Professor Cignetti, Lei è co-autore del libro Il piacere di scrivere. Guida all’italiano del terzo millennio, pubblicato per i tipi di Carocci e da poche settimane ristampato in una nuova edizione (Quality paperbacks, 2017). In che senso si può affermare che la scrittura è un’abilità problematica?
Il piacere di scrivere. Guida all’italiano del terzo millennio di Luca Cignetti e Simone FornaraOgni testo che scriviamo, per esse­re efficace, deve essere adeguato alla situazione in cui ci troviamo e ai nostri destinatari, oltre naturalmente a rispettare le regole grammaticali e ortografiche. Non sempre però questo è semplice: si parla di conseguenza della scrittura come di “abilità problematica”, perché chi scrive si trova a dover af­frontare una serie di difficoltà che si presentano in modo ricorsivo. Inoltre, la scrittura è anche un’attività “processuale”, in quanto può essere considerata come un’azione complessa all’interno della quale si attivano altre azioni più piccole. Per affrontare questa complessità, come hanno spiegato in un loro fondamentale studio Carl Bereiter e Marlene Scardamalia, ci sono due strade: la prima consiste nel “dire ciò che si sa” (knowledge telling) e la seconda nel “trasformare ciò che si sa” (knowledge transforming). Se la prima via prevede di riportare liberamente su carta i ricordi e i pensieri su un determinato tema (è quello che fa di solito lo scrittore inesperto), la seconda consiste nel pianificare il lavoro e nell’elaborare il testo in modo più articolato. Quest’ultima modalità è qualitativamente migliore della precedente, e consente inoltre di trasformare e arricchire le proprie conoscenze. Del resto, già i retori e filosofi antichi consideravano la scrittura uno degli strumenti più efficaci per dare ordine alle proprie idee, per fare chiarezza nella propria mente e per arrivare a conoscere meglio sé stessi.

Nel testo si tratta del futuro della norma ortografica: ritiene che la prassi finirà per imporsi sull’ortografia?
Chiunque si sia trovato almeno una volta a leggere testi di autori del passa­to si è accorto di quanto profondamente la grafia dell’italiano si sia trasfor­mata nel tempo: così come quella grammaticale, infatti, anche la norma ortografica non è la stessa in tutti i periodi storici. Nel passo che segue, tratto dallo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, per esempio, gli accenti, le doppie e le abbreviazioni sono spesso diversi da quelli della nostra norma ortografica: «La malinconia, il sentimentale moderno ec. perciò appunto sono così dolci, perchè immergono l’anima in un abbisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere il fondo nè i contorni». (Zib. 169-71, 12-23 luglio 1820). Oppure, per citare un caso oggi non pienamente regolarizzato e dunque ancora controverso, possiamo pensare al plurale della parola “ciliegia”. La norma ortografica presente nelle grammatiche (che in questo caso ha anche una datazione precisa, essendo stata introdotta dal linguista Bruno Migliorini nel 1949 sulla rivista «Lingua Nostra»), prevede che l’unica forma corretta sia “ciliegie”, e che la grafia “ciliege” di conseguenza sia errata. Esistono però numerose pubblicazioni, anche di case editrici prestigiose, in cui la forma usata è sempre quella senza “i”; e soprattutto nell’impiego comune le due forme, da un punto di vista della frequenza, oggi si equivalgono o quasi (è possibile verificare i dati con uno strumento come “Google libri”, in cui di entrambe le forme sono attestate circa 50.000 occorrenze). Così oggi i principali dizionari della lingua italiana, come il Sabatini-Coletti e Il De Mauro, ammettono entrambe le forme. Perché è normale e inevitabile che anche la grafia di una lingua si modifichi nel tempo, e che il sistema di regole che ne governa il buon uso, quando alcune prassi scrittorie diventano comuni, ne prenda atto, adeguandosi. Questo fatto non corrisponde a un degrado della lingua.

Perché è difficile usare bene la punteggiatura?
In passato nei manuali di grammatica e di scrit­tura la punteggiatura è stata trascurata e ne è stata anche fraintesa la funzione. La convinzione, purtroppo ancora diffusa, secondo cui la punteggiatura servirebbe soltanto a riprodurre nello scritto le pause del parlato, non considera importantissime funzioni del sistema interpuntivo, come quelle sintattiche e testuali. Da qualche anno però lo studio della punteggiatura ha impegnato molti linguisti e ha prodotto diverse pubblicazioni, divulga­tive sia scientifiche, grazie alle quali anche i manuali didattici si stanno adeguando. Le difficoltà d’uso della punteggiatura sono legate proprio alla sua ampia portata, che coinvolge l’architettura della frase e del testo al punto da essere determinante per una scrittura ben strutturata e articolata. Con una metafora, possiamo paragonare i segni di punteggiatura ai bulloni che reggono un’impalcatura: posti nei punti cruciali, la sostengono e permettono di aggiungere altri elementi, senza temere crolli; se al contrario sono messi male, le frasi e i periodi rischiano di cedere e l’intero testo può collassare. Per questo, con un’immagine presa da Carlo Emilio Gadda, non bisogna usare i segni di punteggiatura a caso, spargendoli «come capperi nella salsa tartara».

Tutti conosciamo la cosiddetta “sindrome della pagina bianca”: quali sono alcune possibili strategie per trovare le idee?
Per molti si tratta dell’ostacolo più difficile da superare, che può portare a un blocco – prima mentale, poi concreto – dell’atto di scrittura: trovare le idee, infatti, può essere tutt’altro che semplice. Esistono però diverse strategie: una delle più utili consiste nell’annotare, sotto forma di lista, tutte gli spunti che vengono in mente sul tema, partendo dalla traccia di scrittura che dobbiamo affrontare e senza preoccuparsi della stesura o della forma linguistica. Richiamare alla mente e mettere su carta alcune idee infatti ne fa sorgere altre, che si aggiungono alle precedenti (e poco importa se poi alcune saranno abbandonate, perché meno significative per il nostro testo). Una seconda strategia è quella del “grappolo associativo”: anche in questo caso sono raccolte diverse idee su un argomento, ma questa volta sono messe in relazione con frecce o simboli che ne evidenziano i rapporti. Una variante simile è la mappa mentale, che è un po’ più ordinata e dunque si presta bene a indicare una prima struttura del testo. Oggi esistono anche dei software che possono semplificare la costruzione di liste di idee o di mappe mentali, come per esempio FreeMind, che tra l’altro è distribuito gratuitamente.

Lei insegna nel Canton Ticino: vi sono differenze rilevanti o percorsi di differenziazione tra l’italiano parlato in Svizzera e quello parlato in Italia?
L’italiano che si parla in Ticino può essere considerato una varietà di italiano regionale, di cui esistono equivalenti in altre regioni italiane ed è, in termini molto generali, il risultato dell’influenza del dialetto sulla lingua. Quello degli elvetismi è però un fenomeno che comprende varietà molto diverse: si passa dall’italiano parlato in Ticino e nelle valli italofone dei Grigioni a quello parlato negli altri cantoni (dunque legato all’immigrazione dall’Italia), senza tralasciare l’italiano appreso da chi parte da un’altra lingua. In Ticino, rispetto all’Italia, alcune specificità linguistiche sono legate anche a differenze di tipo istituzionale. Per esempio espressioni come “cassa malati”, (che in Italia corrisponde, non perfettamente, ad “assicurazione malattia”) oppure “dipartimento” (che in Italia può riferirsi alla struttura di un’università, mentre in Ticino può anche avere il significato di “ministero”). Inoltre non va dimenticata l’influenza delle altre lingue ufficiali della Svizzera sull’italiano ticinese, riscontrabile per esempio in parole come “trottinette” o “buralista”, oppure in serie di parole che hanno un esatto corrispondente in italiano, francese e tedesco, come quella che si riferisce all’autobus della Posta, vale a dire “autopostale” nella Svizzera italiana, “autopostale” nella Svizzera francese e “Postauto” nella Svizzera tedesca.