Come fare a raccontare Il Piccolo Principe? Ciascuno di noi ne conserva un’immagine (il cappello-boa), un personaggio (la rosa scorbutica), un dialogo (“«Vieni a giocare con me», propose il piccolo principe alla volpe, «sono così triste…»; «Non posso giocare con te», disse la volpe, «non sono addomesticata»”).

La storia di per sé è molto semplice: un pilota, il cui aereo è precipitato nel bel mezzo del deserto del Sahara, incontra un principe di un altro pianeta, che gli parla di sé e degli strani personaggi in cui è incappato bighellonando qua e là per l’universo.

Ma a partire da queste semplici premesse, Antoine de Saint-Exupéry, lui stesso aviatore, ci conduce in un mondo surreale e delicato, che ha saputo stregare bambini e adulti di tutto il mondo (il libro è stato tradotto in oltre 200 lingue, senza contare le versioni in dialetto).

“Mi disegni, per favore, una pecora?”. È con questa stravagante richiesta che il piccolo principe fa la sua comparsa in scena: ha i capelli color del grano, e indossa stivali blu e una palandrana azzurra. O almeno questo è l’aspetto che ne dà de Saint-Exupéry negli acquerelli da lui realizzati a corredo del racconto.

Il pilota cerca di accontentarlo, anche se è convinto di non saper disegnare perché, quando lui stesso era un bambino, gli adulti, rigidi e privi di immaginazione, avevano frustrato il suo desiderio di diventare un artista (se decidete, e vi consiglio di farlo, di leggere questo libro a un bambino, godetevi la sua risata saputella quando l’aviatore pronuncia la frase: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta”). Però nessuna delle pecore abbozzate dal pilota sembra soddisfare il piccolo principe: pecora troppo malaticcia, pecora troppo simile a un ariete, pecora troppo vecchia. Finalmente il pilota mostra al principe il disegno di una scatola con alcuni fori: è la scatola che contiene la pecora, e adesso il piccolo regnate è contento: può immaginare la pecora come meglio preferisce.

Il bambino spiega di essere il principe dell’asteroide B612 su cui vive con la sola compagnia di una rosa vanitosa, che “sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno”, per evitare di “uscire sgualcito come un papavero”. Il suo compito è tenere pulito il pianeta, evitando la crescita di giganteschi baobab che rischierebbero di occupare in breve tutto lo spazio disponibile sul minuscolo asteroide, poco più grande di una casa. È proprio per scovare una pecora che possa mangiarsi i baobab che il principe ha intrapreso il suo viaggio nell’universo. Qui ha incontrato una serie di personaggi tanto buffi quanto agitati e insoddisfatti. Il primo asteroide che ha visitato è tutto occupato dal manto di ermellino di un re che vive da solo, desiderando unicamente di trovare dei sudditi per poter dar loro degli ordini. Il secondo asteroide è abitato da un vanitoso che vuole solo essere ammirato, il terzo da un ubriacone, il quarto da un uomo d’affari convinto di possedere le stelle, il quinto da un lampionaio che si affanna ad accendere e spegnere i lampioni del proprio pianeta una volta al minuto in modo da far alternare la notte e il giorno. Infine, il principe incontra un geografo, così impegnato a consultare grossi tomi da non aver mai visitato il proprio pianeta, che gli consiglia di recarsi sulla Terra, perché “ha una buona reputazione”.

È qui sulla Terra che il principe incontra i personaggi più interessanti. Il serpente, più sottile di un dito, ma più potente di un dito di un re: “Colui che tocco, lo restituisco alla terra da dove è venuto”, dice, arrotolandosi alla caviglia del principe come un braccialetto d’oro. E poi la volpe, che spiega al principe che cosa significhi “addomesticare” (“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”), e che si fa addomesticare dal bambino, in modo che in futuro i campi di grano possano acquistare un significato, ricordandole il colore dei suoi capelli. Grazie alla volpe, il principe comprende il significato dell’amicizia e della pazienza necessaria a creare una relazione profonda: “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba”, gli spiega la volpe. “Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino”.

Così scorre la narrazione, in un susseguirsi di poesia pura, e si vorrebbero citarne parti intere, perché più che raccontato va letto. C’è chi desidera estrarne una morale, dissezionarne i dialoghi per darne una spiegazione razionale. Ma così si rischia di diventare come gli adulti, che quando gli si parla di un nuovo amico non si interessano mai alle cose essenziali, ma “vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa?

Quanto guadagna suo padre?». E allora soltanto credono di conoscerlo.”.

Perché ciò che rende Il Piccolo Principe universale e senza tempo è la sua componente gioiosamente surreale (“I fiori sono così contradditori!”), il tono irriverente (“«Ti ammiro», disse il piccolo principe, alzando un poco le spalle, «ma tu che te ne fai?»”) e le invenzioni fantasiose. E per apprezzarlo non c’è necessità di capirlo. Perché, come dice l’aviatore: “Quando un mistero è così sovraccarico, non si osa disubbidire”.

Silvia Maina

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