“Il paesaggio. Teorie, storie, luoghi” di Paolo D’Angelo

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Prof. Paolo D’Angelo, Lei è autore del libro Il paesaggio. Teorie, storie, luoghi edito da Laterza: che differenze esistono tra giardino e paesaggio?
Il paesaggio. Teorie, storie, luoghi, Paolo D'AngeloGiardino e paesaggio sono, per molti aspetti, assai vicini. Chi ha sensibilità per i paesaggi di solito ama anche i giardini, e viceversa. Un recente libro sul paesaggio mediterraneo di un agronomo che è anche un notevolissimo paesaggista, Giuseppe Barbera, si intitola Il giardino del Mediterraneo. Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene, ed è a tutti gli effetti un libro sul paesaggio; l’editore Olschki ha una collana che si intitola Giardini e paesaggi, gli architetti paesaggisti per lo più progettano giardini, e potremmo continuare.

Tuttavia giardino e paesaggio individuano due realtà profondamente differenti, sì che sarebbe sbagliato, e foriero anche di distorsioni nel nostro rapporto col paesaggio, considerare le due nozioni come interamente sovrapponibili. Tanto per enucleare le diversità più cospicue, l’idea stessa di giardino nasce dalla esigenza di recintare, contornare, chiudere (lo dimostra l’etimologia della parola, che deriva dalla radice gard- che significa racchiudere, proteggere), mentre il paesaggio si dà solo nell’aperto, nell’illimitato, vuole il cielo e l’orizzonte. Inoltre il paesaggio è inappropriabile, non può essere la proprietà di questo o quello, come sovente è il giardino. Ancora: il paesaggio è opera corale e non intenzionale, mentre dietro a ogni giardino c’è un progetto. Come si vede non ho differenziato giardino e paesaggio dicendo che l’uno è artificiale e l’altro naturale. Affermare questo non sarebbe corretto, perché la mescolanza di naturale e artificiale è presente in moltissimi paesaggi, e praticamente in tutti o quasi i paesaggi italiani.

Quali conseguenze producono sul paesaggio gli eventi sismici?
Potremmo dire che l’evento sismico in quanto tale ha influenza prevalentemente sul costruito, sugli edifici e le infrastrutture e quindi sembrerebbe colpire solo questa componente del paesaggio, a meno di eventi assolutamente catastrofici che producono sconvolgimenti anche nella natura. Tuttavia le decisioni legate alla ricostruzione, le nuove edificazioni, le delocalizzazioni che spesso seguono i terremoti hanno potenzialmente delle conseguenze dirompenti sui paesaggi del dopo-terremoto.

Può accadere che dopo un evento distruttivo si decida di abbandonare il vecchio insediamento e di costruire una nuova zona urbana. Quando ad essere investiti sono centri relativamente piccoli questo è accaduto e accade di frequente. Per il passato, pensiamo al caso di Noto, ricostruita dopo il terremoto rovinoso del 1693. In quel caso la scelta fu particolarmente felice e il nuovo abitato, con la sua disposizione a declivio, l’ordinato reticolo viario e la straordinaria bellezza dei luoghi è andato a costituire un vero gioiello; ma i casi recenti, ahimè, sono stati molto, molto meno propizi. Pensiamo alla vicenda di Gibellina, dove la cittadina nuova, non ostante le molte opere di artisti che la dovrebbero ornare, è fredda e spaesante. Oppure alle tristi, raggelanti New Towns che si sono edificate per ospitare gli sfollati dell’Aquila o, prima, quelli di Conza di Campania o di Carbonara/Aquilonia.

Perché queste dislocazioni (pensiamo anche a quelle dei paesi travolti dal cedimento della diga del Vajont) sono quasi sempre fallimentari? Perché il terremoto produce un trauma innanzi tutto nelle popolazioni residenti, che letteralmente non riconoscono più i luoghi che erano loro familiari. Qualcuno ha detto che i paesaggi del dopo-terremoto sono “paesaggi interrotti”. Ebbene, costruire una New Town significa fissare per sempre questo stravolgimento e questa perdita di identità, che si riverbera poi anche su chi va a visitare i luoghi e li trova devastati dall’incuria, dalla scarsa qualità del costruito, dalla mancata armonizzazione con i luoghi circostanti.

Che relazione esiste tra paesaggio ed ecologia?
Da un lato, paesaggio ed ecologia non possono che essere alleati, orientati nella stessa direzione. Un paesaggio che troviamo esteticamente apprezzabile è un modello di interazione felice tra natura ed artificio, tra intervento umano e dato naturale, e d’altra parte un sito inquinato, devastato, privato di vegetazione e di vita non può apparirci bello. Rosario Assunto, quando parlava di paesaggio, pensava di parlare anche di ecologia ed ambiente, e presentava paesaggio ed ecologia come due lati della stessa medaglia.

Tuttavia non bisogna dimenticare che nei fatti protezione del paesaggio e ambientalismo non sempre si sono trovati dalla stessa parte. Negli anni Sessanta, quando i movimenti ecologisti cominciarono a diffondersi, si parlava pochissimo di paesaggio. La convinzione dominante era che il discorso sul paesaggio tradisse un approccio estetizzante, passatista, poco adatto a fronteggiare i grandi pericoli che incombono sull’ambiente.

Questo tipo di critiche appare tutt’altro che tramontato. Nei Visual Studies americani, per esempio, è frequente l’associazione tra paesaggio e sfruttamento coloniale o industriale-capitalistico, mentre l’environmental aesthetics ha opposto al modello paesaggistico (ridotto in modo semplicistico a trasposizione sulla natura della pittura di paesaggio) un modello ambientale nel quale le linee per l’apprezzamento del paesaggio sono fornite dalle discipline scientifiche naturalistiche.

Del resto, a metterci sotto gli occhi la distanza che può aprirsi tra paesaggio ed ecologia sono, proprio in questi giorni, le polemiche tra chi vuole difendere il paesaggio e chi invoca l’installazione di impianti eolici o di pannelli solari in pieno campo. Le energie rinnovabili, inutile nasconderselo, minacciano trasformazioni radicali, con turbine a vento realizzate su crinali collinari o ampie distese di terreno invase dai pannelli solari. La stessa Legambiente ha minimizzato o negato l’impatto di questi impianti sul paesaggio: eppure la transizione alle energie rinnovabili, se attuata secondo quanto previsto dagli accordi per la riduzione delle emissioni, comporterebbe alterazioni enormi ai nostri paesaggi storici. Abbiamo devastato mezza Italia in nome dello sviluppo economico, c’è da temere che ne devastiamo l’altra metà in nome dell’ambiente.

Come si è evoluta l’idea moderna del paesaggio? E quando nasce la filosofia del paesaggio?
Il termine “paesaggio” è nato nelle lingue europee tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento. Ma allora la parola indicava la pittura di paesaggio; solo in seguito è passata ad indicare il paesaggio reale, una porzione di territorio percepita come immagine unitaria. Il Settecento ha cominciato a diffondere una sensibilità moderna per il paesaggio (solo allora si inizia a parlare di paesaggi sublimi o pittoreschi, e ad apprezzarli); il Romanticismo ha diffuso il sentimento della natura, una pittura di paesaggio innovativa, una nuova considerazione della bellezza naturale. Ma è solo nel corso dell’Ottocento che si elabora una teoria del paesaggio, con pensatori come Ruskin, ed è solo con Simmel, all’inizio del Novecento, si può dire che nasca una vera e propria filosofia del paesaggio.

Quale impatto potrà avere la Xylella sul paesaggio salentino?
L’impatto della Xylella (un batterio che provoca il disseccamento delle piante di olivo e che viene veicolata da un insetto, comunemente detto sputacchina) sul paesaggio salentino è stato notevole: si trattava infatti di un paesaggio che, specie nella regione delle Serre salentine, era dominato dalla coltura dell’olivo, e presentava oliveti spesso di impianto assai antico, con piante anche secolari. Il disseccamento di molti esemplari, unito alla dura necessità di espiantare gli olivi limitrofi per evitare ulteriori contagi, ha provocato grandi alterazioni nel paesaggio. I ritardi negli interventi, e le polemiche sulla necessità di essi, hanno provocato l’estendersi della infestazione anche a terreni più a settentrione, ma qui con ricadute meno gravi sul paesaggio. Bisognerà vigilare affinché nei territori colpiti vengano reimpiantati olivi di cultivar resistenti al batterio, e possibilmente con sesti non troppo intensivi. Non sarebbe scandaloso anche che ci si orientasse verso altre specie arboree, ma occorrerà evitare in ogni modo che i terreni impoveriti vengano sottratti alla coltivazione e alla vegetazione per destinarli ad altri usi.

Paolo D’Angelo è professore ordinario di Estetica presso l’Università Roma Tre. Dirige la rivista “Aesthetica Preprint” e collabora al quotidiano “Domani”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Sprezzatura. Concealing the Effort of Art from Aristotle to Duchamp (Columbia University Press 2018), Attraverso la storia dell’estetica (Quodlibet 2019) e La tirannia delle emozioni (Il Mulino 2020).

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