Professor Nardozzi, Lei è autore del libro Il mondo alla rovescia. Come la finanza dirige l’economia, pubblicato per i tipi del Mulino: come e perché si è giunti alla finanziarizzazione dell’economia?
Il mondo alla rovescia. Come la finanza dirige l'economia Giangiacomo NardozziInizio dal perché, anche se occorre andare molto indietro, agli anni Ottanta del secolo scorso. Allora dagli Stati Uniti si diffuse una grande fiducia nella capacità delle forze di mercato di risolvere i problemi dell’economia e della società, e il crollo dell’URSS apparve come una conferma della validità di questa idea. Concomitante fu l’inizio di uno straordinario progresso nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione, che ha aperto prima inimmaginabili possibilità di raccolta ed elaborazione di dati. Insomma una rara coincidenza tra esaltazione del ruolo del mercato e accresciuta disponibilità della materia prima indispensabile per sviluppare i mercati finanziari. Materia prima costituita dalla capacità di stimare le probabilità di eventi futuri sulla base dell’informazione disponibile. È la base sulla quale sono stati costruiti i strumenti finanziari derivati che, non a caso, si sono moltiplicati negli ultimi trent’anni.
Questo scenario di fine secolo scorso va completato con quanto è avvenuto sul fronte del governo dell’economia. La sua responsabilità è stata sempre più attribuita alle banche centrali divenute, per così dire, “stelle polari” manovrando la moneta. È stata una soluzione comoda per la politica, cui spetterebbe il compito di progettare il futuro, riducendo così l’incertezza derivante dalla complessità dell’economia e della società. Ma si tratta di una soluzione che ha finito per dar fiato alla finanza più che all’economia reale e per provocare la maggiore crisi dopo quella del 1929, non minore per l’importanza e la durata dei suoi effetti. Con le loro politiche le banche centrali hanno, seppure in diversa misura, provocato una vera e propria “caccia” al rendimento finanziario che si è tradotta in un accumulo di rischi poi esplosi con la crisi del 2008. La finanziarizzazione dell’economia è stata frutto soprattutto delle nuove modalità con cui poche grandi banche d’investimento hanno cercato di offrire rendimenti più elevati senza maggiori rischi, con strumenti finanziari sempre più complessi e uso di derivati. Sono i “castelli di carte” costruiti nei modi che ho illustrato nel mio libro e descritti, con ben maggior successo di pubblico, nel film “La grande scommessa”.

Lei descrive questo processo come una mutazione genetica: in che senso?
Sì, una mutazione della finanza in cui da sempre operano i due geni, tra loro complementari, l’uno addetto a produrre strumenti di finanziamento dell’economia e l’altro strumenti per la trattazione dei conseguenti rischi. L’appetito per il rendimento, e quindi per il rischio, ha messo al lavoro particolarmente questo secondo gene. Che si è potuto enormemente sviluppare grazie all’accresciuta capacità di stima dei rischi cui ho appena accennato. Ma rimane pur sempre la nostra ignoranza del futuro, che presenta sorprese non prevedibili anche con la più ampia disponibilità di dati sul passato e i più raffinati modi per trattarli. È la lezione venuta dalla crisi che ha portato a una regolamentazione bancaria e finanziaria quanto mai complessa e intrusiva.

In che modo si concretizza l’abuso dello strumento monetario?
Nella traduzione pratica dell’idea che la politica monetaria sia lo strumento migliore per correggere gli effetti degli shock che colpiscono l’economia. La teoria dominante prima della crisi, screditata dopo ma non ancora sufficientemente rivista, considera questi shock costosi per la società soprattutto per i loro effetti sui prezzi che finiscono per ripercuotersi su Pil e occupazione. Il segnale di pericolo verrebbe dall’aumento (o la riduzione) dell’inflazione rispetto all’obiettivo della banca centrale. Da questa ci si aspettano dunque continui interventi per mantenere l’inflazione in linea con i propri obiettivi. E tanto dovrebbe bastare per mantenere stabilmente l’economia sul suo sentiero di crescita.

Quali sono le conseguenze di questo processo?
La visione a cui ho appena accennato si è dimostrata troppo riduttiva perché riferita solo all’economia reale senza alcuna considerazione degli aspetti finanziari. Secondo le sue prescrizioni, le banche centrali non dovrebbero avere motivo di stringere i freni monetari neanche quando l’economia continua ad essere euforica ma l’inflazione rimane sotto controllo. Ci si dimentica però dei rischi che si accumulano con l’euforia finanziaria. Sono rischi che prendono tempo a diffondersi ma poi esplodono con rapidità e richiedono pronti interventi di espansione monetaria per evitare il peggio. Così la gestione degli alti e bassi dell’economia affidata alle banche centrali, una ricetta concepita quando il principale problema era l’inflazione, ha finito per drogare la finanza quando questo problema si è ridimensionato. E ciò è avvenuto per effetto della concorrenza sui costi dei nuovi grandi produttori protagonisti della globalizzazione e a causa della crisi che ha portato deflazione. Governare l’economia con la politica monetaria sembra aver realizzato il sogno di Mayer Amschel Rothschild, fondatore della nota casata di finanzieri, che ebbe a dire “Lasciatemi emettere e controllare la moneta e non mi importa chi scrive e leggi”. É superfluo notare che dall’abuso dello strumento monetario non ci si è certo svezzati, e si fatica a privarsene. Si è giunti a battere il terreno incognito delle politiche dette “non convenzionali”, con tassi di interesse divenuti addirittura negativi. Così la finanza è stata per un verso ingabbiata con una fitta rete di regole e per altro verso eccitata con l’abbondanza di liquidità a costi irrisori. Una situazione pericolosa.

Quali possibili soluzioni per il governo dell’economia?
All’origine del problema sta, come dicevo, uno scarico di responsabilità dalla classe politica ai banchieri centrali. A loro principalmente i governi hanno trovato comodo lasciare il compito della gestione degli alterni andamenti dell’economia. E ciò nonostante si tratti di un tema che tocca l’occupazione e il benessere dell’intera società di cui i governi dovrebbero occuparsi in prima persona. Tuttavia questa investitura dei banchieri centrali ha rappresentato una facile e confortante soluzione rispetto all’alternativa costituita da una politica economica soggetta al passaggio attraverso il parlamento, con incerto esito finale. La scelta di sottrarre alla politica, demandandolo ai banchieri centrali, il compito di governare l’instabilità dell’economia ha ricevuto d’altra parte conforto da una teoria economica che riduce l’instabilità a colpi inferti dalla cieca dea Fortuna, facilmente affrontabili con aggiustamenti monetari. I fatti hanno clamorosamente smentito questa teoria. Ora gli stessi banchieri centrali tendono a rilanciare ai politici la palla del governo dell’economia che a loro era stata passata. Lo vediamo particolarmente in Europa dove da tempo il Presidente della Bce chiede che si muovano i politici, perché la sola politica monetaria più di tanto non può fare. Le soluzioni pratiche possono essere varie, ma a monte c’è n’è una sola. La presa di coscienza del fatto che all’instabilità dell’economia non si può por riparo con le sole manovre monetarie. Spetta ai politici capirlo e agire in merito, ponendo fine a una supplenza di propri compiti troppo a lungo esercitata dai banchieri centrali.