“Il Presidente” di Marco Damilano

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Il Presidente, Marco DamilanoI ritagli ingialliti della cronaca dell’elezione di Francesco Cossiga a presidente della Repubblica, il 24 giugno 1985, relitti di un’epoca ormai sbiadita, catapultano il direttore de l’Espresso, Marco Damilano, nel cuore del suo ultimo libro, Il Presidente, edito da La nave di Teseo. Memorie di un’era che non è più, eppure è proprio a quei quotidiani che dobbiamo il ricordo di un’epoca: «Non esisterebbe quel passato se non ce lo avessero tramandato quei giornali che davano un ordine al caos e restituivano spessore alle parole. Allora sembravano ammiraglie inaffondabili che ti consentivano di navigare nella realtà, oggi appaiono barche di carta nel mare tempestoso del digitale.»

Un «conclave laico» che si rinnova ogni sette anni, quello dei mille grandi elettori, esposta al fuoco impietoso dei franchi tiratori: «Inseguendo il miraggio di salire sul Colle più alto si sono schiantati i padri della patria e i loro successori, insieme ad alcuni leader che sembravano invincibili.» Giù, giù, dall’elezione di Luigi Einaudi, nel 1948, fino al presente: «Nel 2013 i nomi dei candidati furono bruciati uno dopo l’altro, mentre la piazza assediava il Palazzo, finché i grandi elettori andarono a pregare il presidente uscente, quasi novantenne, di restare in carica per un altro mandato, non era mai successo nella storia. Due anni dopo, nel 2015, apparve sulla scena da cui si era sempre tenuto distante il nuovo Presidente, anche lui legato a Moro, anche quel giorno ero in tribuna, l’ho visto emozionato e tremante nel salire le scale verso il seggio più alto di Montecitorio, per giurare fedeltà alla Costituzione. In sette anni, avrebbe affrontato il crollo delle ambizioni di chi lo aveva eletto, il disfacimento del sistema, l’emergenza più grave con la pandemia che ha chiuso in casa il Paese, la notte più buia.»

E così Damilano, alla vigilia di una nuova elezione, quella del tredicesimo presidente della storia repubblicana, si incarica di narrarne la storia: «Abbiamo avuto romanzi borghesi, romanzi operai, romanzi criminali, ma non abbiamo ancora il Romanzo Repubblicano, il Romanzo del Presidente, il solo possibile nel Paese in cui sta finendo la politica ed è morta la letteratura. Il Romanzo che narra di un dramma doppio. Il dramma di una persona, il Presidente, e di una istituzione, la Presidenza.»

Una storia, purtroppo, tutta al maschile: «Tutti i presidenti sono stati uomini. Anche le first lady sono quasi una rarità. Nella lista compaiono presidenti sposati, presidenti sposati ma senza consorti visibili, presidenti single o scapoli di fatto e c’è una certa ricorrenza di presidenti vedovi, affiancati dalle figlie per ragioni di cerimoniale. La donna più votata per il Quirinale finora è stata la comunista Nilde Iotti che ha raggiunto 256 voti al quarto scrutinio delle elezioni per il nono presidente, il 15 maggio 1992. Un grande applauso circondò la Iotti, che era stata giovane deputata all’Assemblea costituente, compagna di Palmiro Togliatti, presidente della Camera per tre legislature, dal 1979 al 1992, la prima ad arrivare allo scranno più alto di Montecitorio, di austerità regale, il volto nobile della politica. Ma era la candidata di bandiera del PDS e degli altri partiti della sinistra, senza possibilità di essere eletta. […] negli scrutini si sono avvicendate diverse candidature femminili, senza uno sbocco reale. Quattro voti raccolse nel 1978 la giornalista Camilla Cederna, autrice del pamphlet contro Leone, saliti a otto nel 1985, tre la vedova di Moro, Eleonora. La democristiana Tina Anselmi, presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia P2, fu candidata nel 1992 dalla Rete di Leoluca Orlando […]. La radicale Emma Bonino fu sponsorizzata dalla campagna mediatica Emma for president, ma nel 1999 raccolse appena 15 voti. Solo due donne sono entrate nella rosa dei candidati, ma non sono state messe neppure in votazione: la ex democristiana Rosa Russo Jervolino nel 1999, all’epoca ministra dell’Interno, poi sindaca di Napoli […] e la ex comunista Anna Finocchiaro nel 2015, quando era presidente della Commissione affari costituzionali del Senato.»

Il Presidente incarna le ambiguità di un’istituzione di per sé anomala, «la più enigmatica e sfuggente fra le cariche pubbliche prevista in Costituzione» – come ha scritto Livio Paladin – «“il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica”, come lo definì nella sua relazione all’Assemblea costituente Meuccio Ruini. “Non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno a una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta e impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze.” Per lui, in effetti, e solo per lui, la Costituzione utilizza un’espressione altisonante. Capo. “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale,” recita l’articolo 87. Un’espressione maledetta, dopo venti anni di fascismo, sussurrata più che ostentata, nella costruzione di un impianto costituzionale che non prevede capi.»

Le elezioni presidenziali del 2022 si «annunciano tra le più incerte della storia, il presidente-monarca è sempre più potente, sempre più popolare e sempre più solo. Il Presidente è la risposta alla crisi della democrazia, ma anche la sua massima espressione. È questo il Romanzo della Repubblica prossima ventura.»

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