Il mondo di Woody, Roberto EscobarRoberto Escobar, Lei è autore del libro Il mondo di Woody edito dal Mulino: quale importanza riveste, nella storia del cinema mondiale, Woody Allen?
Un po’ per scherzo e un po’ sul serio, lui rovescerebbe la domanda così: quale importanza ha il mondo nel cinema di Woody Allen?… A parte la battuta – peraltro ben fondata nella sua visione sia del cinema sia del mondo –, i suoi film rimarranno come momento alto di un incontro molto “naturale”, ma cinematograficamente difficile: quello del tragico con il comico.

Pare che Charlie Chaplin abbia detto che la vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo. È il caso di aggiungere che non c’è comicità senza tragedia, né tragedia senza comicità, e che la seconda non è che la prima osservata come se non ci riguardasse. Così fa Allen, che in più riesce a vedere il mondo in primo piano e nello stesso momento in campo lungo, cogliendone la tragedia e la commedia insieme. Così faceva anche il grande Totò, in modo diverso, più implicito, meno intellettuale, ma non meno intelligente.

Pur tanto distanti geograficamente e culturalmente, l’uno e l’altro, il Principe de Curtis e Allan Stewart Königsberg – così s’è chiamato Allen fino ai 17 anni –, sono una magnifica conferma del paradosso tragicomico (appunto) per cui, quando non c’è niente da ridere, proprio allora è il caso di riderci su.

Qual è il profilo umano e artistico di Woody Allen?
Se lo si giudica a partire dal suo personaggio – dalla sua maschera, che tutti chiamiamo Woody –, è facile ridurlo a un omino impaurito, molto vicino al Kleinman (Omino, appunto) di Ombre e nebbia. In pochi sanno che da giovane era un tipetto sportivo, e che per un po’ ha praticato la boxe, traendone qualche soddisfazione. Lo racconta lui stesso, con orgoglio evidente.

Tralasciando il suo fisico – ben proporzionato, secondo Diane Keaton, sua compagna per un tempo breve, e sua amica per tutta la vita –, tralasciando il fisico, dunque, Allen è un uomo molto riservato, quasi un pantofolaio. Quando non cammina per le strade della sua Manhattan, magari sotto la pioggia – odia la campagna e non gradisce il sole –, ama passare le giornate in casa a scrivere, magari restando a letto. A parte ogni lunedì, quando si dice suoni il clarinetto con la sua New Orleans Jazz Band al Café Carlyle di Manhattan, non sopporta di andare a dormire dopo le undici. Quanto all’ambiente dello spettacolo, in specie cinematografico e televisivo, pare lo detesti, come sa chi abbia visto Un giorno di pioggia a New York.

Insomma, direi che il suo profilo umano è lontano da quello artistico: tanto nevrotico questo – almeno così lo si giudica dai suoi film e dai suoi libri –, quanto posato e metodico quello. Per farsene un’idea, si possono vedere e confrontare da un lato Stardust Memories, da molti considerato (un po’ troppo alla svelta) il suo 8 ½, e dall’altro Wild Man Blues, documentario di Barbara Kopple (disponibile in dvd) sulla tournée di Allen con la sua New Orleans Jazz band in Europa nel 1996, in compagnia della moglie Soon-yi. Memorabile è la parte finale, girata attorno alla tavola imbandita dei suoi ormai vecchi genitori, che sembrano uscire da Café Society, uguali uguali ai Rose e Marty di quel film.

Quali eventi segnano maggiormente la biografia di Allan Stewart Königsberg alias Woody Allen?
A parte la canea suscitata a freddo contro di lui da Mia Farrow nel 1992, e a parte la gogna mediatica fatta riesplodere di nuovo a freddo quasi trent’anni dopo, direi che la sua biografia è tranquilla. Userei l’aggettivo “normale”, se non stessimo parlando di un genio…

Nato e cresciuto a Brooklyn, non lontano dal luna park di Coney Island – e dalle sue montagne russe, che poi torneranno in molti film, da Io e Annie ad Accordi e disaccordi e La ruota delle meraviglie –, Allan Stewart ha vissuto un’infanzia e una adolescenza piccoloborghesi, illuminate da un precoce amore per il cinema. Racconta che il padre e la madre lo portavano al cinema già quando aveva cinque anni, e che rimaneva estasiato davanti alle immagini sullo schermo. Da casa sua, ricorda ancora, poteva raggiungere a piedi circa venticinque sale.

Chissà, forse è il cinema l’”evento” che più lo ha segnato. Certo ha segnato la Cecilia di La rosa purpurea del Cairo e, se possibile, ancora di più il Mike di Hannah e le sue sorelle, che trova il senso della vita di fronte a uno schermo su cui passano le magnifiche follie dei Marx Brothers.

Come arriva al successo Woody Allen?
Ci arriva abbastanza velocemente, partendo dai piccoli teatri e dai cabaret del Greenwich Village, dove si decide a interpretare i testi comici che in precedenza scriveva per altri. Sembra però che il suo primo confronto con il pubblico, per quanto senza molto successo, sia avvenuto nel 1952 al Weinstein’s Majestic Bungalow Colony, un albergo come i molti che negli anni 50 accoglievano le famiglie sulle colline attorno a New York. Il suo nome era ancora Allan Stewart Königsberg, e la sua specialità erano i trucchi e i giochi di magia, proprio come il Sid che racconterà e interpreterà in Scoop, cinquantaquattro anni più tardi.

Dopo aver scritto o partecipato alla scrittura di due film, in cui appare anche come interprete – Ciao, Pussy Cat e James Bond 007 – Casino Royale –, e dopo aver curato il rimontaggio per così dire creativo di un filmetto giapponese – Che fai, rubi? –, Allen comincia ad avere successo con Prendi i soldi e scappa, del 1969, e Il dittatore dello stato libero di Bananas, del 1971. E il successo da lì a poco si farà travolgente con Provaci ancora Sam, tratto da un suo spettacolo teatrale e con la regia cinematografica del bravo Herbert Ross. Da qui in poi tutto sembra diventargli facile, anche se più presso il pubblico e i critici d’Europa che presso quelli d’America.

Del blocco “maccartista” di Un giorno di pioggia a New York da parte di Amazon nel 2018 e di quello della sua autobiografia da parte di Hachette ai primi di marzo del 2020 possiamo anche non parlare. Li conosciamo tutti, e tutti possiamo giudicarne la miseria culturale e umana…

Come si manifesta nei suoi film la sua identità ebraica?
Perlopiù si manifesta “contro”… Intendo che l’agnostico, anzi l’ateo Allen ha un pessimo rapporto con il Dio dell’Antico Testamento (non avendone comunque di buoni con nessun altro, di qualunque provenienza e colore, per così dire). Un suo personaggio – il Bob di Tutti dicono I love you – sostiene che, se Dio esistesse, tutti insieme dovremmo fargli causa per danni. E ancora più deciso è il giudizio in Crimini e misfatti sulla cecità di Dio, sulla sua inesistenza e sull’inesistenza di una moralità da lui garantita e sorretta.

Quanto alle “radici” ebraiche, Allen ne diffida, come in genere di ogni appartenenza insistita, totalizzante. Ne è prova quel che racconta in Harry a pezzi. La sorella di Harry, Doris, ebrea credente e fanatica, è certa che la sua devozione poggi su radici ben salde, e che queste radici affondino nella tradizione. Non si tratta di radici, le obietta Harry, si tratta di superstizioni. Ma io sono ebrea, l was born a Jew, sono nata ebrea, ribatte Doris, certa di tappargli definitivamente la bocca. E lui: se i nostri genitori si fossero convertititi al cattolicesimo un mese prima che tu nascessi, ora tu e io saremmo cattolici. Le radici e le appartenenze, ebraiche o non ebraiche, sono fantasmi che servono solo ad alimentare le diversità, so you know who to hate, così si sa chi odiare.

D’altra parte, e ovviamente, nel suo cinema e nei suoi libri è ben viva la sua cultura (anche) ebraica. Lo è nella descrizione degli ambienti familiari, in quella dei salotti intellettuali, in quella della vita quotidiana. Valga su tutti l’esempio di Radio Days, cui si deve aggiungere la parte di Io e Annie nella quale Allen racconta di Alvy ragazzino, cioè in qualche modo di se stesso ragazzino. E certo si deve aggiungere Crimini e misfatti, in specie per quella sequenza splendida in cui, attorno a un tavolo rievocato dalla memoria di Judah, in occasione di una Pasqua ebraica si discute di moralità e immoralità, di mano di Dio nel bene e nel male e di mano degli uomini…

L’elenco potrebbe continuare, ma qui basti ricordare di nuovo i Marty e Rose di Café society. Non è che mi piaccia l’idea della morte, le dice lui, ma non ne ho paura. E quando verrà, me ne andrò protestando. Come protesterai, scrivendo una lettera al «Times»?, risponde lei sarcastica. Marty però non demorde: me ne andrò protestando con Dio per tutte le domande che gli ho rivolto, senza che lui mai abbia risposto. Come si vede, il suo livello filosofico-esistenziale è piuttosto alto, quasi alla Albert Camus. Lo dico sorridendo, ma non per questo ci credo di meno. E persino più alto è quello della saggezza yiddish con cui Rose chiude il confronto: nit kain entfer iz oich an entfer, nessuna risposta è anche una risposta. L’argomento è chiuso qui, si abbiano o non si abbiano radici ebraiche.

Woody Allen è indissolubilmente legato a New York: come si esprime l’amore per la sua città natale?
Allen ama New York perché ama le grandi città, le metropoli. Non ama però Los Angeles, che non può essere percorsa a piedi, di libreria in libreria, di bistrot in bistrot, di teatro in teatro, di cinema in cinema, ma solo in automobile. Quanto a Beverly Hills, l’Alvy di Io e Annie così ne spiega l’ordine e la pulizia: mettono tutta la loro spazzatura nei programmi televisivi.

New York invece è “camminabile”. Lo è a Brooklyn come al Greenwich Village. Lo è soprattutto al Central Park, sia che esploda dei rossi, dei bruni e dei gialli autunnali, come verso la fine di Hannah e le sue sorelle, sia che si stemperi nei colori tenui dell’ultima sequenza di Un giorno di pioggia a New York, con quel bacio da dieci voti su dieci che finalmente si danno Gatsby e Chan, mentre suonano le sei del pomeriggio e le piccole statue del Delacorte Clock girano in tondo. E poi, nato e cresciuto a Brooklyn, Allen non può non avere nella memoria la spiaggia di Coney Island, illuminata da un sole tenue e bagnata dalla pioggia come in La ruota delle meraviglie.

A parte qualche film – per esempio Una commedia sexy in una notte di mezza estate –, il suo è un cinema urbano, metropolitano, preferibilmente newyorkese, talvolta parigino o londinese. Forse anche per questo To Rome With Love è tra i suoi film meno riusciti. Roma è una grande, splendida città, ma non è in senso stretto una metropoli…

Quali sono le poetiche e i temi a lui più cari?
In ordine crescente di importanza; l’amore e il sesso, non sempre in sincrono; le donne, che talvolta hanno attinenza con l’amore, talvolta con il sesso, e talvolta né con l’uno né con l’altro; Dio e l’universo, in rapporto all domanda: perché mai siamo al mondo?, per quanto, in ogni caso, nit kain entfer iz oich an entfer; il comportamento criminale dei prepotenti, immorali e impuniti; la morte e il modo (che ancora non s’è trovato) di evitarne le conseguenze incresciose; come andare al cinema e vivere felici e leggeri…

In sintesi, per dirla con l’Isaac di Manhattan, il problema di Allen – e magari, con qualche aggiustamento, anche di noi, suoi spettatori – è chiarirsi le idee sulle dieci cose per cui vale la pena di vivere, che poi si possono ridurre a otto: Groucho Marx, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, Potato Head Blues di Louis Armstrong, i film svedesi, Marlon Brando, Frank Sinatra, i granchi da Sam Wo… e il viso di Tracy.

Qual è la visione delle donne che emerge dalla sua filmografia?
Quando ero giovane, ha scritto su per giù Allen, il mio maggior problema con le donne era dove trovarne. Ma forse non ha scritto donne, ha scritto sesso. Quanto al sesso, comunque, il suo consiglio (avveduto) è di tenerlo distinto dall’amore, visto che il secondo richiede profondità, mentre al primo bastano pochi centimetri. A questo proposito – e per chiarire quale sia il rapporto con le donne se non di Allen, almeno di Woody, cioè del suo personaggio –, a proposito di sesso e amore, dunque, il Miles di Il dormiglione dice di credere nella morte e nel sesso, due cose che prima o poi gli capiteranno nella vita, con il corollario che dopo la morte almeno non viene la nausea.

Come si vede, parlando di Allen mi viene la voglia di scherzare… Ma la domanda è seria, e ancora più seria la rende l’ignobile gogna mediatica che di recente è stata nuovamente imbastita contro di lui, dipingendolo come un mostruoso criminale da meetoo.

Nel suo cinema ci sono splendide figure di donne. Alcune, come la protagonista di Alice, e in altro modo come la tenera Cecilia di La rosa purpurea del Cairo, riescono a trovare il coraggio e la forza di liberarsi dalla violenza silenziosa e ignobile di uomini che le considerano puri oggetti ornamentali, se non serve arrendevoli. Altre, come la psicologa di Un’altra donna, scavano dentro il loro passato, scoprendo tutto quello che una cultura e un potere prepotentemente maschili ha loro tolto. E poi c’è la Hattie di Accordi e disaccordi, uno dei suoi personaggi più profondi, e anche dei meno ricordati. Hattie è muta, ma i suoi occhi e il suo sorriso sono tra le “parole” più belle che mi abbiano emozionato al cinema…

Chi dipinge Allen, chi insiste a dipingerlo come uno stupratore addirittura sulla base di una stupida e risibile lettura dei suoi scritti e delle sue sceneggiature – come Dylan Farrow, figlio di Mia Farrow –, nella migliore delle ipotesi non capisce quel che legge. Ce ne dimenticheremo presto, ma non ci dimenticheremo di Woody, e dei suoi ormai cinquanta film, compresi il televisivo Don’t Drink the Water e Rifkin’s Festival, girato in Spagna e ancora in postproduzione.

Forse non è male finire qui, su questi cinquanta film, ricordando quanto lui stesso ha scritto tanti anni fa: «Quando sarò vecchio, spero di potermi guardare alle spalle e dire: Ho fatto cinquanta film, alcuni erano eccellenti, altri non tanto buoni e altri ancora divertenti».

Roberto Escobar, già Ordinario di Filosofia politica presso l’Università Statale di Milano, è il critico cinematografico de «il Sole 24 Ore». Tra i suoi libri: Metamorfosi della paura (il Mulino, 1997, 2007 e 2015), Totò (il Mulino, 1998 e 2017), Il silenzio dei persecutori, ovvero Il coraggio di Shahrazàd (il Mulino, 2001), La libertà negli occhi (il Mulino, 2006), Ti racconto un film (con Emilio Cozzi, Cortina, 2007), Eroi della politica. Storie di re, capi e fondatori (il Mulino, 2012), La fedeltà di Don Giovanni (il Mulino, 2014), Il buono del mondo. Le ragioni della solidarietà (il Mulino, 2018).

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