“Il paese di Putin” di Gian Piero Piretto

Il paese di Putin, Gian Piero PirettoIl paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda
di Gian Piero Piretto
Raffaello Cortina Editore

«L’idea per questo libro è nata leggendo di un progetto del Consiglio filosofico permanente, organo della cosiddetta filosofia Z filogovernativa capitanata dall’ideologo putiniano Aleksándr Dúgin (1962), dedicato alla “grande rettifica russa dei nomi”. L’operazione ha previsto una sorta di superba modifica o correzione profonda del mondo: ripristino delle sedicenti identità autentiche, confini spirituali e tradizioni sacrali di fronte al caos moderno e globalista. Si è trattato, secondo il politologo, di recuperare quei nomi e significati originali, quelle verità primordiali, che resistono alla svalutazione nominale odierna. L’espressione è stata usata nel 2022 in occasione del Sobór filosofico (Assemblea filosofica, sessione “La teologia russa della guerra”), dove la “rettifica” si riferiva a una revisione radicale dei concetti di genere e identità, intervenendo sul linguaggio stesso per colmare un solco spirituale tra la cultura russa e l’Occidente. Dúgin, nella sua visione eurasista, ha tratto ispirazione da quello che era stato il paradigma cinese-confuciano: utilizzo della rettificazione dei nomi come strategia politica e spirituale. A questa stessa logica afferisce il nuovo Dizionario della lingua statale della Federazione Russa (Università di San Pietroburgo, 2025), concepito non come descrizione neutra dell’idioma, ma come strumento di moralizzazione terminologica. Nella prefazione all’edizione in formato elettronico si legge: “Il dizionario fornisce le definizioni delle parole che descrivono il contenuto dei tradizionali valori spirituali e morali russi (elencati nel decreto del presidente della Federazione Russa del 9 novembre 2022 n. 809)”. L’obiettivo è dunque fissare ciò che è “russo autentico” ed eliminare parole giudicate estranee o dannose. Il risultato è una lessicografia normativa che restringe il vocabolario e, con esso, la gamma stessa del pensabile.

L’operazione compiuta dal governo russo in carica non è certamente nuova nella storia del Paese. Come ha dimostrato Evgénij Dobrénko, nel periodo rivoluzionario sovietico la cultura era focalizzata principalmente sulla cancellazione del passato per creare un nuovo mondo, senza un vero processo di riscrittura. Sotto Stalin, invece, la manovra di rivisitazione della storia ebbe un ruolo centrale, in cui veniva riscritta la rivoluzione stessa, utilizzando aspetti della cultura prerivoluzionaria come un magazzino di “tradizione” per neutralizzare certe dimensioni dell’utopismo rivoluzionario bolscevico. Queste operazioni di (ri)costruzione culturale illustrano la tensione tra la volontà di cancellare il passato (un certo passato), nomi e concetti culturali compresi, e la necessità di reinterpretarlo per sostenere nuove pianificazioni politiche. In altre parole, non c’è molto di nuovo nella propaganda putiniana: le sue narrazioni affondano le radici in argomentazioni filosofiche, teologiche, antropologiche dei secoli russi passati riportate alla luce e adattate alle circostanze.

Ho considerato di procedere con un percorso analogo ma ben distinto: recuperare nomi (parole), concetti chiave della cultura russa che la politica putiniana ha ripreso, adattandoli, alterandoli, talora mistificandoli, per legittimare proprie scelte e teorizzazioni, allo scopo di verificarne il significato primigenio e l’uso-abuso realizzato a fine propagandistico. Per il mio progetto ho fatto ricorso a molte delle parole che rientrano nella categoria delle cosiddette intraducibili, vale a dire che vantano un tale grado di alta specificità nella società di cui sono fondamento da non trovare equivalenti in lingue diverse e necessitare di parafrasi per essere comprese in idiomi e culture differenti. Negli ultimi tempi, si tratta molto di “decolonizzazione” dei Russian Studies: la rimessa in discussione non solo delle interpretazioni della Russia, ma delle categorie stesse con cui la si è affrontata. Per molto tempo, la conoscenza del mondo russo si è formata tra due sguardi asimmetrici: quello interno dell’impero, che ha imposto la propria lingua e visione come universali, e quello esterno dell’Occidente, che ha spesso trattato la Russia come eccezione o minaccia. Entrambi, in modi diversi, hanno contribuito a costruire una narrazione omogenea e prevedibile. Decolonizzare non vuol dire rifiutare in toto la tradizione del Paese, ma leggerla con altri occhi, il prezioso “sguardo straniato” dei formalisti russi: smontarne i miti fondativi, ascoltare le voci marginali, riportare alla luce ciò che è stato espulso o silenziato.

Nelle pagine successive si ragionerà, secondo questo principio, di sobórnost’ (unità nella molteplicità), smirénie (remissiva accettazione), byt (esistenza quotidiana, peso della consuetudine, ma anche usi e costumi), in parallelo a stabíl’nost’ (stabilità o controllo sociale?), concetto determinante del discorso putiniano, prostór (spazio immenso e indefinibile), rússkij mir (mondo, pace, comunità russa), arrogante cavallo di battaglia del presidente, senza tralasciare l’eterno preconcetto dell’arcana anima russa (zagádočnaja rússkaja dušá). L’estetica del Paese dei Soviet e le sue selezionate rivisitazioni, concomitanti a un recupero strategico della storia arcaica della Russia, faranno da base per indagare, attraverso l’edificazione (e l’abbattimento) di svariati monumenti e l’organizzazione di molteplici parate (mito della pobéda, vittoria), le forme di patriotízm contemporaneo, vicino al nazionalismo, ma con sfumature particolari. Si scoprirà, tra scuola, media e spettacoli, che cosa secondo il governo conti davvero (glávnoe) nella Russia di oggi e come la retorica statale stia rielaborando la storia passata e costruendo per Putin l’immagine di bátjuška, il caro padre-padrone dell’Ottocento che sa essere, all’occorrenza, severo e feroce.

Termini che sembrano racchiudere l’essenza dello spirito del Paese e vengono qui indagati analiticamente, per mostrare come siano stati, nelle varie fasi della storia, sovrastimati, politicizzati, e spesso piegati a una retorica del potere. Esaminarli nella loro pluralità originaria significa sottrarre la Russia al monopolio della propria immagine, non chiuderla in un ennesimo stereotipo. Nella ferma convinzione che per procedere con lo studio di quel continente sia indispensabile una relazione critica con il presente: il campo d’indagine non è neutro rispetto alla contemporaneità (guerre, occupazioni, politiche autoritarie). L’atto di decolonizzare significa anche interrogarsi sull’uso politico del sapere.»