Facciamo una premessa: ancora oggi la maggior parte delle conoscenze storiche si acquisiscono in un’aula scolastica o universitaria e ancora oggi il ruolo di insegnanti e docenti universitari continua a essere fondamentale in questo processo. Ciò che è cambiato negli ultimi 10 anni è che “l’offerta di passato” si è ampliata in maniera esponenziale, non solo grazie al web, ma anche con la nascita delle piattaforme streaming (Netflix, Prime, ecc..), con i servizi di riproduzione digitale (Spotify per esempio), con la diffusione crescente di videogiochi, con i tanti canali tematici digitali, con la circolazione rapida e capillare di contenuti social e, ultimamente, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale. Ma continuano ad avere un ruolo importante anche media più tradizionali come la letteratura, il cinema, la documentaristica, che completano un quadro estremamente ricco e articolato di proposte di contenuto storico. I generi, peraltro, si mischiano sempre più frequentemente, come nel caso delle docufiction (p.e. quella su Alessandro Magno o sull’Impero Ottomano), in cui la divulgazione scientifica e la finzione si combinano senza soluzione di continuità. O come i tanti podcast in cui si intrecciano, a seconda dei casi, ricostruzione scientifica, alta divulgazione e forme di intrattenimento. È uno scenario in evoluzione, caratterizzato da un’eccezionale ricchezza di proposte che rappresentano una risposta a un’evidente richiesta di conoscenza storica. Una domanda che, tra l’altro, contraddice la percezione che noi abbiamo della storia come disciplina in crisi, noiosa, poco appassionante. Da questo contesto così complesso sono emerse le domande che hanno ispirato questo lavoro: come si mette in comunicazione l’insegnamento scolastico, spesso troppo legato alla manualistica, con le conoscenze che ciascuno di noi può ricavare in ambito extrascolastico ed extra accademico? Come facciamo a ripensare l’apprendimento della disciplina sfruttando le opportunità che questa produzione di contenuti storici può offrire? Come mettiamo in guardia i tanti fruitori di conoscenze storiche dai rischi impliciti in questa stessa produzione, che ha livelli qualitativi e obiettivi estremamente variegati?La risposta a questo genere di domande sta prima di tutto nella conoscenza della Storia come disciplina scientifica, con i suoi strumenti, con i suoi “ferri del mestiere”, con i suoi obiettivi, con i suoi dibattiti. Solo su queste basi si può generare una consapevolezza di cosa sia una ricostruzione scientifica del passato e su cosa non lo sia. E si può capire come quest’ultima possa divenire, comunque, risorsa utile a generare curiosità, a stimolare la riflessione critica, a rompere schemi preordinati.
Facciamo un esempio. Sollecitiamo pure i nostri studenti a vedere una serie come “M. Il figlio del secolo”, facciamone un mezzo che li spinga a viaggiare nel tempo e a porsi delle domande, ma poi riportiamoli al dibattito storiografico, al lavoro degli storici di professione. Oppure, prendiamo in considerazione i Discovery tours di un videogioco come “Assassin’s Creed: Odissey”, mostriamoli ai nostri bambini di primaria, facciamone uno spazio di ricerca, di curiosità e di riflessioni. E poi proviamo ad affrontare lo stesso viaggio con gli strumenti della storiografia. In definitiva, conoscere il mestiere dello storico, farne la base per la nostra conoscenza del passato, può rendere l’offerta di storia extra accademica una grande opportunità. Ed è quello che abbiamo provato a dimostrare con il nostro libro.
Quali nuovi orientamenti si sono sviluppati in relazione alla didattica della storia?
Da un ventennio è in corso di svolgimento, in Italia e a livello internazionale, un’articolata e significativa discussione sull’importanza del passato nella società attuale. Così come è ampio e articolato il dibattito in Didattica della Storia e nella comunità dei Public historian sulle forme e sugli obiettivi che devono caratterizzare la trasmissione dei contenuti scientifici in ambiti diversi da quelli accademici. Nel volume abbiamo provato a recepire alcuni dei passaggi di questi dibattiti facendone la base per le nostre proposte. Proposte che non riguardano solo la scuola, ma più in generale il modo con cui la storia va raccontata e compresa, in quanto disciplina non dogmatica e non fondata su una conoscenza unidimensionale, manualistica, passiva. Una materia viva e in continua evoluzione che abbia un carattere tridimensionale. Che sia in grado, in altre parole, di abituare i suoi fruitori a tenere conto delle sue fonti (la prima dimensione), della complessa trama del tempo (la seconda) e della sua importanza come fattore essenziale per la comprensione del mondo in cui viviamo (la terza dimensione). Insomma, si tratta di abituare insegnanti, studenti, cittadini a “pensare storicamente” e a valorizzare la cassetta degli attrezzi di questa meravigliosa disciplina. Noi abbiamo provato a farlo mettendo insieme discussione metodologica, proposte didattiche, esperienze di Public History e pratiche di Digital History. La nostra è una scommessa, insomma, ma con obiettivi estremamente chiari.
In che modo lo studio della storia può rappresentare una palestra del pensiero critico?
La riflessione metodologica in storia è di per sé una palestra di pensiero critico. Le riflessioni di Marc Bloch, di Edward Carr, di Jerzy Topolski, di Fernand Braudel, solo per citarne alcuni, ci pongono interrogativi non solo sui metodi del fare storia, ma anche sulle modalità attraverso cui conosciamo il mondo. Alcune di queste pagine le abbiamo inserite nel nostro volume, proprio con l’obiettivo di far dialogare i nostri lettori con questi autori e farli riflettere non solo sulla critica delle fonti, ma anche su concetti legati al tempo, ai contesti, alla causalità, alla comparazione. Tutti pezzi fondamentali nella costruzione di una coscienza critica, tutti strumenti essenziali per la nostra capacità di rapportarci alla realtà. Ma anche l’interesse per la storia intesa nella sua complessa trama di studi e filoni storiografici in grado di ricostruire aspetti diversi della società del passato può diventare una chiave utilissima per capire ciò che siamo stati e cosa potremo diventare. Da qui la nostra attenzione alla storia globale, alla storia dell’ambiente, a quella di genere o dell’alimentazione, filoni di ricerca in grado di rivoluzionare il nostro modo di concepire il passato.
Quali prospettive, a Suo avviso, per lo studio della storia nella società attuale?
Questa è certamente la risposta più difficile. Gli storici si occupano del passato e non sempre sono in grado di intuire possibili linee di sviluppo di fenomeni o processi. Però tutti e tre gli autori del volume abbiamo condiviso un certo ottimismo rispetto alle sorti di questa disciplina. Anche perché riteniamo che proprio la Didattica della Storia, la Public e la Digital History, come articolazioni sempre più essenziali del mestiere dello storico, possano fornire quegli strumenti utili a rinnovare la “Scienza degli uomini nel tempo” nel contesto sempre più cangiante del tempo presente e di quello futuro. Una disciplina che però deve essere in grado di rispondere alle nuove domande che sorgono nell’attualità con strumenti adeguati ed efficaci, che deve poter parlare alle nuove generazioni con rigore scientifico, ma con il loro linguaggio e i loro strumenti, che deve ripensarsi come fondamento di una cittadinanza informata, critica e democratica. Il nostro libro, in fondo, vuole essere un piccolo contributo a questa visione della storia.
Andrea Miccichè è professore associato di Storia contemporanea nell’Università di Enna Kore




