“Il medico di Utopia. Giovanni Battista Rasario (1517-1578) traduttore e falsario di testi medici greci” di Christina Savino

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Dott.ssa Christina Savino, Lei è autrice del libro Il medico di Utopia. Giovanni Battista Rasario (1517-1578) traduttore e falsario di testi medici greci pubblicato da Forum Editrice Universitaria Udinese: chi era Giovanni Battista Rasario e quale notorietà raggiunse in epoca rinascimentale?
Il medico di Utopia. Giovanni Battista Rasario (1517-1578) traduttore e falsario di testi medici greci, Christina SavinoGiovanni Battista Rasario è stato un erudito, traduttore e editore di testi greci del Cinquecento. Nacque a Novara e studiò lettere classiche presso l’Università di Pavia, nel Ducato milanese. Qui intraprese la carriera accademica, ma rapporti significativi lo mostrano vicino soprattutto all’ambiente patavino. Furono questi probabilmente a favorire il suo trasferimento a Venezia, intorno alla metà del secolo. Nel periodo pavese Rasario si era dedicato ai classici della filosofia greca, in particolare ad Aristotele e ai suoi commentatori, ma una volta giunto a Venezia iniziò a interessarsi alla medicina antica. I suoi maggiori studi e progetti lo portarono a pubblicare edizioni latine del corpus di Oribasio e di quello di Galeno. Nella Venezia rinascimentale l’umanista novarese si inserì saldamente, legandosi sia alla società intellettuale sia alla classe dirigente del dominio. Sappiamo che fu associato alla prima e più alta istituzione culturale della città lagunare: l’Accademia Veneziana o della Fama. Godeva della stima dei medici e professori universitari di Padova, ed era autorizzato dai Riformatori dello Studio al prestito presso la Libreria di San Marco, la Marciana, già sede di conservazione degli antichi e preziosissimi manoscritti appartenuti al cardinal Bessarione. Grazie agli ottimi rapporti con il patriziato poi aveva accesso a molte collezioni private. Nel periodo veneziano inoltre Rasario si fece apprezzare per le abilità diplomatiche: negli anni Settanta gli furono affidate sia l’orazione ufficiale per la vittoria sui Turchi a Lepanto (7 ottobre 1571), declamata in San Marco al cospetto del Doge; sia importanti ambascerie presso le corti di Roma e del Portogallo. Proprio la stima del re Filippo II, che dal 1554 era anche reggente del Ducato milanese, gli valse l’offerta di una cattedra di filosofia e medicina presso lo Studio pavese, la quale gli permise di fare ritorno in patria. A Pavia visse i suoi ultimi anni, dedicandosi all’insegnamento di allievi talentuosi come Federico Borromeo (1564-1631), futuro cardinale e arcivescovo di Milano. Alla morte, nel 1578, gli furono tributate solenni esequie a Novara, nella chiesa di Sant’Agostino, dove in sua memoria fu posata una lapide. Solo due anni dopo, nel 1580, il poligrafo Francesco Sansovino (1521-1583) citò Rasario nella Cronologia del mondo, ponendo il suo nome accanto a quello dei più grandi medici del Cinquecento come Andrea Vesalio (1514-1564). Ad oggi dunque si può dire che Rasario fu un umanista operoso, valente e celebre del suo tempo.

Cosa rivelò l’esame delle sue traduzioni da parte dei maggiori rappresentanti della filologia classica germanica, guidati da Hermann Diels?
Malgrado la vastità e la varietà della sua opera, Rasario è divenuto famoso soprattutto per le traduzioni latine di Galeno di Pergamo (129-216 d.C.), il grande maestro dell’antica medicina greca che più di tutti ha influito sulla tradizione medica occidentale. Rasario fu uno dei traduttori più prolifici di Galeno, e pubblicò traduzioni anche di alcuni commenti che da secoli erano considerati perduti. Queste traduzioni più di altre lo resero noto e conobbero un successo ampio ed immediato. In seguito alla prima pubblicazione furono ristampate nelle principali edizioni di Galeno, fino alla monumentale edizione di Carl Gottlob Kühn (1754-1840), uscita a Lipsia fra il 1821 e il 1833 e tuttora utilizzata dalla maggioranza dei lettori. Agli inizi del Novecento le stesse traduzioni furono investigate nell’ambito del Corpus Medicorum Graecorum (CMG), il progetto editoriale dei testi medici greci fondato dal grande Hermann Diels (1848-1922). Il team editoriale del CMG, composto da filologi classici esperti di medicina antica, mirava a produrre edizioni scientifiche dei testi medici più importanti, tra cui quelli tradotti da Rasario e altrimenti sconosciuti. Inaspettatamente però l’analisi di questi testi portò allo smascheramento di una serie di falsi. Nel 1915 Diels rese noto che il Commento di Galeno al De alimento di Ippocrate, pubblicato in traduzione latina da Rasario, era falso. Nel 1916 Karl Kalbfleisch dichiarò che anche la traduzione rasariana del Commento di Galeno agli Umori di Ippocrate non poteva essere autentica. Nel 1917 Ernst Wenkebach classificò la versione del Commento galenico a Epidemie II come un falso rinascimentale; e anni dopo individuò un falso frammento rasariano anche nella traduzione del Commento a Epidemie VI. Nel 1934 Heinrich Otto Schröder segnalò che le parti del Commento di Galeno al Timeo di Platone scoperte e tradotte da Rasario erano plagi. Poco tempo dopo tutte le conoscenze sui falsi rasariani raccolte al CMG furono segnalate da Konrad Schubring (1911-1966), a capo del progetto dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella revisione aggiornata dell’edizione di Kühn. Anche negli anni successivi il Corpus Medicorum Graecorum ha dedicato attenzione alle falsificazioni rasariane, inaugurando degli studi storico-filologici sul tema. Più recentemente poi anche altri studiosi hanno contribuito all’indagine, accrescendo quella che ormai è un’estesa letteratura. Ora è noto che nella maggioranza dei casi Rasario produsse falsi frammenti di commenti galenici mutili (come il Commento al Timeo) o completamente perduti (come il Commento al De alimento); solo nel caso del Commento agli Umori simulò il ritrovamento di un testo integro, provvedendo a confezionare anche ben due manoscritti fasulli. Ma l’ultimo falso di Rasario è stato scoperto solo nel 2019, all’interno della compilazione di Oribasio nota come Collectiones medicae: ciò dimostra che la ricerca in quest’ambito non è esaurita e potrebbe ancora riservare delle sorprese.

In che modo la taccia di falsario ha appiattito la figura di Rasario su un’immagine che non rende giustizia alla complessità e alla ricchezza della sua opera?
I primi studi su Rasario hanno gettato un’ombra sulla sua reputazione. Incentrati su testi che poi si sono rivelati falsi, essi hanno mostrato il nostro come un impostore, obliterando il riconoscimento delle sue qualità e capacità di lavoro. Colpisce ancora il duro giudizio di Wenkebach, che nel 1956, al suo secondo incontro con un falso di Rasario – ormai una vecchia conoscenza del CMG – lo definì come l’opera più ignobile di quel noto truffatore (illius veteratoris dolosi vilissimum opus). Wenkebach e i suoi colleghi, da protagonisti della filologia germanica, hanno consegnato questa idea di Rasario agli studi della tradizione classica. Ma era un’idea parziale, se non imprecisa. Prima di tutto Rasario non fu solo un falsario, ma anche un alacre traduttore di molti autori greci, da Aristotele a Oribasio, da Alessandro di Afrodisia a Galeno. Davanti a questi difficili testi tecnici Rasario diede prova di eccellenti doti, sia nella resa latina sia nella correzione del testo greco; ed è ragguardevole l’ampiezza della base documentaria da lui considerata. Per tutti questi motivi alcune delle sue traduzioni furono tanto apprezzate da essere ripubblicate in edizioni singole e ristampate in tutt’Europa: è il caso dell’estratto ginecologico di Sorano, ristampato nel 1556 a Parigi da Guillaume Morel, o di quello sul nutrimento derivante dagli animali acquatici di Senocrate, ristampato nel 1559 a Zurigo dal famoso erudito e bibliografo Conrad Gesner. Con una provocazione, poi, si potrebbe dire che anche le sue falsificazioni gli costarono grandi fatiche filologiche. Gli studi condotti infatti hanno dimostrato che Rasario creava i suoi falsi estraendo frammenti autentici dalle opere dello stesso Galeno o dalla tradizione indiretta, costituita dalle compilazioni tarde e bizantine, e giustapponendoli; le suture tra i frammenti poi erano frutto della sua invenzione. Ma è chiaro che un simile metodo richiedeva conoscenze letterarie molto solide e capacità critiche notevoli. Il suo metodo peraltro è attuale: ancora oggi i filologi classici pubblicano raccolte di testimonianze di autori o di scritti non conservati per tradizione diretta, e queste sono apprezzatissime dalla comunità scientifica. Nel caso di Rasario invece l’etichetta di falsario venne a costituire un pregiudizio che inibì anche la ricostruzione del profilo. Ora conosciamo l’impatto che la sua opera e personalità ebbero sulla società intellettuale del tempo. Rasario non fu solo un traduttore, ma anche uno stimato oratore; ebbe allievi e uditori illustri; fu un letterato inserito ed apprezzato in un contesto sovranazionale. Alcuni suoi testi in particolare ne hanno svelato la dimestichezza con la letteratura umanistica, ad esempio di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro, e fitti rapporti con personaggi di spicco della scena culturale europea, come François Rabelais e il già citato Gessner. Ora la sua figura è più dinamica: tra un falso e l’altro si muove per le calli di Venezia, tra la tipografia di Vincenzo Valgrisi in campo San Zulian e la Libreria di San Marco, carica di manoscritti presi in prestito o di preziosi da impegnare al banco del bibliotecario, in dotta compagnia di scribi al suo servizio per confezionare copie dei classici greci.

Come si inserisce, nel panorama degli studi sulla tradizione dei classici, e in particolare dei testi medici greci, il profilo dell’umanista?
Fino a poco tempo fa Rasario era un personaggio misconosciuto della storia della filologia. Se ne conoscevano solo alcune traduzioni, quasi solo di Galeno, e se ne ricordavano soprattutto i falsi. Ora le notizie raccolte sulla vita e le opere, seppur lontane dall’essere complete, dimostrano che egli occupò un posto di primo piano nella storia culturale del Cinquecento italiano: ebbe ruoli importanti nella cerchia dei medici umanisti di Padova, nelle Accademie della Fama a Venezia e degli Affidati a Pavia, e nelle relazioni pubbliche tra la Serenissima e gli altri Stati e corti d’Italia. Per tutta la vita si impegnò nella traduzione dei classici greci, e molti suoi contributi meriterebbero esami specifici da parte dei filologi, soprattutto nell’ambito dell’Aristotele latino e dei commentatori dello Stagirita. Intanto lo studio dei suoi testi originali, e in particolare delle prefazioni, ha prodotto attestazioni della fortuna di moltissimi autori da lui conosciuti e utilizzati, come Cicerone, Varrone e Aulo Gellio. La ricostruzione del suo profilo inoltre interessa gli studi di settori correlati alla filologia, come paleografia e codicologia: le conoscenze relative ai suoi manoscritti, alle sue relazioni con copisti censiti, e alla sua stessa scrittura rappresentano delle novità e potranno servire a nuove indagini in futuro. Ma certamente l’opera di Rasario è importante per la filologia dei testi medici greci. Le sue traduzioni di Galeno, più di sessanta in totale, costituiscono interpretazioni fini e competenti ancora attuali e utili per l’editore contemporaneo; i suoi marginali ci informano sulla ricezione dei testi medici e sulla circolazione libraria nel secondo e terzo quarto del Cinquecento. Altrettanto importanti, e anche meno sfruttate ad oggi, sono le traduzioni rasariane di Oribasio, che in età moderna hanno realizzato e promosso la conoscenza di quest’autore in tutta Europa. Anche in questo caso Rasario si è rivelato un testimone prezioso ed essenziale: è infatti uno dei pochi ad averci trasmesso i libri delle Collectiones medicae dedicati all’anatomia (XXIV-XXV).

Christina Savino, dottore di ricerca in Scienze dell’Antichità, è stata borsista post-doc all’Accademia delle Scienze di Berlino e ricercatrice a tempo determinato presso la Humboldt Universität. Attualmente è assegnista presso il Dipartimento di Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Udine.

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