Prof. Carlo Tosco, Lei è autore del libro Il paesaggio come storia edito dal Mulino: quando e come si sviluppò il concetto di paesaggio?
Il paesaggio come storia, Carlo ToscoIl termine paesaggio è una creazione abbastanza recente nella cultura occidentale. La sua prima attestazione risale alla lingua francese, dove paysage compare come neologismo all’inizio del XVI secolo. Poco più tardi si diffonde nelle altre lingue romanze, e in italiano è attestato per la prima volta in una lettera di Tiziano, scritta nel 1552 ad un suo committente. È importante quindi comprendere che l’idea nasce in rapporto alla pittura e alla rappresentazione del territorio tramite l’arte figurativa. Certo la pittura di paesaggio esisteva da tempo, ma in precedenza veniva definita pittura di “paesi”, intesi come regioni e contrade del mondo rurale. La prima fase di vita del concetto di paesaggio è quindi strettamente legata alla storia dell’arte.

Quale evoluzione subisce la nozione di paesaggio alle soglie dell’età moderna?
È nell’Ottocento che il concetto di paesaggio compie un notevole salto semantico: i geografi tedeschi cominciano a parlare di paesaggio (Landschaft) come una caratteristica visibile e oggettiva del territorio, che può essere indagata e studiata con metodi adeguati. Il paesaggio diviene così oggetto di scienza, un settore particolare delle discipline geografiche. Protagonista di questo nuova concezione è Alexander von Humboldt, un geografo tedesco che aveva compiuto un lungo viaggio di studio nell’America centrale, studiando con attenzione i rapporti tra le piante, gli animali, il clima e l’ambiente. Le sue ricerche fonderanno una nuova visione delle scienze naturali, basata sull’interconnessione tra le diverse componenti biotiche e abiotiche che formano l’ecosistema. Più tardi, con la nascita dell’ecologia, il paesaggio diventerà un settore di questa nuova scienza e un ambito di ricerche in forte espansione. In definitiva quindi si tratta di un concetto complesso e tendenzialmente polisemico, aperto sempre a nuove aperture e implementazioni.

Qual è l’apporto alla riflessione sul paesaggio dato dalle scienze del territorio, dall’archeologia e dall’antropologia?
Le scienze del territorio sono naturalmente chiamate a confrontarsi con il paesaggio. La sua nozione olistica favorisce il contatto tra le discipline e la collaborazione tra i saperi. Non esiste una disciplina dominante e non esistono settori di ricerca secondari, con funzione ancillare. Al contrario l’indagine sul paesaggio parte sempre da punti di vista diversi e utilizza metodi differenti di approccio ai fenomeni territoriali. Certo l’archeologia ha svolto un ruolo di grande importanza per la nascita della storia del paesaggio, in particolare grazie agli apporti del mondo anglosassone. Nel periodo tra le due guerre si è sviluppata la Landscape archaeology, che puntava a non limitare gli studi ai siti di scavo, ma guardava al territorio e ai sistemi insediativi che si erano sviluppati nelle epoche passate. Al nuovo indirizzo hanno contribuito gli sviluppi tecnologici dell’epoca, come la fotografia aerea, che apriva ai ricercatori uno sguardo del tutto nuovo su vaste aree d’indagine. E’ significativo ricordare che la prima fotografia aerea di un sito archeologico ritrae il cerchio megalitico di Stonhenge, sullo sfondo della campagna inglese. Oggi le fotografie aeree sono sostituite dalle immagini satellitari, che offrono un materiale utilissimo a tutti i ricercatori, in gran parte accessibile come open source.

Qual è lo stato attuale dell’analisi storica del paesaggio?
La storia è una componente essenziale del paesaggio, soprattutto nel territorio europeo. Come diceva Marc Bloch, lo storico è come l’orco della fiaba, che punta sempre dove sente l’odore dell’uomo: così lo storico del paesaggio punta a indagare il ruolo dell’uomo nella formazione del territorio. Ogni area dei nostri territori, ogni comune, ogni villaggio, sono carichi di storia. La storia si stratifica nel tempo e lascia tracce leggibili: il ruolo del ricercatore consiste nel mettere a punto metodi e programmi d’indagine per ricostruire le stratificazioni accumulate e le forme diverse dell’ambiente che si sono succedute in un determinato luogo. È bene ricordare però che i paesaggi del passato non sono soltanto degli oggetti di ricerca storiografica, ma anche dei “contenitori” di beni culturali, dei sistemi territoriali in cui si sono sedimentate porzioni del nostro patrimonio culturale.

Come indirizzo storiografico la Landscape history nasce in Inghilterra all’inizio del Novecento e si sviluppa presto in Francia e in Germania. In Italia trova un grande punto di riferimento nell’opera di Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, pubblicata per la prima volta nel 1961. In questo lavoro si gettano le basi di una ri-lettura del paesaggio nel nostro Paese, basata soprattutto sulle immagini pittoriche e sulle fonti iconografiche. Oggi in Italia si contano diversi centri di ricerca che lavorano su questo tema, con un notevole sviluppo di studi e di programmi d’indagine. Vorrei ricordate in particolare la Summer School dedicata ad Emilio Sereni, che ogni anno riunisce studiosi e studenti per riflettere e lavorare sul grande tema del paesaggio, presso la sede dell’Istituto Cervi a Gattatico, nel cuore della campagna emiliana. Segnalo anche che da quest’anno, nel medesimo Istituto, verrà attivato un Master in “Cultura e governo del paesaggio”, aperto a tutti le persone interessate ad approfondire questo tema così affascinante.

In che modo il paesaggio è entrato nell’agenda politica e legislativa dell’Unione Europea?
È interessante osservare che l’Unione Europea non è riuscita a elaborare una vera politica comunitaria nel settore dei beni culturali (se non per questioni particolari, come l’esportazione delle opere d’arte), ma si è data un orientamento comune nell’ambito del paesaggio, tramite la Convenzione Europea del Paesaggio. La Convenzione venne firmata a Firenze nell’anno 2000 ed è stata ratificata dai parlamenti di quasi tutte le nazioni europee (per l’Italia è legge dello Stato dal 2006). Rimane questo lo strumento giuridico di base dell’Unione, e tutti dobbiamo lavorare per favorire la sua diffusione e applicazione sui nostri territori. Un altro contributo importante viene dalla Convenzione di Faro, che prende il nome dalla città portoghese in cui venne approvata dal Consiglio d’Europa nel 2005. Si tratta di un documento molto innovativo, perché pone le comunità locali al centro delle politiche comunitarie di promozione del patrimonio culturale. La partecipazione diviene così la vera sfida per il futuro del paesaggio, anche nel settore degli studi storici, che dovrebbero uscire dall’ambito accademico e diventare un patrimonio sempre più condiviso.

Carlo Tosco è Professore Ordinario di Storia dell’architettura presso il Politecnico di Torino