“Il pensiero e la visione. Virginia Woolf saggista” di Angela Leonardi

Prof.ssa Angela Leonardi, Lei è autrice del libro Il pensiero e la visione. Virginia Woolf saggista edito da Pacini: quale importanza ebbe l’attività saggistica nella vita della scrittrice inglese?
Il pensiero e la visione. Virginia Woolf saggista, Angela LeonardiVirginia Woolf scrisse saggi e recensioni su argomenti letterari dall’età di 21 anni sino alla morte, ossia per tutta la sua esistenza. I contributi sono numerosissimi. Si pensi che l’edizione completa dei saggi (The Essays of Virginia Woolf, curata da Andrew McNeillie e Stuart N. Clarke per la Hogarth Press) conta ben sei volumi. È agevole dedurne che l’attività saggistica rivestì un’importanza fondamentale nella sua attività di scrittrice. La riflessione critica sulle opere letterarie dei più svariati periodi storici (da Chaucer a Joyce, per intenderci) ebbe infatti una ben percepibile ricaduta sulle sue opere creative: nel prendere in esame i romanzi di autori e autrici quali Defoe, Sterne, Austen, Meredith, Dostoevskij, Conrad, George Eliot, Scott, Dickens, Gaskell (per citare solo alcuni tra i maggiori), Woolf si impegna ogni volta in una sorta di dialogo privato – spesso tormentato ma sempre fecondo – con gli autori ma anche con se stessa; un confronto che la aiuta a definire con maggiore chiarezza forme, stili e finalità dei suoi stessi romanzi. Chi legga i suoi saggi su questi autori e su numerosi altri e li intreccia a quelli di natura più squisitamente teorica, arriva a capire più a fondo capolavori complessi come Jacob’s Room, Mrs Dalloway o To the Lighthouse. Anche la comprensione dei suoi splendidi racconti ne risulta agevolata. La lettura dei suoi saggi ci consente quasi di entrare nel suo laboratorio di scrittrice, di vederla all’opera, di condividerne i pensieri più profondi. E se a saggi e recensioni aggiungiamo ciò che si può attingere dai diari e dall’epistolario – materiali ai quali nel libro ricorro ogni volta che l’argomentazione lo richiede – questo percorso ideale si fa più articolato e suggestivo.

Come si è articolata storicamente la riflessione sulla forma saggio?
Il primo capitolo del libro coincide quasi per intero con riflessioni di carattere teorico sulla forma saggio. Innanzitutto, ne ricostruisco per punti essenziali la storia, da Platone fino a tutta la modernità, individuandone la specificità nel suo carattere erratico, libero, intenzionalmente asistematico, antiaccademico, sorretto da toni di studiata familiarità col lettore. Sono caratteristiche che giungono a compimento nei secoli che vanno dal Settecento al Novecento, periodi in cui alla figura dello scrittore che sia al tempo stesso un creativo e un saggista si affianca quella del critico a tempo pieno. Da questo punto di vista mi sono stati di grande aiuto gli scritti teorici di Adorno, Lukács, Benjamin, Steiner, Gualtieri, Chadbourne, Langlet, Berardinelli, Gallerani, Ceserani e altri. Approfondire le loro posizioni su un genere sfuggente e ricco come il saggio mi ha mi ha consentito di affrontare i saggi di Woolf attraverso una prospettiva più consapevole, auspicando di giungere a riflessioni che possano porsi come spunti, come nuovi tasselli nello studio di una messe di testi vasta e originalissima, inesauribile fonte di interesse per la critica e per i lettori di Woolf.

Quali altri autori si dedicarono al saggio?
Si potrebbe dire che è a partire dal Settecento che il saggio, rivolgendo l’attenzione anche a temi occasionali, di costume, di politica sociale o di politica tout court, dà fondo a pressoché tutte le sue potenzialità. Se pensiamo all’Inghilterra, tra i testimoni più importanti di simili tendenze troviamo Richard Steele e Joseph Addison, ma ampi lacerti di natura saggistica sono rinvenibili anche nella narrativa di romanzieri quali Defoe, Swift e Sterne. Al Settecento appartiene, del resto, anche il saggio che può essere considerato la vera e propria pietra miliare della letteratura femminista: A Vindication of the Rights of Women di Mary Wollstonecraft. È comunque nellʼOttocento che gli scrittori che si cimentano in questo genere costituiscono più la regola che lʼeccezione e la figura dello scrittore-critico diviene una figura familiare. Così è, ad esempio, per lo Shelley della Defence of Poetry o per la nobile coppia formata da Wordsworth (ricordiamo la Preface anteposta alla seconda edizione delle Lyrical Ballads) e Coleridge (con la Biographia Literaria del 1817). Scrissero saggi anche George Eliot, il poeta Matthew Arnold ed esponenti di punta del decadentismo e dellʼestetismo inglese quali Walter Pater e Oscar Wilde. Senza dimenticare, naturalmente, Thomas De Quincey, del quale basterebbe citare il famoso On Knocking at the Gate in Macbeth (apparso nel 1823 sulla London Magazine) per annoverarlo fra i più sensibili critici del suo tempo. Se ci concentriamo, invece, sugli anni in cui è attiva Virginia Woolf, non mancarono saggisti di vaglia, a cominciare dal padre Leslie, il cui ultimo contributo, un ritratto critico di George Eliot, si proietta nel XX secolo (apparve infatti nel 1902). Nel Novecento vediamo invece consolidarsi la distinzione fra autori che si presentano nella duplice veste di critici e di scrittori creativi, e saggisti a tempo pieno. Il secondo gruppo è anzi piuttosto folto. Si pensi a F.R. Leavis, al quale si devono studi critici ancora oggi ritenuti di primaria importanza (basterà citare Revaluation: Tradition and Development in English Poetry, del 1936), I.A. Richards, F.W. Bateson, W. Empson, ai quali vanno affiancati i critici accademici in senso stretto, come W. Raleigh, H. Grierson, P. Lubbock e soprattutto A.C. Bradley, autore di eccellenti e tuttora imprescindibili studi su Shakespeare. Lo stesso Bloomsbury Group contribuisce alla storia del saggio con studiosi quali, per citare i più noti, C. Bell, D. MacCarthy, J.M. Murry e il critico d’arte R. Fry.

A quali esiti pervenne l’analisi woolfiana su alcuni dei più importanti autori della letteratura inglese ed europea e sul Modernismo?
Eccezion fatta per Proust che le era per più di un verso affine e della cui opera discute con crescente cognizione di causa, Woolf preferisce concentrarsi sulla letteratura nazionale, che presentava e presenta diverse figure connesse a quella serie di tendenze che oggi le storie letterarie raccolgono sotto la definizione di Modernismo. In autori come Conrad, Lawrence, Hardy, Forster, Dorothy Richardson, l’amica/nemica Katherine Mansfield, Henry James, Joyce, Virginia Woolf ritrova tratti che coincidono, fatte salve le differenze che intercorrono fra ciascuno di loro, con la sua stessa ricerca, ossia uno sperimentalismo accentuato che ha come fine ed effetto l’erosione della trama come struttura portante dell’opera, la rivisitazione ardita delle dimensioni spazio e tempo, la caratterizzazione del personaggio come entità il più delle volte indistinta e indeclinabile nella sua essenza, la percezione del reale come coacervo di frammenti e dissonanze difficilmente riconducibili a un ordine superiore, l’esplorazione dei moti della coscienza vista come dimensione in continuo e problematico fluire. Sono questioni di cui discute, sempre nella maniera libera di cui dicevamo prima, non solo nelle recensioni, nei saggi, nei diari e nelle lettere ma anche in contributi autonomi. Oggi saggi come «Mr Bennet and Mrs Brown», «Modern Novels», «Modern Fiction», «How It Strikes a Contemporary», costituiscono delle vere e proprie pietre miliari per chiunque voglia comprende a fondo la letteratura modernista. Quanto alla poesia, saggi come «The Leaning Tower» e «A Letter to a Young Poet» basterebbero da soli a dimostrare come Woolf, pur dichiarando a più riprese di essere poco competente in materia, interpretasse con acume critico quello che all’inizio del secolo avevano proposto i War Poets (a cominciare dallo sventurato amico Rupert Brooke) e quello che andavano pubblicando poeti quali Auden, Spender, MacNeice, Yeats, T.S. Eliot. Della sua amicizia con Eliot si è scritto molto e io stessa non rifuggo dal discuterne ma ho anche voluto dare spazio a temi meno battuti, come il suo rapporto con Spender, che allora era ai primi cimenti ma che sarebbe diventato presto uno dei poeti più insigni del Novecento britannico. Quando Virginia Woolf morì, fu lui a dedicarle un elogio funebre di profondissima umanità, che ancora oggi si legge con commozione.

Quale metodo unitario è possibile riscontrare nel carattere apparentemente asistematico dei suoi saggi?
Possiamo dire con certezza, perché è lei stessa a ribadirlo più volte, che Woolf respingerebbe con forza la pretesa che si possa pervenire a un “metodo unitario”. Anzi, tutte le volte che le si presenta l’occasione, irride la pretesa che sia possibile discutere in maniera “scientifica” di letteratura. Ma se un carattere unitario c’è, esso coincide con la coerenza concettuale, intellettuale ed estetica delle premesse da cui muove nel suo ruolo di lettrice: Woolf critico letterario è sempre e innanzitutto Woolf lettrice appassionata, che nei testi in cui si immerge cerca innanzitutto l’empatia con un’altra intelligenza con cui si sta confrontando, l’entusiasmo e il piacere di scoprire un universo nuovo, che un altro essere umano ha creato e in cui la sta invitando a entrare. Per raggiungere il suo obiettivo Virginia Woolf si muove, nella maggior parte dei casi, secondo un criterio deliberatamente euristico che prevede una fase iniziale imprescindibile e che lei stessa definisce, in uno dei suoi saggi su Defoe, la «private interview», la «lonely battle» che ha senso ed è feconda solo se si fonda sui principi della sincerità e della libertà di giudizio. Quelli che appaiono come limiti e difetti, seppure la loro identificazione sia talvolta indotta dal cedere a personali idiosincrasie verso lo stile o persino verso l’autore, non devono essere esclusi dalla pagina, in quanto elementi indispensabili alla costruzione del percorso critico che conduce verso il ragionamento più ampio e l’intuizione determinante per giudicare una determinata opera, comunicati mediante una scrittura ricca di immagini, che sempre testimonia la sua straordinaria intelligenza, la sua sensibilità, la sua capacità di percepire le più sottili vibrazioni di una frase o di un intero romanzo.

Angela Leonardi è ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove insegna Letteratura inglese. Oltre ai volumi Tempeste. Eduardo incontra Shakespeare e Il cigno e la tigre. Figurazioni zoomorfe in Shakespeare, ha pubblicato, in rivista e in volume, diversi saggi su Shakespeare, sul teatro inglese, su autori del Novecento. Fra i più recenti: The Exaltation of Love in Three Shakespearean Tragedies; Depression on a Screen. “The Love Song of J. Alfred Prufrock” in the Light of Cognitive Theories of Depression; Iago: un clown che fa paura. Deformazioni del comico in “Othello”.

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