroppo assai diffusa fra i suoi lettori – a considerarlo infallibile. A dire il vero, egli si dimostrò un profeta poco abile e su temi di fondamentale importanza previde l’esatto opposto di quanto poi avvenne. Ad esempio, Machiavelli profetizzò – ritenendolo inevitabile – il ritorno di Firenze a una forma di governo repubblicano, così come la liberazione dell’Italia dagli invasori stranieri entro breve tempo e gli insuccessi cui sarebbero andati incontro i cristiani nei loro tentativi di sottrarsi alla corrotta amministrazione ecclesiastica. Per un personaggio ritenuto solitamente fornito di straordinarie capacità di osservazione e analisi, risulta difficile spiegare come sia potuto vivere all’epoca della Riforma senza accorgersi che stava avvenendo proprio allora. Inoltre, Machiavelli criticava il cristianesimo accusandolo di infiacchire lo spirito militare esattamente quando si stava trasformando in un’ideologia imperialista che avrebbe portato al predominio europeo sulla scena mondiale. Col suo consueto tono dogmatico, nel Principe afferma che i sudditi di prìncipi ecclesiastici non riescono mai a liberarsi dei loro governanti; eppure, tre decenni dopo, un terzo dell’Europa si era sottratta al loro controllo. Il suo disprezzo nel condannare quella che ritiene la natura debole ed effeminata del cattolicesimo gli fa dimenticare che sin dal tardo XI secolo i papi avevano promosso le crociate, un fenomeno che avrebbe conseguito alcuni dei suoi più grandi successi proprio nel corso di quel Cinquecento in cui Machiavelli viveva. La maggior parte delle sue previsioni su come si sarebbero evolute le tattiche e le strategie militari si rivelò sbagliata. Anche la sua stessa carriera di consigliere politico fu ostacolata dalla costante incapacità a scegliere il candidato giusto a cui legarsi.

Machiavelli mirava a rompere l’incantesimo in cui la filosofia morale antica teneva intrappolata l’azione politica, ma la sua stessa opera ha dimostrato di saper ammaliare i lettori. La politica della virtù promossa da generazioni di umanisti (cominciando con Petrarca a metà Trecento per giungere poi a Patrizi sul finire del secolo successivo) può fornire quella drastica alternativa necessaria a rompere l’incantesimo esercitato dal realismo politico machiavelliano e – al tempo stesso – porre in maggior risalto i limiti della sua scienza politica. Se non altro, ricorderà ai moderni che sono esistiti (e possono ancora esistere) altri modi di immaginare cosa dovrebbe fare una guida politica e come dovrebbe agire uno Stato.»

tratto da La politica della virtù. Formare la persona e formare lo Stato nel Rinascimento italiano di James Hankins, traduzione e cura di Stefano U. Baldassarri e Donatella Downey, Viella

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