Il nemico indomabile. Roma contro i Germani, Umberto RobertoProf. Umberto Roberto, Lei è autore del libro Il nemico indomabile. Roma contro i Germani edito da Laterza: quali conseguenze hanno avuto sulla storia dell’Europa Teutoburgo e la libertà dei Germani?
Conseguenze enormi, evidentemente. Non penso tanto al massacro di Teutoburgo, che nella visione di Augusto rappresentava un incidente momentaneo; e che, grazie alle grandi vittorie di Germanico (tra 14 e 16), avrebbe potuto trasformarsi in una delle numerose sconfitte dei Romani, abituati a perdere anche duramente le battaglie, ma quasi sempre in grado di vincere, alla fine, le guerre. Una sconfitta, peraltro, che i ribelli al seguito di Arminio avevano ottenuto con il tradimento e l’inganno. Segno della loro inferiorità e irrecuperabile barbarie. A segnare la storia dell’impero romano e dell’Europa fu piuttosto la rinuncia di Tiberio a concludere nella primavera del 17 il processo di consolidamento del controllo romano sullo spazio tra Reno ed Elba. Una drastica decisione che determinò, per volontà di Tiberio imperatore, la definizione del Reno come confine tra l’impero mediterraneo e il mondo germanico. E sul Reno questo confine rimase nei secoli. Non fu un confine invalicabile dal punto di vista del movimento di uomini, merci, idee. Anzi, l’area renana rappresentò uno stimolante spazio di frontiera, che molto influì sull’evoluzione dei popoli germanici a ridosso del fiume. E tuttavia, questa rinuncia di Tiberio rafforzò l’idea dei Germani come spazio contrapposto al mondo romano; come spazio di un’alterità considerata dai più inferiore e infida; e che, tuttavia, si trasformò per altri – ad esempio, Lucano e Tacito – in un mondo dell’utopia, dove si riteneva che i valori morali più puri fossero coltivati da genti che, nella loro barbarica semplicità, si contrapponevano alla degenerazione inarrestabile della società romana.

Quali vicende hanno accompagnato l’espansione romana verso le regioni del Nord?
L’espansione romana oltre il Reno è una conseguenza del grave periodo di sconvolgimento che caratterizzò il mondo romano dopo la morte di Giulio Cesare. Con il suo lucido pragmatismo, Cesare aveva stabilito il confine della Gallia al Reno. Passò per due volte dall’altra parte del fiume; ma decise sempre di ritirarsi poi sulla riva sinistra. Era per lui importante consolidare il dominio romano nei territori sottomessi dopo una guerra rapida, ma assai dura, contro le popolazioni della Gallia. A questa visione politica si contrapposero le ambizioni e la brama di gloria militare e bottino di Augusto e dei suoi seguaci. Fu in particolare Agrippa, anche in occasione dei suoi soggiorni come governatore in Gallia, a sollecitare il salto oltre il Reno; a superare il prudente consiglio di Giulio Cesare, estendendo il dominio di Roma di oltre 400 chilometri oltre il Reno, fino alle rive dell’Elba. Nel tempo Augusto si convinse dell’opportunità di attraversare il Reno e lo spazio della Germania divenne il terreno per consolidare il prestigio del principe e della sua famiglia. Furono infatti i due figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, a realizzare la conquista della Germania dal Reno all’Elba tra il 12 e l’8 a.C.

Come nasce e si sviluppa la rivolta di Arminio?
Non come è stata descritta dalla storiografia tedesca dell’Ottocento, condizionata dagli eccessi del nazionalismo. Non fu una rivolta “nazionale”. Arminio non guidava i Germani, in quanto genti consapevoli di una comune appartenenza etnica e di condivisa identità culturale. Al contrario. Arminio fu a capo di ribelli al potere romano che appartenevano a genti diverse, sovente in contesa tra loro, e lacerate al loro interno. Ad unire l’esercito guidato da Arminio erano fattori diversi: l’ostilità a Roma, ai simboli del suo potere, all’oppressione derivata dal processo di trasformazione in provincia dello spazio tra Reno e Weser (il territorio fino all’Elba era, per stessa ammissione dei Romani, fuori dal controllo dell’esercito imperiale). A livello delle masse, le vessazioni erano legate alle confische, allo sfruttamento economico, all’imposizione delle prime forme di tributo, all’introduzione del sistema giudiziario romano, alla crescita di fenomeni odiosi come il commercio degli schiavi; ai tentativi di cambiare la vita e le abitudini degli individui. A livello delle aristocrazie, capaci di trascinare con sé le masse necessarie ad affrontare i Romani, contava soprattutto la politica di Roma. Nel tempo, infatti, le autorità romane avevano individuato alcune famiglie che dovevano favorire la sottomissione all’impero di tutte le popolazioni germaniche. La concessione di privilegi e favori a questi gruppi creò una lacerazione nell’assetto politico della nuova provincia. Emblematico è il caso di Segeste, suocero del ribelle Arminio. L’intera sua famiglia stava beneficiando dei vantaggi legati alla collaborazione con Roma e i suoi rappresentanti. Questi contrasti all’interno delle aristocrazie locali giustificarono, almeno nella fase iniziale, il consenso per Arminio. Dunque, nessun sentimento proto-nazionale guidò Arminio. Fu piuttosto il desiderio di ostacolare la diffusione del modello romano di vita e amministrazione ad unire uomini e popolazioni molto diversi tra loro. I ribelli combatterono per conservare l’autonomia, i loro precedenti assetti e le loro tradizioni.

Come si articolò la vendetta romana?
È opportuno spiegare che si trattò di una vendetta secondo il concetto romano di ultio. Vendetta, dunque, perché era stata violata la fedeltà al popolo di Roma da parte di genti sottomesse e ormai incluse nel sistema provinciale; perché un esercito romano era stato attirato con l’inganno in una trappola letale, e massacrato senza pietà; perché le sacre insegne delle tre legioni distrutte erano state sottratte come preda di guerra e nascoste; perché a condurre l’esercito dei ribelli era stato un ufficiale romano, Arminio, un traditore secondo la legge di Roma e secondo il diritto delle genti. La vendetta per Augusto era un obbligo verso la maestà del popolo romano, e verso gli dèi che garantivano a Roma la sua supremazia. Fu affidata ad un altro rappresentante della famiglia imperiale, il figlio di Druso, Germanico. Dopo ingenti preparativi, con una forza d’urto impressionante, Germanico invase il territorio dei ribelli e si spinse, attraverso tre campagne, in profondità nella Germania transrenana, fino a raggiungere l’Elba. A Idistaviso, l’onta di Teutoburgo fu lavata nel sangue dei ribelli. Nell’inverno del 16/17, nonostante alcuni rovesci, la definitiva sconfitta dei ribelli sembrava questione di poco tempo. Arminio era isolato e sconfitto; molti dei suoi seguaci erano tornati supplici sotto il governo dei Romani; o avevano comunque abbandonato al suo destino un uomo che credevano sconfitto.

Quale fu il senso e il significato della rinuncia di Tiberio?
La decisione di Tiberio di considerare compiuta la missione di Germanico arrivò inaspettata e irrevocabile. Significò la fine della presenza romana nello spazio transrenano; la conferma del Reno come confine ultimo dell’impero; la centralità della Gallia come territorio dove investire uomini e risorse nei decenni avvenire. Nessuno, tra i successori di Tiberio, neppure i figli di Germanico, Gaio Caligola e Claudio, tornarono sulla decisione di Tiberio. I motivi sono diversi. Come in altre circostanze, contò sicuramente l’attenta valutazione dei benefici che un’impresa tanto costosa e impegnativa come la costruzione di una provincia avrebbe portato all’impero. La ribellione di Arminio, infatti, aveva praticamente annullato quindici anni di presenza romana oltre il Reno. Città e insediamenti erano stati abbandonati o distrutti; i rapporti di subordinazione e amicizia stabiliti nel tempo cancellati. Soprattutto, pesava nel giudizio di Tiberio e dei suoi consiglieri il fatto che la rivolta era partita dagli stessi uomini che Roma aveva gratificato con la concessione della cittadinanza e una posizione di privilegio e comando. Arminio e molti dei suoi seguaci erano stati scelti come mediatori per la costruzione della nuova provincia. Avevano tradito, rifiutando nel modo più abietto l’amicizia con Roma. V’era pure un altro aspetto che sollecitava Tiberio alla rinuncia. La successione ad Augusto era avvenuta in un clima di incertezza. Proprio alcuni reparti negli accampamenti sul Reno si erano ribellati nella tarda estate del 14. Per Tiberio, come per i suoi successori, i successi di un comandante vittorioso in Germania potevano rappresentare una minaccia alla stabilità del potere. L’imperatore doveva infatti la sua sicurezza al consenso e alla stima dei militari. Chi avesse vinto i Germani, restituendo all’impero una nuova provincia, rischiava di trasformarsi in un pericoloso concorrente del principe. Anche per questa ragione, Tiberio impose a Germanico di lasciare la Germania; e rinunciò, anche negli anni avvenire, a ogni spedizione nel territorio dei Germani ribelli.

Cosa ha rappresentato per la cultura europea dei secoli successivi il mito dell’antica libertà germanica?
Un mito, appunto. Il personaggio di Arminio si è trasformato per i loro presunti discendenti, i Tedeschi, nel campione di un’identità germanica del tutto anacronistica per l’età antica. Nel Rinascimento, Arminio divenne l’eroe di un’antichità germanica da contrapporre agli eroi del mondo ellenistico-romano. Per le sue gesta, Arminio venne equiparato ad Alessandro, Scipione, Cesare. In questo modo, anche i Tedeschi potevano rivendicare una loro identità da custodire gelosamente contro quanti vedevano in loro i rozzi discendenti di popolazioni barbariche. E questo mito tornò a svolgere una potente funzione nell’età del romanticismo e del nazionalismo. Arminio divenne il campione del sentimento nazionale tedesco; dell’anelito all’unità e alla libertà di un intero popolo. Arminio venne esaltato come colui che aveva convinto le diverse genti a combattere contro l’arroganza e la sete di dominio dell’impero mediterraneo. Una visione destinata a corrompersi nella deriva atroce del nazismo, che esaltò la purezza e l’indipendenza degli antichi Germani come segno della superiorità del popolo tedesco sulle altre genti nel mondo. E tuttavia, come ogni mito, anche nella vicenda di Arminio e dei suoi seguaci, c’è un fondo di verità da recuperare. Sicuramente, queste genti si ribellarono contro un potere oppressivo e violento, quello di Roma, che portava con sé la superiorità culturale del mondo mediterraneo, e a lungo andare una maggiore prosperità attraverso le città, le strade, le innovazioni tecnologiche e l’ordine. Ma tutto questo andava scambiato con la perdita di autonomia e libertà. Arminio, che aveva servito sotto Roma, comprese la natura di questo scambio e lo rifiutò, convincendo altri a seguirlo. La rivolta, Teutoburgo e la rinuncia di Tiberio consentirono ai popoli della Germania transrenana di svincolarsi dall’abbraccio della civiltà romana, cambiando la storia d’Europa.

Umberto Roberto è Professore ordinario di Storia romana e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane presso l’Università Europea di Roma