Il Myanmar nello scenario internazionale. Dall'isolamento a un'inedita centralità (1948-2019), Andrea PasseriDott. Andrea Passeri, Lei è autore del libro Il Myanmar nello scenario internazionale. Dall’isolamento a un’inedita centralità (1948-2019) edito da Franco Angeli: quali vicende hanno segnato la transizione politica birmana dal 2008 a oggi?
Nel corso degli ultimi dodici anni il panorama istituzionale birmano è mutato sensibilmente, sebbene le logiche di fondo che presiedono al funzionamento del sistema politico del Myanmar restano quelle di un regime autoritario. Il punto di partenza di questa transizione “pseudo-democratica” è stata la nuova carta costituzionale ratificata nel 2008, che ha posto le basi per la creazione di un parlamento bicamerale e di un potere esecutivo composti da civili, in luogo dei vertici militari che hanno dominato il Paese dalla fine degli anni Cinquanta. La costituzione del 2008, infatti, è stata concepita e formulata dalle stesse forze armate al fine di erigere un’architettura istituzione che risultasse più presentabile alle platee internazionali, così da convincerle a riaccogliere il Myanmar nei maggiori consessi multilaterali e a rimuovere – al contempo – le varie sanzioni che gravavano sul Paese dalla fine degli anni Ottanta. In linea con questo obiettivo, la carta costituzionale oggi in vigore riconosce ai militari delle prerogative che consegnano agli stessi un insuperabile potere di veto nei confronti di sviluppi politici a loro sgraditi. Fra queste, le forze armate conservano di diritto la titolarità dei dicasteri più rilevanti (fra cui il Ministero degli Interni, la Difesa e il Ministero dei cosiddetti ‘Affari di Frontiera’, che disciplina i rapporti storicamente tesi con le minoranze etniche presenti nel Paese), nonché la facoltà di controllare con i propri rappresentanti il 25 per cento dei seggi parlamentari. La soglia del 25 per cento, peraltro, è stata attentamente calcolata per scongiurare qualsiasi ipotesi di emendamento alla costituzione che risulti invisa agli stessi militari, la quale richiederebbe, appunto, una maggioranza di voti pari ai tre quarti dei deputati. Come detto, ciò conferisce alle forze armate del Paese un potere di veto e di controllo sul ramo legislativo che non può essere aggirato. Nel corso del 2012, inoltre, la transizione “dall’alto” varata dai militari ha acquisito ulteriore legittimazione tanto all’interno del Myanmar quanto sulla scena internazionale grazie alla decisione di legalizzare le opposizioni progressiste e pro-democratiche che erano state precedentemente escluse dalla scena politica. Ciò ha permesso al partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia, di fare il proprio ingresso all’interno di quel parlamento da cui era sempre stata esclusa, gettando le basi per la sua affermazione elettorale del 2015 che ha proiettato la stessa Aung San Suu Kyi al ruolo di leader del governo birmano.

A che punto è il processo di democratizzazione del Paese e di integrazione nella comunità internazionale?
Quello del Myanmar è un processo di democratizzazione “a metà”, caratterizzato da numerose luci e altrettante ombre. Se volessimo paragonare la situazione odierna rispetto a quella vigente prima del 2008, dovremmo senz’altro riconoscere che ci sono stati tanti progressi degni di nota. Fra il 2011 ed il 2016, ad esempio, il primo governo d’ascendenza civile che ha raccolto il testimone dalle mani dei militari ha proceduto a liberare migliaia di prigionieri politici, i quali avevano riempito le galere del Paese sin dalle sollevazioni pro-democrazia del 1988. Parallelamente, la censura che fino a quel momento gravava sugli organi di stampa è stata abolita e ciò ha reso il panorama dell’informazione certamente più vivace e aperto rispetto a quello totalmente allineato al regime autoritario che sussisteva prima dell’avvio della transizione. I cittadini hanno quindi più facilmente accesso ai media domestici e internazionali, pertanto risultano maggiormente consapevoli dei propri diritti e certamente più attivi nell’esprimere istanze democratiche. Al contempo, quest’espansione delle libertà individuali e collettive risulta, di fatto, ad appannaggio quasi esclusivo della maggioranza etnica e buddista del Myanmar, ovvero i bamar. I tanti gruppi minoritari, invece, figurano ancora oggi alla stregua di “cittadini di serie b”, come drammaticamente dimostrato dal caso dei Rohingya che vengono trattati da apolidi all’interno del loro stesso Paese.
Questa valutazione in chiaroscuro, in aggiunta, può essere estesa anche al processo di reintegrazione del Myanmar all’interno della comunità internazionale, da cui mancava sostanzialmente dall’inizio degli anni Sessanta a causa di una politica estera deliberatamente isolazionista. Con l’avvio del cammino di trasformazione politica interna, infatti, il Paese aveva conosciuto una rapida e promettente normalizzazione dei propri rapporti con l’Occidente, testimoniata dalla rimozione delle sanzioni statunitensi ed europee e dal ritorno in forze degli investitori internazionali all’interno dell’economia birmana. Tale riavvicinamento, però, ha subito una brusca battuta d’arresto nel corso del 2017, sulla scia della drammatica repressione operata dai militari del Myanmar a danno della minoranza Rohingya, la quale è stata successivamente definita dalle stesse Nazioni Unite come un “esempio da manuale” di pulizia etnica. Simili misfatti hanno riportato in auge la connotazione del Myanmar quale “Stato canaglia”, conducendo altresì ad una visibile ritirata degli operatori economici occidentali che erano giunti nel Paese pochi anni prima durante le prime fasi del processo di riforma politica. Il sottoprodotto di questi sviluppi è che il Myanmar è tornato a gravitare con decisione all’interno dell’orbita cinese, da cui aveva tentato faticosamente di smarcarsi fra il 2011 ed il 2016.

Quali dinamiche hanno guidato il posizionamento e le strategie diplomatiche del Myanmar nel corso della Guerra Fredda?
La stella polare della politica estera birmana è sempre stata la ricerca di uno spazio di relativa autonomia, indipendenza e libertà di manovra rispetto ai diktat delle grandi potenze. Questo fine, tuttavia, è stato perseguito con modalità assai differenti nel corso delle varie fasi della Guerra Fredda. Durante gli anni Cinquanta, ad esempio, l’allora Birmania aveva dato vita ad una diplomazia di “neutralismo attivo” che aveva significativamente accresciuto il prestigio del Paese, accreditandolo come uno dei membri più dinamici del “movimento dei non-allineati” sorto all’indomani della Conferenza di Bandung del 1955. Contemporaneamente, il governo birmano era riuscito a sponsorizzare uno dei suoi diplomatici più brillanti, ovvero U Thant, per la prestigiosa carica di Segretario dell’ONU, il quale aveva guadagnato la stima tanto dello schieramento comunista quanto di quello a guida americana proprio per la sua capacità di ergersi nelle vesti di arbitro neutrale ed equidistante rispetto alla logica della contrapposizione fra i due blocchi. Con il primo colpo di Stato realizzato dai militari nel 1962, tuttavia, il neutralismo attivo del decennio precedente ha ceduto progressivamente il passo ad un atteggiamento sempre più passivo ed isolazionista, che ha condotto alla ritirata del Paese dalla sfera internazionale. Tale dinamica di ripiegamento su sé stessa della diplomazia birmana, infine, si è ulteriormente consolidata a seguito della già ricordata repressione armata a danno della società civile locale operata dal regime nel corso del 1988, che ha portato ad una totale sospensione delle relazioni con gli Stati Uniti e al varo di sanzioni che hanno fortemente impoverito il Myanmar, il quale già rappresentava di per sé uno dei fanalini di coda del Sudest asiatico in termini di sviluppo economico.

Quale ruolo ha assunto il Myanmar negli ultimi decenni, all’interno dello scenario regionale dell’Asia orientale e quali rapporti mantiene con il gigante cinese?
Nonostante il Myanmar sia spesso considerato come un semplice comprimario nello scenario politico, economico e strategico dell’Asia orientale, il suo peculiare posizionamento geopolitico lo rende un attore assolutamente centrale per i destini futuri della regione. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda l’influenza di Pechino verso il Sudest asiatico: il Myanmar, infatti, rappresenta una sorta di testa di ponte e di trampolino per la proiezione di potenza cinese verso i ricchi mercati dell’Asia di sudest. Tale rilevanza, peraltro, è certificata dall’importante ruolo rivestito dal Myanmar nel quadro del faraonico progetto infrastrutturale cinese che prende il nome di “nuova Via della Seta”. Conscia di questa straordinaria rilevanza, nel corso dell’ultimo quinquennio la Cina ha lanciato un’efficace campagna di corteggiamento nei riguardi del governo guidato da Aung San Suu Kyi, riuscendo così a riguadagnare lo status di principale partner economico e diplomatico del Myanmar che era stato offuscato negli anni precedenti sulla scia del processo di normalizzazione dischiusosi fra i birmani e l’Occidente. A seguito dell’escalation della crisi dei Rohingya consumatasi nel 2017, non a caso, la Cina ha colto la palla al balzo per offrire capitali e protezione a beneficio del criticatissimo esecutivo capeggiato dalla stessa Aung San Suu Kyi, riaccreditandosi come l’interlocutore principale del governo oggi in carica.

La drammatica vicenda della minoranza Rohingya hanno posto il Myanmar e il suo Consigliere di Stato, il premio Nobel Aung San Suu Kyi, al centro delle cronache internazionali: come si è passati dalla sua venerazione a livello mondiale alla palese violazione dei diritti umani?
L’inchiesta realizzata dall’ONU per svelare le connivenze dell’esecutivo civile guidato da Aung San Suu Kyi rispetto agli eccidi dei Rohingya compiuti dai militari ha inchiodato la stessa a delle incontrovertibili responsabilità. Secondo le Nazioni Unite, l’ex icona dei diritti umani avrebbe attivamente coperto i crimini commessi dai militari facendosi portavoce tanto all’interno del Paese quanto sullo scenario internazionale di ricostruzioni false e tendenziose, secondo le quali tali operazioni di sterminio su vasta scala rappresenterebbero delle legittime operazioni militari di contrasto ai movimenti terroristici che si anniderebbero fra la popolazione Rohingya. Questa condotta, come prevedibile, ha generato sgomento e costernazione all’interno della comunità internazionale: numerosi atenei occidentali, ad esempio, hanno di recente provveduto a ritirare onorificenze e lauree honoris causa precedentemente elargite ad Aung San Suu Kyi durante gli anni di prigionia. Analogamente, alcune ONG si sono battute per la revoca del Premio Nobel per la pace conferitole nel 1991, senza però ottenere il risultato auspicato. Noncurante della sua immagine internazionale ormai in frantumi, nel corso del 2019 la stessa Aung San Suu Kyi ha deciso di ricoprire il ruolo di capo della delegazione birmana che ha tentato di difendere l’indifendibile operato dei militari a danno dei Rohingya di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, la quale è ancora impegnata a giudicare le accuse di genocidio indirizzate nei riguardi del Myanmar. Anche in questo caso, l’accorata difesa pronunciata dall’ex Premio Nobel rispetto ai crimini commessi dalle forze armate ha scatenato critiche veementi, sancendo la sua definitiva caduta in disgrazia presso le platee internazionali.

Andrea Passeri è Assegnista di Ricerca e Professore a contratto presso il Dip.to di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, ove è co-titolare del corso d’insegnamento Democrazie e Autoritarismi in Asia. Collabora, inoltre, con l’Università Nazionale della Malaysia (UKM) nelle vesti di Visiting Research Fellow. Il dott. Passeri figura come contributor e divulgatore presso importanti enti di ricerca italiani e stranieri quali l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), l’Istituto Treccani e l’East-West Center. Le sue ricerche, focalizzate sulla storia delle relazioni internazionali dell’Asia orientale e sul rapporto fra l’ideologia nazionalista e la sfera della politica estera, compaiono su prestigiose riviste del settore come “The Pacific Review”, “The Journal of Northeast Asian History” e il “Korean Journal of Defence Analysis”. È membro, fra gli altri, del “Myanmar-Europe Research Network” (MYERN) e del Centro di Cultura Italia-Asia “G. Scalise”.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link