“Il monolite e il mutamento. Continuità e trasformazioni nella politica ed economia dell’Unione Sovietica 1917-1953” di Giovanni Cadioli

Prof. Giovanni Cadioli, Lei è autore del libro Il monolite e il mutamento. Continuità e trasformazioni nella politica ed economia dell’Unione Sovietica 1917-1953 edito da Mimesis: perché si può affermare che l’URSS ha rappresentato il più complesso e radicale esperimento sociale, politico ed economico del Novecento?
Il monolite e il mutamento. Continuità e trasformazioni nella politica ed economia dell’Unione Sovietica 1917-1953, Giovanni CadioliPerché i fautori di tale esperimento si prefissero non di modificare l’esistente, ma di reinventarlo completamente. Se rappresentassimo la società di un paese capitalista pre-1917 come un edificio, potremmo dire che Lenin e i bolscevichi postularono l’inutilità ed impossibilità di ristrutturare questo “vecchio” stabile o di aggiungervi un piano.

Essi proposero invece di raderlo al suolo, per ricostruirne uno nuovo dalle fondamenta. I comunisti russi sostenevano che esistesse un’alternativa “socialista” all’organizzazione capitalistica e liberale della società, che allo stato borghese se ne potesse sostituire uno proletario, all’economia capitalistica una pianificata, alla democrazia parlamentare una “dei consigli” (cioè “dei Soviet”), alle disuguaglianze l’egualitarismo. Il vero fulcro ideologico fu però l’affermazione che tutto ciò era solo la precondizione di un ulteriore e ancora più radicale trasformazione “comunista” su scala globale: il comunismo sarebbe stato la libera unione di nazioni e popoli in una realtà senza strutture statali e repressive, senza guerre e sfruttamento, senza denaro, mercato e divisioni di classe. Il fatto che i dirigenti sovietici dichiararono a metà anni ’30 “portata a termine” la costruzione di una società “socialista”, rese il “comunismo” una prospettiva che nel XX secolo apparve immediatamente realizzabile. Proprio per questo, l’URSS fu uno dei principali motori della storia del Novecento. Il mito dell’edificazione di una società giusta e libera ispirò decine di milioni di individui, prima in occidente e poi in tutto il sud globale, così come governi di numerose nazioni di quattro dei cinque continenti.

Qualunque definizione si voglia dare al “socialismo”, è ovvio che la società comunista non è mai stata costruita e gli stati a tutt’oggi governati da Partiti Comunisti (quali la Cina e Cuba) hanno dichiaratamente posto in secondo piano il raggiungimento di tale obbiettivo. Allo stesso tempo, il progetto messo in atto in URSS di realizzare la prospettiva comunista fu sostanziale, di vasta portata ed estremamente radicale: i bolscevichi tentarono davvero di istituire il controllo operaio nelle fabbriche e la produzione collettiva nelle campagne, così da abolire lo sfruttamento e aumentare a dismisura la produzione; si misurarono seriamente con la questione dell’abolizione del denaro e del commercio; credettero sinceramente di poter dissolvere stato, esercito e polizia. Però tutto ciò fallì e meccanismi ibridi presero il posto di quegli imperativi ideologici che i bolscevichi avevano creduto di poter realizzare, armati della teoria Marxista, che effettivamente pensavano fosse una verità scientifica inoppugnabile. Ciononostante, anche nella sua realizzazione ibrida e mai compiutamente comunista, l’URSS predispose una serie di esperimenti sociali di inusitata complessità. Primo tra tutti quello dell’economia centralizzata e pianificata, imperfetta e inefficiente, ma testimone della seria volontà bolscevica di costruire una società nuova. Questo processo fu tutt’altro che indolore: durante il periodo staliniano, in tempo di pace, lo stato sovietico fu direttamente ed indirettamente responsabile di quasi 10 milioni di morti (la maggioranza dei quali ascrivibili alla carestia di inizio anni ’30, che non fu il risultato di un premeditato genocidio, ma comunque della convinzione della dirigenza, inetta e negligente, che il fine giustificasse qualsiasi sacrificio). Anche i risultati dei processi trasformativi imposti dalla leadership sovietica furono enormi: a fronte di spaventosi costi umani e finanziari, Stalin trasformò a forza l’URSS in una superpotenza industriale, che però era un gigante dai piedi d’argilla, retto da un’economia tanto potente quanto disfunzionale e da un pervasivo apparato repressivo. Si può quindi a buon diritto affermare che l’URSS ha rappresentato il più complesso e radicale esperimento sociale, politico ed economico del Novecento.

Cosa è stato davvero il “sistema sovietico”?
Il sistema sovietico fu il più complesso tentativo di organizzare una società ed un sistema politico-economico su basi radicalmente alternative alla liberaldemocrazia e al capitalismo. Ad essi dovevano sostituirsi la democrazia sovietica e l’economia pianificata. In realtà la prima smise di esistere già nei primi anni del potere bolscevico e la seconda fu tutt’altro che scientifica ed efficiente.

Allo stesso tempo, il “sistema sovietico” rimase comunque profondamente antitetico alla realtà occidentale che intendeva soppiantare. Ebbe un fortissimo contenuto sociale: il sistema sanitario statale era completamente gratuito, così come quello educativo, che inoltre garantiva una grandissima quantità di borse di studio (con l’esclusione del periodo 1940-1956, quando l’istruzione superiore e universitaria ebbe un costo per i cittadini, sebbene molto basso). Sia la sanità sovietica che l’educazione tecnico-scientifica raggiunsero i più alti livelli internazionali e la campagna dello stato per l’istruzione universale sradicò a tempo record l’analfabetismo. Il settore abitativo era anch’esso completamente statalizzato e ai cittadini venivano fornite camere e appartamenti per i quali pagavano un contributo che era talmente ridotto da non potersi definire veramente affitto; anche i costi di elettricità e acqua erano così calmierati dallo stato da non rappresentare una voce di spesa rilevante per le famiglie.

Allo stesso tempo, la disfunzionalità del sistema economico e la priorità assegnata dalla leadership sovietica all’industria pensante a discapito della produzione di beni di consumo, rese necessario il razionamento dei viveri nei primi anni ’30 e ridusse al minimo le merci acquistabili dai cittadini. Nei decenni successivi si crearono quindi anche lunghe liste d’attesa per beni durevoli di consumo, quali automobili civili, lavatrici e frigoriferi. La carenza di merci di uso quotidiano continuò a singhiozzo e in generale i consumatori sovietici ebbero sempre una scelta di molto inferiore a quella dei cittadini delle nazioni occidentali. Il sistema sovietico si dimostrò anche fortemente protezionistico e paternalista: impiego universale significò praticamente la quasi impossibilità di licenziamento e la persistenza, con sussidi dello stato, di aziende strutturalmente inefficienti. Non c’era quindi nemmeno competizione tra le imprese, che operavano senza doversi curare della domanda per il loro prodotto, né tantomeno dell’esistenza di altre aziende che producevano merci identiche o simili. Questa realtà e la natura stessa dell’economia pianificata generarono una serie di distorsioni che danneggiarono grandemente l’efficienza dell’economia sovietica, la produttività del lavoro e gli incentivi personali. Le industrie dovevano informare i pianificatori delle loro capacità produttive e dei materiali di cui avrebbero necessitato per soddisfare le richieste imposte dai piani economici. Esse quindi svilupparono la tendenza a sottostimare le proprie capacità produttive e a richiedere materiali in eccesso, così da garantisti un più facile raggiungimento delle quote, alle quali erano legati dei bonus economici. In Unione sovietica non esisteva poi il libero mercato: i prezzi non nascevano dall’interazione di domanda e offerta, ma venivano fissati dalle autorità della pianificazione attraverso un complesso processo di negoziazione con le imprese. Sacche di libero mercato esistevano però nei mercati contadini legali e nella pervasiva seconda economia del mercato grigio e nero, che raggiunse proporzioni enormi. Inoltre, i cittadini sovietici furono sempre liberi sia di spendere come meglio credevano i loro soldi, sia di scegliere il proprio impiego (anche se tale scelta era strettamente legata al tipo di sviluppo economico che lo stato aveva previsto per l’area in cui essi vivevano).

Il sistema sovietico fu anche sempre autoritario, ma con gradi diversi di intensità. I cittadini votavano per le elezioni dei soviet, ma in realtà il potere era concentrato nelle mani della leadership del Partito Comunista, l’unico esistente in URSS, la cui dirigenza veniva selezionata con meccanismi di cooptazione interna e non elettorali. Tale dirigenza stabiliva poi, in base alla loro lealtà, quali membri del Partito si sarebbero presentati alle elezioni dei soviet e così valeva anche per la selezione dei leader sindacali, d’imprese e di qualsiasi altra organizzazione di rilevanza. Le elezioni dei soviet si svolgevano inoltre sulla base di una fondamentale premessa: l’ordinamento socialista della nazione e il ruolo guida del Partito Comunista non potevano essere messi in discussione. Il sistema sovietico fu anche sempre repressivo, sebbene con gradi di intensità molto diversi: si passò dalle repressioni staliniane (tra cui il Grande Terrore, una campagna che si fondò anche su quantitativi numerici di arresti da effettuarsi, al di là di presunte colpe o sospetti) alla cosiddetta repressione “profilattica” degli anni ’70 (visite del KGB agli sfortunati cittadini reputati sul punto di compiere un crimine contro lo stato, allo scopo di correggere gli atteggiamenti distorti e di prevenire il crimine stesso).

Il sistema sovietico fu anche in grado di concentrare con successo tutta l’economia della nazione su obbiettivi ben precisi (l’industrializzazione negli anni ’30, il superamento della produzione bellica nazista nella Seconda Guerra Mondiale, la costruzione di un’arma atomica a fine anni ‘40, lo sviluppo di tecnologie missilistiche e aerospaziali negli anni ’50 e ’60). Esso però, in tempo di pace, si rivelò incapace di gestire con meccanismi centralizzati e amministrativi i complessi processi necessari per mantenere funzionale un’economia che era in constante crescita e modernizzazione, finendo per ostacolare entrambi questi processi.

Risulta quindi chiaro che, nello studio del sistema sovietico, ad un’agiografia anti-storica si deve sostituire una dettagliata osservazione della sua reale natura. Allo stesso tempo, invece di archiviare semplicisticamente tutte le diverse fasi storiche di tale sistema, si devono studiare i processi di evoluzione ed involuzione che le caratterizzarono.

Quali cambiamenti, instabilità e discontinuità accompagnarono le continuità strutturali e autoritarie del sistema?
Questo è in effetti il tema chiave del libro ed anche la domanda che mi ha stimolato a iniziare un percorso di formazione storica dieci anni fa. Quando arrivai in Inghilterra nel 2012 per intraprendere un Master e poi un Dottorato di Ricerca, riuscivo a malapena a districarmi nella contraddittoria, ma allo stesso tempo inscindibile unità tra gli opposti che gli storici avevano rilevato nel sistema sovietico.

L’obbiettivo del presente volume è precisamente analizzare le instabilità e discontinuità del sistema sovietico, manifestatesi contemporaneamente al perdurare dei suoi capisaldi, in relazione a tre temi principali: l’organizzazione del potere, la pratica e la teoria della costruzione del comunismo e i risultati di tali processi.

La metodologia utilizzata si basa sull’idea che fenomeni apparentemente contraddittori vadano compresi in relazione alla funzione storica che giocarono in un sistema economico-politico che sopravvisse non qualche settimana, ma più di settant’anni. Esso non fu un monolite inamovibile, ma fu piuttosto caratterizzato sia da una rigida continuità, che da fenomeni complessi e contraddittori. Il perdurare dei pilastri autoritari del sistema è ravvisabile nel permanere dal 1918 al 1988-1989 di una serie di elementi: il Partito di massa, autoritario e rigidamente gerarchico, la cui leadership monopolizzava tutto il potere politico; lo stato-partito, cioè l’intrecciarsi delle strutture statali con quelle del Partito, fondato sulla burocratizzazione degli apparati decisionali e sul potere assoluto di uno o più dirigenti del Partito; la capillare struttura dei Soviet, a partire da quelli locali fino al Soviet Supremo, che, sebbene ufficialmente depositari del potere legislativo, erano di fatto privi di autonomia ed autorità; il preponderante ruolo dello Stato nell’economia del paese; il marxismo-leninismo, un’ideologia messianica ed obbligatoria, onnipresente in ogni momento della vita sociale dei cittadini; l’obbiettivo mitizzato di costruire una società comunista senza stato, repressione, mercato, denaro e classi sociali; il monopolio dei mezzi di informazione da parte dello stato-partito ed il loro utilizzo per fini di agitazione, mobilitazione e propaganda; il pervasivo apparato di repressione e censura agli ordini del leader, il cui operato non era sottoposto ad alcun vincolo legale. Allo stesso tempo, questi pilastri autoritari del sistema non persistettero con la stessa intensità per tutto il periodo sovietico, né riuscirono mai ad imporre un controllo totale sulla società.

Ecco perché la metodologia utilizzata nel mio libro ravvisa l’esistenza di quelli che chiamo “movimenti ad onda”, nell’avvicinamento ed allontanamento del sistema sovietico rispetto a un idealtipo di controllo totalitario così come nell’intensificarsi ed affievolirsi della volontà trasformatrice dello stato-partito, ossia dell’azione politica volta al raggiungimento del comunismo. Vi fu poi il perdurare di quelle che definisco “contraddittorie dualità”, specificatamente tra l’adesione dello stato-partito all’ortodossia marxista-leninista e la distorsione di tale ideologia, così come tra l’intento dello stato-partito di imporre un regime di efficienza totale e la permanenza di pervasivi fenomeni di insubordinazione, inefficienza ed interessi particolari. Quindi vi furono fasi nelle quali, come negli anni ’20, la discussione interna al Partito fu estremamente franca e si basò anche su meccanismi di consenso dal basso; da metà anni ’30 a fine anni ’40 si raggiunse invece l’apice del potere dittatoriale, personalistico e terroristico di Stalin. Si ebbero anche momenti nei quali la spinta propulsiva dell’avanzamento verso il comunismo si manifestò con grande intensità, come negli anni della Guerra Civile (1918-1921). Allo stesso tempo, si ebbero fasi discendenti dell’onda nelle quali venne detto a chiare lettere che la società comunista era di là a venire. Le “contraddittorie dualità” si manifestarono poi nella mai allentata ortodossia marxista-leninista, che però scontò sia l’ufficializzazione del persistente ruolo del mercato e del denaro in un’economia socialista, che la permanenza delle strutture statali e delle disuguaglianze. Tali contraddizioni divennero anche evidenti nel tentativo dello stato di imporre un regime di efficienza totale tramite una pianificazione economica che i sovietici definivano “scientifica”, ma che in realtà di scientifico aveva ben poco. Proprio questo ultimo tema permette di chiarire come la coesistenza degli opposti nel sistema sovietico divenne essa stessa sistemica: il processo di pianificazione economica era di estrema complessità e comprendeva un’infinità di attori e di passaggi, sia a livello locale che centrale. Il risultato era sempre approssimativo e alle imprese venivano assegnate, spesso in ritardo, quote di produzione passibili di continui cambiamenti; la metodologia di assegnazione dei materiali necessari per la produzione risultava quindi egualmente molto deficitaria. Conseguentemente, le imprese cominciarono a effettuare scambi semi-legali o illegali di materiali tra di loro per poter soddisfare in tempo le quote di produzione assegnate. Questi mercati grigi e neri invece di sabotare i complessi ingranaggi del sistema sovietico, sopperivano alle loro manchevolezze, fungendo, come scrisse lo storico britannico Robert Service, da “lubrificante”.

Ecco perché la complessità e contraddittorietà dei risultati dell’esperimento sovietico e della più ampia storia del comunismo come sistema di stato, non può essere liquidata, come detto, né con un’agiografia anti-storica, né solo con un “Libro nero”.

Come si espresse la dualità tra l’ortodossia di facciata al marxismo-leninismo e la sua progressiva distorsione che caratterizzò il comunismo sovietico?
In origine l’obbiettivo dei bolscevichi era tanto radicale quanto vago: attuare quella che Marx aveva definito in una sua lettera del 1843 una “spietata critica di tutto ciò che esiste”. Lenin e i suoi compagni volevano davvero costruire una società senza stato, repressione, mercato, denaro e classi sociali. Una società libera da sfruttamento, prevaricazioni e guerra, che, nelle loro menti, si sarebbe estesa a tutto il mondo, quando il fuoco della rivoluzione mondiale, innescato in Russia, si fosse propagato globalmente. Marx e Engels, tra i più grandi filosofi, economisti e teorici politici della storia, avevano però prodotto la più comprensiva e strutturale critica al capitalismo mai concepita, ma non avevano redatto una “guida” su come fare la rivoluzione e costruire la società comunista. Erano comunque stati estremamente chiari rispetto al fatto che il potere proletario sarebbe sorto in quei paesi dove il capitalismo aveva raggiunto il massimo grado di sviluppo. Quindi non in Russia e nemmeno in Cina.

Lenin “arricchì” il pensiero di Marx con la sua teoria dell’imperialismo e in quell’immane catastrofe che fu la Prima Guerra Mondiale, da lui e molti altri a ragione considerata un fallimento della società esistente, il leader rivoluzionario intravide un’opportunità. Essa si palesò chiaramente in Russia con la Rivoluzione di Febbraio e la caduta dello Zar. I bolscevichi presero il potere forti di un enorme consenso tra operai e soldati, ma l’idea che la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe rappresentato la scintilla per un più ampio sommovimento globale, fu un terribile abbaglio. Il potere bolscevico sopravvisse a quattro anni di brutali scontri con una miriade di forze ad esso avverse e prevalse, ma internazionalmente si trovò solo e fermamente relegato entro i confini sovietici. Inoltre, i sogni bolscevichi di una transizione quasi automatica da forme economico-sociali capitaliste ai loro corrispettivi socialisti, si infransero con le enormi sollevazioni contadine anti-bolsceviche del 1920-1921.

A quel punto tutti i pilastri autoritari del sistema sovietico erano stati costituiti: strapotere del Partito e della sua leadership, burocratizzazione, controllo statale dell’economia (subito ingente e poi anche pervasivo), monopolio dei mezzi d’informazione, censura e repressione. Proprio questi processi di centralizzazione e verticalizzazione del potere avevano garantito la vittoria ai bolscevichi: essi però resero anche evidente che le strutture statali-militari rivoluzionarie, ufficialmente “provvisorie”, si erano in realtà cristallizzate. Lenin ammise anche apertamente che “il mercato privato si è dimostrato più forte di noi” (1921). Da quel momento in poi non vi fu mai più un serio tentativo di abolire stato, repressione, mercato e denaro; cominciò invece il processo di integrazione di tutti questi elementi all’interno del sistema sovietico. I bolscevichi avevano visto il loro fervore rivoluzionario scontrarsi con la realtà di dover gestire i complicati processi politici, economici e sociali di un’enorme e arretrata nazione.

I bolscevichi avevano creduto che il potere dell’ideologia avrebbe piegato la realtà e invece si trovarono a doversi sottomettere ad essa. Quando gli economisti e i pianificatori sovietici si applicarono a fine anni ‘10 allo studio di come eliminare la moneta, non giunsero ad alcun risultato; quando Stalin a inizio anni ’30 tentò di imporre ai contadini un meccanismo di produzione interamente basato su principi collettivistici, oltre a causare milioni di morti per carestia, si trovò presto costretto a reintegrare limitati elementi di libero mercato e di proprietà privata de facto. Poco dopo, proprio Stalin risolse la questione affermando che mercato e valuta erano divenuti in URSS strumenti dell’economia socialista. Il marxismo-leninismo, un’ideologia messianica ed obbligatoria, onnipresente in ogni momento della vita sociale dei cittadini, continuò ad essere osannata. L’obbiettivo mitizzato di costruire una società comunista rimase l’elemento centrale della propaganda sovietica. Ma allo stesso tempo, dato che la realtà si era dimostrata più forte dell’ideologia, i bolscevichi procedettero a modificarne tanto teoria, quanto la pratica. Contemporaneamente, continuarono però anche a difenderne la supposta infallibilità e a presentarsi come depositari delle conoscenze necessarie per interpretarne gli insegnamenti, che consideravano la chiave di volta per raggiungere il comunismo.

A quali fonti ha attinto per la Sua ricerca?
Questo saggio rappresenta solo una piccola parte delle mie ricerche sulla storia politica ed economica dell’Unione sovietica. Devo alle organizzatrici e agli organizzatori del corso di Teoria Critica della Società (Università di Milano-Bicocca) e a Mimesis Edizioni un sentito ringraziamento per l’opportunità offertami di svolgere delle sintetiche riflessioni di ampio respiro sugli anni formativi del sistema sovietico.

All’interno del panorama editoriale italiano esistono eccellenti fonti per coloro che volessero avere una visione davvero d’insieme dell’esperimento sovietico, sia nella sua dimensione nazionale che internazionale (penso alle opere di Andrea Graziosi e Silvio Pons). Il mio volume non vuole essere una storia dell’URSS, ma piuttosto un saggio teorico di accompagnamento ad una trattazione di quella portata: una discussione sintetica, ma esauriente, basata sull’approfondimento di alcuni temi chiave della storia sovietica, che rivestono un’importanza prioritaria non solo per coloro che si interessano di URSS, ma più in generale per gli studiosi delle trasformazioni sociali novecentesche.

Proprio l’attenzione alle fonti è un elemento chiave di questo mio libro. Durante gli scorsi anni ho passato diversi mesi a fare ricerca negli archivi di stato russi, focalizzando la mia attenzione principalmente sul periodo chiave dei miei studi dottorali e post-dottorali (fine anni ’30-fine anni ’60). Allo stesso tempo, la quasi totalità delle fonti sulle quali si basano le riflessioni contenute ne Il monolite e il mutamento, sono fonti primarie in lingua russa. Esse comprendono documenti pubblici e segreti (redatti dai partiti socialisti russi nel 1917 e poi sia dal Partito Comunista che dallo stato sovietico), discorsi e corrispondenza di uomini politici e memorie. Oltre ai materiali archivistici da me reperiti, ho incentrato la mia ricerca su numerosi volumi pubblicati in Russia e contenenti decine di migliaia di documenti d’archivio. Queste fonti sono state rese disponibili in libero accesso online dalle biblioteche russe e la loro impressionante opera di digitalizzazione ha reso fruibile un’enorme base documentale che però, per il lettore italiano non specialistico, risulta difficilmente accessibile a causa della barriera linguistica. Ho quindi pensato che, oltre che per rigore metodologico, avventurarmi in questi volumi potesse anche rappresentare un ulteriore elemento di interesse per il lettore.

Giovanni Cadioli ha conseguito il dottorato in Storia sovietica all’Università di Oxford nel 2018. Insegna all’Institut d’études politiques de Paris (Sciences Po) ed è assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Padova.

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