“Il principe, il filosofo, il guerriero. Lineamenti di pensiero politico nell’Italia ostrogota” di Massimiliano Vitiello

Prof. Massimiliano Vitiello, lei è autore del libro Il principe, il filosofo, il guerriero. Lineamenti di pensiero politico nell’Italia ostrogota, edito da Franz Steiner Verlag: come si caratterizzò il pensiero politico della corte teodericiana?
Il principe, il filosofo, il guerriero. Lineamenti di pensiero politico nell'Italia ostrogota, Massimiliano VitielloPer rispondere a questa domanda occorre una breve premessa. Come noto, il regno di Teoderico seguì quello di Odoacre. Costui fu il primo re barbaro che, dopo aver deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente nell’anno 476, si insediò a Ravenna. Sebbene non avesse ricevuto il permesso di governare da parte dell’imperatore d’Oriente, è probabile che già a partire da allora i senatori che egli nominò alle più importanti cariche palatine avessero avviato un processo di romanizzazione della monarchia: un’opera essenziale per la sopravvivenza delle infrastrutture e della burocrazia dell’Italia tardoantica e per il governo sui romani. La presenza di consiglieri romani alle corti barbariche, non a caso, si riscontra nei vari regni barbarici ma con particolare intensità in Italia, la culla della Romanitas. Ed era una presenza necessaria per far coesistere i diversi popoli dei regni attraverso leggi che tenessero conto del crogiuolo di culture generato dalle migrazioni, che garantissero l’equità nella ripartizione delle terre, che tenessero in vita il sistema finanziario (inclusi i meccanismi di raccolta delle tasse), la vitalità dei mercati, la tranquillità della vita nelle città, molte delle quali erano ancora largamente popolate. Allorché Teoderico eliminò Odoacre e, alcuni anni dopo, venne riconosciuto dall’imperatore d’Oriente come regnante in sua vece, la romanizzazione della monarchia in Italia si intensificò ulteriormente. È soprattutto grazie a Cassiodoro che possiamo tracciare le linee del pensiero politico nell’Italia ostrogota. La sua attività al palazzo al servizio della famiglia degli Amali, quella di Teoderico, si protrasse (sebbene in maniera discontinua) per tre decenni. Durante questo periodo egli ricoprì le più alte cariche amministrative del regno. Dalle sue lettere, da lui stesso raccolte e pubblicate anni dopo come Variae, si percepisce come Cassiodoro si fosse fatto interprete delle ambizioni dei re di cui era al servizio. Nelle missive indirizzate agli abitanti del regno, agli alti funzionari, ma anche ai re e agli imperatori, egli rappresentò gli Amali come principi romani, descrivendoli dunque con le virtù tradizionali e il lessico della cultura elitaria di cui egli era rappresentante ed esponente. Attraverso la sua penna, Teoderico divenne così il nuovo Traiano: l’imperatore che da secoli era stato additato quale assoluto modello d’eccellenza in quanto amico del Senato, benefattore del popolo, estensore dell’impero. Cassiodoro —proprio come altri che già prima di lui avevano celebrato gli imperatori — si servì di modelli letterari tradizionali, come ad esempio il panegirico di Plinio, nel rappresentare Teoderico come sostenitore del nomen Romanum, garante della ciuilitas, rispettoso dei romani e delle loro istituzioni, amico del millenario Senato e restauratore di città e di monumenti. Teoderico fu inoltre tollerante con le varie religioni del regno e supra partes nelle dispute interne alla Chiesa romana, ad esempio durante lo scisma laurenziano.

In che modo la questione della regalità costituì un motivo di opposizione fra Germanentum e Romanitas?
Alla corte ravennate non mancarono mai gli attriti fra i burocrati dell’élite romana e i membri dell’aristocrazia gotica. Teoderico, che si circondava sia di consiglieri romani, sia di alti militari goti, riuscì a gestire queste tensioni per trent’anni. Fu soltanto nel 523 che il sospetto di complotti ad opera del Senato e dell’imperatore lo spinse a ordinare le esecuzioni di Simmaco e di Boezio. La situazione si compromise ulteriormente tre anni dopo, quando il re morì ultrasettantenne senza un figlio maschio e lasciando come erede il nipote di otto anni, Atalarico, sotto la tutela di sua figlia Amalasunta. I successori di Teoderico avevano assorbito molto della cultura romana in cui erano nati e cresciuti. Tuttavia, se la reggenza di Amalasunta permetteva di tenere in vita il principio dinastico essa sacrificava la figura del re condottiero. La regina fu dunque costretta a confrontarsi con quella parte dell’aristocrazia gotica che era ostile a un simile compromesso. Il modello di regalità femminile che Amalasunta aveva abbracciato come tutrice di Atalarico, infatti, non trovava forte sostegno nei circoli aristocratici militari gotici, ostili all’idea di una donna al potere. Ma in realtà non mancavano precedenti e casi analoghi nelle reggenze tardoantiche occidentali e orientali: basti pensare, un secolo prima, all’Italia di Galla Placidia e Valentiniano III. Cassiodoro, come presumibilmente altri intellettuali, anche in questo caso utilizzò la chiave di lettura romana per interpretare la monarchia di Amalasunta, descritta come la mater regens del princeps puer suo figlio. Mentre però Teoderico, il conquistatore dell’Italia, veniva immortalato come eroe nelle saghe, il re fanciullo divenne motivo di scontro fra la parte della corte più romanizzata e quella gotica più tradizionalista.

Quali furono gli sviluppi del pensiero politico dopo la morte di Teoderico?
La mancanza di un re adulto e militarmente efficiente venne vista con scetticismo da coloro che volevano un nuovo Teoderico. E sebbene Amalasunta cercasse di bilanciare le correnti interne, la situazione politica si deteriorò, anche a seguito di fatti esterni al regno che causarono ulteriore stress alla corte ravennate. Infatti, in quegli anni la rete d’alleanze internazionali che Teoderico aveva realizzato nei decenni attraverso matrimoni e sostegni bellici ai suoi vicini venne progressivamente smantellata: il compromettersi dei rapporti fra il regno dei Goti e quello dei Vandali, lo sganciamento della Spagna visigota dal controllo politico dell’Italia, le razzie della politica espansionistica della Francia merovingia ai danni dei regni dei Burgundi e dei Turingi alleati dei Goti. A ciò s’aggiunse, poco dopo, l’ambizione di Giustiniano di muovere guerra all’Africa dei Vandali, interferendo quindi nella parte del Mediterraneo Occidentale geograficamente dominata dall’Italia. Amalasunta, che per continuare a tenere le redini del potere s’era liberata dei nemici dell’aristocrazia gotica a corte, consolidò la sua politica filoimperiale offrendo a Giustiniano la Sicilia come base militare per la conquista dell’Africa. Ma allorché due anni dopo l’imperatore celebrò il ritorno all’impero di quello che era stato per secoli il granaio occidentale di Roma, in Italia il re Atalarico — non ancora diciottenne ma di salute precaria — morì. A questo punto, il principio della discendenza dinastica degli Amali sarebbe stato compromesso e Amalasunta deposta se la regina non avesse “riscoperto” il nipote di Teoderico da parte materna, Teodato. Costui era un uomo d’età avanzata che viveva nelle sue immense proprietà in Etruria, in un otium che aveva molto dello stile senatorio romano. Teodato non era mai stato parte dei piani dinastici di Teoderico, e la stessa Amalasunta lo aveva tenuto a distanza. Ma ora la regina lo chiamava al trono a ragione d’una soluzione dinastica quasi sconcertante: il consorsium regni. I due cugini avrebbero regnato con pari poteri, ma Amalasunta avrebbe avuto la priorità nelle decisioni. Una tale soluzione politica apparve ancor più radicale negli ambienti gotici tradizionalisti. In aggiunta, mentre Amalasunta era amata dai romani, Teodato non godeva di buona reputazione, a causa dell’avidità sfoggiata nell’accrescere i suoi latifondi in Etruria ai danni dei proprietari autoctoni. E anche se Amalasunta fece del suo meglio per riabilitare l’immagine del cugino prima di associarlo al trono, i sospetti e i rancori rimasero. Cassiodoro (che Amalasunta aveva appena elevato alla più potente magistratura, quella della Prefettura del Pretorio) descrisse Teodato, da sempre incline alle lettere e al Platonismo, come re filosofo: tale immagine, che rievocava l’ormai millenario ideale di Platone, sembrava una risposta per quell’élite senatoria che a distanza di dieci anni ancora piangeva le esecuzioni del capo del Senato Simmaco e del filosofo Boezio.

Come tramontò l’influsso del pensiero romano sulla monarchia gotica?
Sulla carta, Teodato lo si poteva rappresentare come un re filosofo. In realtà la sua mancanza d’esperienza e d’abilità nel governare si rivelò fin da subito. Egli si sbarazzò di Amalasunta, appagando il desiderio dei Goti più tradizionalisti. Dopo averla deposta e fatta incarcerare, poi, intraprese trattative con Giustiniano. Costui giocò sulla debolezza politica della corte ostrogota per dichiarare guerra all’Italia non appena Teodato diede l’ordine di far uccidere Amalasunta. Teodato era totalmente inesperto di guerre, il che facilitò l’avanzata di Belisario in Italia. L’innalzamento al trono del dux Vitige, il quale non era Amalo né nobile e che, sbarazzatosi subito di Teodato, legittimò la sua posizione sposando la nipote di Teoderico, sancì la fine dell’influenza del pensiero romano sulla monarchia gotica. Ogni sforzo di romanizzazione della regalità perse allora di significato. La guerra di Giustiniano accelerò il tramonto della figura del monarca in stile romano e il ritorno d’un modello di re guerriero di cui i Goti avevano ormai bisogno per la loro sopravvivenza. La necessità di un condottiero che salvasse il regno imponendosi contro l’armata di Belisario comportò il ritorno a un tipo di figura bellica che riesumasse il mondo delle gesta eroiche. Cassiodoro, che era ancora Prefetto del Pretorio, non esitò a rappresentare il nuovo re assecondandone i desideri, usando questa volta motivi letterari contenenti quei codici guerrieri con cui erano già stati celebrati molti capi germanici signori della guerra. Poco dopo, Cassiodoro abbandonò la vita politica e due anni dopo Ravenna cadde nelle mani di Belisario. Vitige venne deportato a Costantinopoli. I re successivi avrebbero abbracciato ancor più drasticamente il modello guerriero. Ci si potrebbe domandare se un esito diverso della guerra Gotica avrebbe potuto rivitalizzare il processo di romanizzazione della monarchia. Ma la ventennale, sanguinosa guerra in Italia compromise irrimediabilmente mezzo secolo di rapporti fra aristocrazia gotica e Senato romano. Entrambi scomparvero col trionfo di Giustiniano.

Massimiliano Vitiello è “Curators’ Distinguished Research Professor” presso la “University of Missouri-Kansas City”. Si occupa principalmente di Storia romana tardoantica e del fenomeno delle invasioni barbariche, oltre che di storiografia antica. Dopo aver lasciato l’Italia, ha lavorato in Germania e in Canada prima di collocarsi negli Stati Uniti. È autore di numerosi articoli e di alcuni libri, fra cui una biografia di Teodato (Toronto University Press 2014) e una biografia di Amalasunta (University of Pennsylvania Press 2017).

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