Professoressa Borello, Lei è autrice del libro Il posto di ciascuno. Fratelli, sorelle e fratellanze (XVI-XIX secolo), pubblicato per i tipi di Viella: a cosa fa riferimento il “posto” cui si accenna nel titolo?
Il posto di ciascuno. Fratelli, sorelle e fratellanze (XVI-XIX secolo) Benedetta BorelloL’idea con la quale ho cominciato a lavorare a questo libro era quella di capire in che modo vivere in un gruppo di simili – con alcune differenze – influenzava le relazioni quotidiane di fratelli e sorelle. Ognuno di essi/e nasceva e si sviluppava in una precisa prospettiva che dipendeva dagli altri. Il posto veniva (e viene ancora, in una certa misura) assegnato dall’ordine di nascita, dal genere, oltre che dalla posizione sociale della famiglia a cui si apparteneva. Questo posto era modificabile ? Talvolta sì. La morte di un primogenito poteva far avanzare gli altri fratelli. Altre volte un primogenito incapace di amministrare il patrimonio familiare poteva essere surrogato da un fratello più giovane, come accadde a Siena in casa Sergardi alla fine del Settecento.
In determinate condizioni storiche e sociali – si pensi ai prelati nella Roma dei papi – i fratelli più giovani che intraprendevano la carriera ecclesiastica erano i membri più importanti della famiglia e il consolidamento del patrimonio e delle fortune della famiglia dipendeva più da loro che dal primogenito, il quale, anche se concludeva un buon matrimonio, non portava in casa benefici e prebende (oltre che possibilità di carriera per i ragazzi di famiglia).
Più difficili da aggirare erano le differenze di genere, una sorella da monaca (o addirittura da badessa) o da moglie poteva essere un’essenziale alleata nelle strategie della sua famiglia; era molto difficile che ereditasse il patrimonio familiare, anche se non impossibile. Olimpia Aldobrandini a metà del Seicento portò in dote ai suoi due mariti feudi e titoli di cui vennero insigniti prima Paolo Borghese e poi Camillo Pamphilj, ma si tratta di un caso piuttosto singolare. Il posto poteva essere negoziato, però. In casa Pamphilj, alla fine del Seicento, un secondogenito avviato verso la carriera ecclesiastica manifestò con tale forza la sua avversione al destino impostogli che gli venne consentito di sposarsi e perpetuare la discendenza. E la cosa si rivelò una salvezza per la famiglia, perché il primogenito non ebbe figli.
Per quanto possa apparire strano nell’Europa di antico regime, nell’epoca dei fedecommessi, delle monacazioni forzate e della trasmissione patrilineare, padri, madri, zii e altri parenti investigavano accuratamente le naturali propensioni dei ragazzi di casa. Questa indagine, in realtà, era più accurata per i cadetti, i quali, normalmente, non ereditavano il patrimonio familiari e che venivano avviati su altri percorsi di carriera. Decidere quale dei fratelli sarebbe stato più adatto a fare la carriera militare, chi invece aveva una chiara propensione per gli studi di diritto e la carriera ecclesiastica o chi poteva essere instradato verso la carriera diplomatica era un’operazione assai delicata. Nessun genitore avrebbe spinto il più timido o il più insicuro a comandare un esercito, anche se oltre il talento poteva essere in arte piegato con una rigida disciplina. Ma era meglio avere il cammino spianato e non dilapidare ricchezze per educare un figlio a ricoprire un posto che non gli era consono. Nelle grandi famiglie mercantili lavorare tutti per l’impresa di famiglia e ricevere una formazione “sul campo” costituivano esperienze capaci di surrogare un fratello (ma anche un cugino o un cognato) nel posto ricoperto da un altro. Nel 1867, alla morte di Hans Siemens, che aveva fondato una fabbrica di vetro a Dresda, suo fratello si trasferì lì e dette vita a un complesso industriale che arrivò a comprendere altre fabbriche di vetro in Boemia e Gran Bretagna. Le cose andarono così bene perché tutti i Siemens avevano un naturale fiuto per gli affari? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, perché alla morte di Hans nessuno pensò di sostituirlo con uno che non fosse stato un Siemens o che fosse stata una sorella Siemens. La scelta dei posti per le sorelle era davvero esigua, almeno fino al Novecento.

Cosa significava avere un fratello o una sorella nell’Europa di antico regime?
Era molto raro essere figli unici nell’Europa di antico regime e le ricerche su fratelli e sorelle del passato hanno, negli ultimi anni, messo in luce i legami di affetto, le conflittualità, le invidie, ma anche l’esistenza di piccole famiglie di fratelli all’interno di più vasti gruppi domestici. Leonore Davidoff, per esempio, nel suo Thicker than water ha fatto vedere come nella middle class inglese era tutt’altro che inconsueto che fratelli e sorelle maggiori funzionassero da genitori per gli ultimi nati. Anche a Siena nel Settecento a un primogenito venne affidata la tutela dei suoi fratelli più giovani, dopo che lo zio, tutore fino a quel momento, venne colpito da un malore. Nei vari capitoli ho voluto capire cosa significasse davvero «essere fratello e sorella» e mi è sembrato che la via migliore fosse quella di confrontare l’agency dei fratelli con le rappresentazioni culturali della fratellanza. Ho indagato in vari contesti il modo in cui i discorsi sull’essere fratello e sorella influenzavano le relazioni quotidiane tra loro nell’ambito in cui vivevano. Mi sono soffermata in particolare su tre aspetti dell’essere fratello e sorella: la somiglianza, la percezione di appartenere a un unico gruppo e il tentativo di distinguersi.
La percezione delle somiglianze e l’imposizione del nome costituivano un modo di appropriazione simbolico essenziale all’interno dei sistemi di parentela. Il primo capitolo del libro è interamente dedicato alle somiglianze fisiche di fratelli e sorelle, raccontate nelle fiabe, riferite nei trattati medici sulle malattie ereditarie o testimoniate nei processi per il riconoscimento di paternità. Prima della scoperta del DNA, le somiglianze di un ragazzo con il proprio genitore o con gli altri figli legittimi potevano diventare una prova nei processi intentati dagli illegittimi per ottenere una dote o una parte del patrimonio. Essere fratello e sorella significava anche avere la stessa formazione in ambiti che ricreavano l’appartenenza a un corpo (si pensi ai monasteri, ai collegi maschili, alle accademie militari e sotto un certo profilo anche le botteghe dove i ragazzi facevano il loro apprendistato) attraverso un linguaggio, che si modulava nuovamente attorno all’idea di fratellanza: sorelle e sorelline si chiamavano tra di loro le monache, membri di una confraternita erano molto spesso quelli che svolgevano lo stesso mestiere e fratelli in armi ci si considerava molto prima che i Dire Straits incidessero il loro quinto album.
Abitare nella stessa dimora o svolgervi un’attività produttiva era un altro modo di essere considerato a pieno titolo fratello o sorella. Era proprio la stessa «casa» che garantiva i mercanti con cui si concludevano affari dal rischio di un mancato pagamento. A un’obbligazione contratta da un fratello rispondeva molto spesso in solido tutto il patrimonio della sua famiglia. Ancora oggi i consumatori preferiscono acquistare vino da una «casa» che lo produce da molte generazioni o scelgono abiti o cravatte disegnati da famiglie che li confezionano da anni. L’aria di famiglia costituisce insomma ancora nel XXI secolo la certezza del successo del prodotto, un successo costruito dal lavoro integrato di fratelli e sorelle per più generazioni. Le somiglianze fisiche e il senso di appartenenza non impedivano a fratelli e sorelle di volersi distinguere dagli altri dagli altri. L’ineguale distribuzione della ricchezza poteva essere una prima grande fonte di distinzione, ma anche di invidia e di conflittualità.

In che modo funzionava la rete dei sostegni parentali?
Quella della rete che avvolgeva la famiglia nucleare e quella più generale della forma della famiglia sono questioni attorno alle quali si è arrovellata la storia della famiglia sin dall’inizio. È ovvio che era più facile trovare sostegni in una famiglia numerosa con molti fratelli che in famiglie di figli unici. Almeno questo era quello che ci si aspettava e questa è la ragione per cui i sostegni fraterni costituivano il nucleo più solido dei discorsi sulla fratellanza. Faccio molti esempi di questi discorsi nel mio libro. Le fiabe raccontavano che fratelli e sorelle dopo molti anni correvano l’uno in soccorso dell’altro; i trattati giuridici sulle società commerciali prescrivevano tutta una serie di azioni per tutelare le imprese di famiglia e il loro capitale. Ma anche le divisioni della dimora paterna da un certo punto di vista servivano ad argomentare che tutti – primogeniti e cadetti – avevano diritto a un tetto e a uno spazio alla mensa. In realtà le divisioni dello spazio domestico servivano anche ad evitare l’esplosione di acerrime lotte, ma questa è un’altra storia.
Ma quando finisce la fratellanza? Quando è che si riduce il senso di responsabilità verso quelli della stessa stirpe e il sistema dei sostegni smette di funzionare?
Un settore consistente delle scienze sociali ha arricchito e consolidato la master narrative della parcellizzazione delle relazioni tra gli individui divenute sempre più «liquide». Bauman nella Società individualizzata usa l’espressione di Caino nella Genesi – “Sono forse il custode di mio fratello ?” – per spiegare la fine della logica di dipendenza e di responsabilità. C’è però un’altra metà della storia, quella della relazione quotidianamente vissuta da fratelli e sorelle che, nel XXI secolo, raramente si dividono il palazzo di famiglia, ma che si vengono in aiuto e si sostengono economicamente e psicologicamente, colmando i vuoti e le incongruenze del sistema capitalistico avanzato. La parentela pratica appare dunque assai meno “liquida” dei discorsi che si fanno sulle relazioni fraterne.

In epoca di maggiorascati, erano frequenti i litigi per questioni successorie ed economiche?
Gli studi sulla trasmissione della ricchezza in antico regime, ma soprattutto le numerose ricerche sulle regole successorie in Europa dal Medioevo all’Ottocento hanno contribuito a spostare il fuoco dell’indagine su fratelli e sorelle. I cadetti sono venuti alla ribalta come gli antagonisti dei primogeniti. Le diverse indagini, gli accurati tentativi di incrociare le fonti hanno mostrato bene che le strategie volte a preservare un gruppo domestico o addirittura una dinastia (di aristocratici o di mercanti che fosse) non trascuravano il ruolo dei secondi nati, delle ragazze – escluse per secoli dall’eredità familiare – e, in generale, della parentela collaterale. Ma non sempre le tattiche della famiglia erano così lungimiranti da contentare tutti. Non è assolutamente vero che, dopo Caino e Abele, fratelli e sorelle si siano adorati.
È ovvio che un libro che si interroga sull’idea e la pratica della fratellanza come il mio si concentra più sulla argomentazione della solidarietà che sull’idea del conflitto. Ma l’idea di fratellanza che chiude la porta alla conflittualità, la fa rientrare dalla finestra. I discorsi sulle somiglianze e sull’armoniosa esistenza di fratelli e sorelle sono un altro modo di parlare di conflitti e di prevenirli. Se oggi leggessimo i testi degli accordi sulla limitazione degli armamenti nucleari degli anni Sessanta del Novecento, avvertiremmo immediatamente la preoccupazione per il conflitto atomico e capiremmo le modalità con cui veniva “combattuta” la guerra fredda. E un conflitto strisciante c’era anche nelle famiglie del passato: talvolta tra fratelli, in altri casi nascevano dissidi tra fratelli e le sorelle a cui non volevano pagare la dote; in altre circostanze poteva crearsi un blocco unico dei figli contro il padre e, come accadde durante la Rivoluzione francese, si riusciva anche a spodestarlo. Di tutte queste lotte resta traccia negli accordi volti a prevenirle.

Lo spirito di fratellanza accomunava anche chi svolgeva il medesimo mestiere o imbracciava le armi?
Come ho già detto, in antico regime c’erano numerosissime comunità che si ispiravano al legame fraterno per argomentare la coesione all’interno dei corpi. Monasteri, collegi maschili, accademie militari, corporazione di mestiere e botteghe di apprendisti con le regole del vivere comune, le divise, gli orari e la disciplina articolavano una serie di discorsi sull’essere parte di un corpo sociale. La cosa è particolarmente evidente se si leggono le descrizioni delle parate delle confraternite in cui l’abito e l’atteggiamento creavano una comunità fraterna.
È significativo che in famiglia, dove esisteva un indiscutibile legame di sangue tra tutti i membri (almeno se nessuna moglie si era macchiata di adulterio), si usasse la stessa logica per argomentare la coesione. La somiglianza tra fratelli e sorelle nei ritratti di famiglia veniva ribadita dall’uniformità delle vesti e degli ornamenti. Le vesti erano uno degli strumenti per assegnare a ciascuno il suo posto.