“Il piacere” di Gabriele D’Annunzio

«Nell’estate del 1888, Gabriele D’Annunzio, ritiratosi a Francavilla, ospite dell’amico pittore Paolo Michetti, redasse il suo primo romanzo, Il piacere. È indubbio comunque che già da qualche anno egli meditasse un’opera narrativa che superasse la misura della novella. L’anno successivo, secondo accordi già presi in precedenza, il libro fu pubblicato da Treves, che, dato l’interesse ed il sostanziale successo di pubblico, ne fece parecchie edizioni negli anni successivi. L’autore, rendendosi conto di alcuni difetti strutturali dell’opera, cercò di correggerli in occasione della traduzione in francese dello Hérelle (1894), ma per le edizioni italiane non apportò invece alcuna modifica; si limitò a dividere il romanzo in libri e ad eliminare alcune grafie inconsuete e ricercate nel momento della pubblicazione nell’Edizione nazionale.

Il piacere si qualifica come l’opera in cui confluisce gran parte dell’esperienza romana di D’Annunzio; da un punto di vista culturale è l’espressione più completa dell’estetismo, ma in essa sopravvivono anche le tracce del cammino percorso: il superamento del Naturalismo narrativo è attuato attraverso una ricerca di analisi psicologica che non ignora i positivistici tentativi di individuare le basi fisiologiche delle passioni, dei vizi e dei sentimenti.

Riassunto

Il romanzo si apre con la descrizione del protagonista, l’aristocratico Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, l’ultimo rampollo di una famiglia nobile, di artisti e di intellettuali. La narrazione prende le mosse dal momento in cui Andrea si prepara a ricevere, nella sua casa a Trinità dei Monti, a Roma, Elena Muti, la donna alla quale è stato legato da una passione travolgente e che due anni prima aveva improvvisamente deciso di lasciarlo, senza spiegazioni. Andrea l’ha incontrata pochi giorni prima e nel consenso di Elena a recarsi a casa sua, ha visto la possibilità di riprendere la relazione interrotta. Ma quando la donna giunge gli dice che d’ora in poi ella non potrà essere più la sua amante, ma soltanto un’amica e una sorella.

Da questo punto, seguendo il filo dei ricordi, il racconto ricostruisce la storia di Andrea ed Elena: conosciutisi in casa della marchesa d’Ateleta, cugina dello Sperelli, i due si erano immediatamente attratti; l’amore che era divampato li aveva fatti vivere in un mondo magico, attraversato da una continua tensione e ricerca del piacere. Ai convegni amorosi si alternavano le visite ai musei, le passeggiate nella campagna romana, le feste nelle case della più esclusiva società aristocratica. Improvvisamente Elena aveva troncato tutto ed era partita, per poi ricomparire, due anni dopo, sposata ad un ricchissimo lord inglese. Andrea non aveva potuto dimenticare la donna che gli aveva saputo dare momenti di assoluta esaltazione e, nel tentativo di alleviare la sua sofferenza, si era dato ad una vita dissoluta, passando da una conquista all’altra, cercando in ogni donna che possedeva qualcosa che gli ricordasse Elena.

Nel corso di questa vita di dissipazione Andrea era giunto a diverbio con un giovane amico al quale, per puro divertimento, egli stava portando via l’amante; ne era seguito un duello, nel corso del quale lo Sperelli, abilissimo spadaccino, per un banale incidente, aveva riportato una ferita quasi mortale. Convalescente era stato ospite a Schifanoja, la villa della cugina; lì, a contatto con la natura, aveva ripensato all’assurdità della propria esistenza e aveva sentito di poter trovare l’unico rifugio e la vera meta nell’Arte, tramite la quale avrebbe potuto riacquistare un senso non caduco della propria vita. Durante questa fase di meditazione e di propositi, giunge a Schifanoja Maria Ferres y Capadevilla, la moglie di un diplomatico guatemalteco, donna dall’aspetto nobile e dall’animo purissimo e sensibile. Andrea dapprima vede in Maria il simbolo della sua purificazione, ma ben presto questo atteggiamento intellettuale si trasforma in passione; anche la donna si innamora del giovane, al quale la lega la comune sensibilità per la musica e l’arte. A questo punto del romanzo vengono inserite alcune pagine del diario di Maria, dal quale si apprende che essa, dopo aver lottato disperatamente con se stessa, ha rivelato ad Andrea i propri sentimenti, pur affermando che mai potrà cedere ad un amore illegittimo.

All’inizio dell’autunno Andrea e Maria tornano a Roma, dove il giovane ricomincia ad essere ossessionato dall’idea di riallacciare il rapporto con Elena Muti; ma dopo che questa non si presenta a un appuntamento notturno, Andrea rivolge tutta la sua attenzione a Maria e, in breve, ne diventa l’amante. La donna, che gli si è data anche per fuggire la piattezza della sua vita e la volgarità del marito, vive in maniera tragica la relazione, perché è turbata dalla gelosia nei confronti di Elena che sembra sempre riemergere dal passato di Andrea. Il marito di Maria è travolto da uno scandalo: sorpreso a barare al gioco deve partire immediatamente da Roma: la donna si reca da Andrea per un ultimo convegno amoroso, ma lo trova sconvolto; pensa che sia per il dolore della separazione, in realtà il giovane ha da poco appreso che Elena ha un altro amante. Quando, nel momento della passione, Andrea si lascia sfuggire il nome di Elena, Maria inorridisce e fugge. Il romanzo termina con la scena della vendita all’asta dei mobili di casa Ferres, mentre Andrea, solo e sconfitto, visita le stanze ormai vuote.

Il primo romanzo di D’Annunzio rimane ancora oggi quello a cui è affidata la sua maggiore notorietà come narratore. Senza dubbio contiene elementi che colpiscono il lettore, anche se forse si può parlare piuttosto di un fascino sottile che emana da numerose pagine, piuttosto che di un reale coinvolgimento. Questo perché il romanzo ha parecchi difetti: «Prima di tutto appare chiaro che il limite maggiore dell’opera è costituito dalla povertà strutturale dell’insieme e dalla esiguità della trama. Nonostante tutti gli sforzi dell’autore di ‘costruire’ un romanzo, Il piacere soffre di indubbie insufficienze sul piano narrativo: è fondamentalmente statico» (F. Roncoroni, 1983).

Nel Piacere resta poi irrisolto ed indefinito il rapporto tra narratore e protagonista, a causa di una fondamentale indecisione di D’Annunzio; per tutta l’opera si manifesta un’incertezza se delineare la figura del tipo ideale del giovin signore del XIX secolo, e quindi presentarlo come «eroe», oppure se segnalare Andrea Sperelli come esempio di una malattia morale. Per pagine e pagine l’autore si dedica alla «costruzione» dell’eroe, del personaggio che «si pone come l’incarnazione, se non del D’Annunzio reale, di quello che il D’Annunzio avrebbe voluto essere, in linea con una identificazione che lo stesso poeta favorì e lasciò credere, non solo a scopo pubblicitario, e a cui finì con il credere anch’egli, almeno sul piano intellettuale» (F. Roncoroni, 1983). Solo saltuariamente si affaccia la condanna morale, che suona falsa, come se il narratore, preoccupato di non perdere i contatti con il lettore borghese, volesse fornirgli una chiave di lettura rassicurante. Il senso di falsità nasce dal fatto che l’occasionale moralismo fa appello a valori e principi ai quali, non solo il personaggio, ma lo stesso narratore dimostra di non credere, ritenendoli espressione dell’avanzante «diluvio democratico», dell’appiattimento e della massificazione sociale e culturale.

Nonostante i difetti, Il piacere è un’opera importante nello sviluppo dell’arte dannunziana. Conclude la fase iniziale della ricerca artistica che aveva portato all’accettazione dell’estetismo ed apre verso nuovi esperimenti. Dopo varie indecisioni D’Annunzio metterà a frutto l’esperienza compiuta con il primo romanzo e si indirizzerà decisamente verso una forma narrativa sempre più lontana dal modello ottocentesco.»

tratto da Letteratura italiana. Storia, forme, testi. 4. Il Novecento di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, editori Laterza

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link