“Il Pascoli degli italiani. Storia di una poesia nella scuola nazionale (1912-1962)” di Alice Cencetti

Prof.ssa Alice Cencetti, Lei è autrice del libro Il Pascoli degli italiani. Storia di una poesia nella scuola nazionale (1912-1962), pubblicato dalle Edizioni della Normale. Pascoli è forse – insieme a Dante – l’unico poeta davvero nazionalpopolare della nostra tradizione letteraria tanto che, ai suoi funerali bolognesi, parteciparono circa ventimila persone: quale fortuna ha avuto, nella scuola italiana del Novecento, il poeta romagnolo?
Il Pascoli degli italiani. Storia di una poesia nella scuola nazionale (1912-1962), Alice CencettiLa fortuna di Pascoli nella scuola italiana del Novecento è assoluta. La sua presenza nei libri di testo (antologie e/o manuali) non risulta mai messa in discussione, e questo fin da quando il poeta era ancora in vita, al punto da farne uno dei grandi classici della nostra letteratura, giacché, come è noto, la ‘scolarizzazione’ determina il canone degli autori di una letteratura nazionale. Naturalmente non è tutto oro quel che luccica, e dunque c’è un prezzo da pagare, che è quello di un continuo rischio di banalizzazione per adattare un certo autore alle scuole di ogni ordine e grado. Quello che si può dire, individuando delle differenziazioni all’interno del ventesimo secolo, è che la ‘facilità’ con cui Pascoli entrava nei libri delle elementari, almeno fino agli anni Sessanta, è stata poi riconsiderata avvicinandoci ai giorni nostri, con una presa di consapevolezza circa la non adeguatezza del poeta ai bambini delle primarie. Indubbiamente quel testo di poetica che fu Il fanciullino ha generato macroscopici equivoci, come se ci si sentisse autorizzati a creare un’equivalenza tra fanciullino e mondo dell’infanzia: non si deve invece dimenticare che l’infanzia in Pascoli non è legata solo a una dichiarazione di poetica, ma è una condizione interiore che deriva dall’incapacità di attingere a una dimensione propriamente adulta e matura, è ciò che resta di una crescita abortita, confinata in uno stato di potenza che non si fa mai atto. Altro che leggerezza e spensieratezza dell’infanzia: l’infanzia pascoliana non è un fatto condiviso e condivisibile, esportabile e ostensibile, non diventa la mera individuazione di un pubblico privilegiato (se non nel senso dello slancio pedagogico insito nel Pascoli docente), si tratta piuttosto di uno dei tanti meccanismi che compongono quell’universo potentemente autoreferenziale che è il suo universo, un universo difficile da trattare, che va da vette di complessità a un’estrema semplificazione, e che quindi rischia ogni volta di sgretolarsi e vanificarsi nelle mani del curatore o dell’antologista di turno. E il fanciullino frainteso diveniva così il passepartout, il garante di un’operazione che voleva mantenere i lettori in uno stadio fanciullo, nel quale la bontà generava poesia e la poesia generava bontà, e nel quale si affermava che solo i cuori puri e i cuori giovani potevano essere i più predisposti a entrare in comunione con la poesia. Quando invece il fanciullino pascoliano, quello vero, non era nato per parlare ai bambini, ma, semmai, alla parte bambina nascosta in ogni uomo adulto.

Qual era l’immagine del Poeta veicolata da parte della scuola nazionale nei momenti nevralgici della storia italiana?
Almeno fino agli anni Sessanta, che sono gli anni a cui si arresta la mia disamina, l’immagine pascoliana risulta banalizzata e semplificata da una parte, e strumentalizzata dall’altra. Come si diceva prima, la decontestualizzazione tipica delle antologie scolastiche, così come l’abitudine di ‘sezionare’ le poesie da inserire, ha privilegiato la lectio facilior dell’opera pascoliana: il Pascoli della scuola diventa dunque il poeta della flora e della fauna, degli oggetti, delle creature semplici, dei buoni sentimenti, come una sorta di anziano parente saggio che può dispensare precetti edificanti; per quanto riguarda la strumentalizzazione, questa avviene naturalmente durante il Ventennio fascista, quando Pascoli viene assunto, insieme ad altri poeti, nel Pantheon degli spiriti della vigilia, coloro che avevano precorso e preannunciato con le loro opere il verbo fascista: dunque, almeno nei libri delle scuole superiori, abbondano i riferimenti all’Italia nazione proletaria che reclama il suo posto al sole. Nessuno spazio invece riservato alle tragedie familiari, e questo fin dai libri delle elementari: il balilla, futuro cittadino fascista, non doveva crescere in mezzo a sterili sentimentalismi o, quel che è peggio, a vittimismi e ripiegamenti interiori che ne avrebbero potuto minare la futura virilità. Va del resto ricordato che, durante il Ventennio, Pascoli aveva goduto di prestigio anche grazie all’opera della commissione centrale per la revisione dei libri di testo delle elementari, commissione istituita nel biennio 1923-24 e operativa fino al 1929, presieduta da Giuseppe Lombardo Radice con lo scopo di controllare che i libri scolastici fossero coerenti con i programmi ministeriali per spirito e intendimento. La relazione finale della disamina sui libri di lettura, condannando un eccesso di tematiche luttuose, e altresì lamentando la scarsità di argomenti che potessero indurre ad amare la vita dei campi, legittimava una selezione del Pascoli campestre, georgico, rurale, quasi a volerne confermare la lettura di semplice paesaggista: inutile scomodare il simbolismo, le figure retoriche, il fonosimbolismo, tutti concetti che per le scuole elementari sarebbero stati quanto meno fuori luogo; e quindi quasi nessun riferimento ai suoi lutti familiari. Quindi, in conclusione, il poeta di San Mauro è spendibile solo per tutto ciò che è georgico, bucolico, arcadico, ogni complessità viene evitata e, là dove non la si può evitare, viene ridimensionata tramite apparati costruiti ad hoc. E questo doppio binario esistente tra istruzione elementare e istruzione secondaria si mantiene anche nella scuola del secondo dopoguerra, che è stata giustamente rimproverata di non aver saputo cogliere quella che fu la sua vera grande occasione per rinnovarsi dalle fondamenta attraverso l’epurazione di persone e testi compromessi col passato regime, avendo preferito a una radicale riscrittura la soppressione delle parti più smaccatamente propagandistiche.

In che modo tale trattamento ha poi decretato l’indiscussa fortuna nazional-popolare di Pascoli?
Come si diceva prima, il fatto di essere presenti nei libri di scuola sancisce un canone, dunque la costante presenza in quei testi di un autore come Pascoli lo ha decretato poeta su cui generazioni di italiani si sono formate nei decenni, e questo a prescindere dagli errori di interpretazione, che sono un’altra storia. Nazionalpopolare vuol dire che gli italiani, su più livelli sociali, hanno trattenuto a memoria (in epoche in cui ancora si imparava a memoria) versi, strofe o anche intere poesie di Pascoli, che è entrato a fare parte di un immaginario collettivo, identitario, anche se frainteso, banalizzato o talvolta addirittura parodiato. E forse era destino inevitabile per questo poeta-professore, la cui biografia personale e intellettuale era stata a doppio filo legata al mondo dell’istruzione (liceale e universitaria), che aveva sempre avuto a cuore il ruolo strategico dei maestri elementari, e che, anche dopo la morte, della scuola era stato protagonista attraverso le varie opere di antologizzazione. Si potrebbe concludere ricordando come la prima operazione editoriale di questo tipo fosse nata, per così dire, in famiglia, col volume Limpido rivo allestito dalla sorella Maria nel 1912 e dedicato appunto «ai figli giovanetti d’Italia»: nasce da qui la sua avocazione al gruppo degli autori per l’infanzia, che lo ha fatto diventare un autore facile e modello di comportamento per i bambini, eterno fanciullo scrittore per fanciulli. Va da sé che sia stato lo stesso poeta, a partire dagli anni dell’insegnamento universitario di Messina, a voler lasciare una determinata immagine di sé alle future generazioni, ma la scuola contribuì ad appiattirlo e stereotipizzarlo in una chiava di diminutio intellettuale, rispetto alla quale, per fortuna, si sta cercando di invertire la rotta nella manualistica degli ultimi venti anni, pur permanendo la tendenza a riprodurre una selezione antologica già collaudata e perciò poco variata.

Alice Cencetti è dal 2007 dottore di ricerca in Italianistica. Già assegnista di ricerca, è docente a contratto presso l’Università degli Studi di Firenze e docente di lettere nelle scuole secondarie di secondo grado. Ha indirizzato i suoi studi all’area storico-letteraria dell’Ottocento e Novecento, occupandosi di Giosue Carducci, Giovanni Pascoli, Francesco De Sanctis, Carlo Levi, Leonardo Sciascia. Socio corrispondente dell’Accademia Pascoliana dal 2008, presso i tipi della Scuola Normale Superiore di Pisa ha pubblicato due volumi: Il fratello ritrovato. Le lettere di Giovanni Pascoli al fratello Raffaele (1882-1911) del 2017, e Il Pascoli degli italiani: storia di una poesia nella scuola nazionale (1912-1962) del 2023.

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