“Il matriarcato” di Johann Jakob Bachofen

Il matriarcato, Johann Jakob Bachofen, riassuntoIl matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici
di Johann Jakob Bachofen
Einaudi

«L’opera che appare qui per la prima volta in lingua italiana, trascorsi più di cent’anni dalla sua pubblicazione (1861), non è mai stata integralmente tradotta neppure in altre lingue, né si può dire che, anche nell’originale tedesco, abbia mai goduto di lettori davvero numerosi. Vera innanzitutto un ostacolo d’ordine pratico, estrinseco, e tuttavia tale da respingere appassionati o curiosi che non disponessero di grande spirito di sacrificio. L’edizione originale del Mutterrecht si presenta come un orrido groviglio. Consta di 424 pagine in-quarto grande, su due colonne, non suddivise in capitoli; per arbitrio del tipografo tutte le note sono inserite direttamente nel testo, senza alcun mutamento di carattere o di corpo. Ciò significa che, entro ciascuno dei lunghi e riccamente orchestrati periodi di Bachofen, si trovano talvolta due o tre note, ciascuna delle quali può raggiungere le quaranta righe. Non è troppo raro il caso che il verbo reggente di una frase iniziata al principio di una pagina spunti fuori alla metà della pagina successiva, lume remoto al fondo di una selva irta di greco e di latino, di discussioni accessorie e di algoritmi bibliografici. Gli esiguissimi frammenti sopravvissuti del manoscritto di Bachofen liberano l’autore dalla responsabilità d’aver ordito questa trappola. Fu proprio colpa del tipografo. Ma ciò non muta il fatto che il Mutterrecht sia stato per decenni uno dei libri più illeggibili della letteratura scientifica […].

Proprio la volontà di completezza manifestata da Bachofen nel Mutterrecht può rendere più palese il disegno dell’autore: tracciare in termini di requisitoria giuridico-teologica il decorso delle vicende dell’umanità. La stessa monumentalità dell’opera, l’apparato specialmente imponente di riferimenti eruditi, conferiscono al Mutterrecht il suo carattere peculiare di summa giuridico-teologica, composta però non a strati sovrapposti, ma a spirale, secondo un piano geografico che rende obbligate le ripetizioni, battendo e ribattendo con accumulo di prove sugli elementi chiamati in giudizio. Per questo riteniamo che il Mutterrecht non sia affatto «mal composto», come molti hanno detto, ma composto secondo una precisa intenzione, secondo uno schema che certo non risparmia fatiche al lettore, e che però trova la sua coerenza nell’uniformarsi allo schema della requisitoria.

In italiano Das Mutterrecht è solitamente menzionato come Il matriarcato, ma questa traduzione può riuscire sviante ed è di fatto imprecisa. «Mutterrecht» significa letteralmente «diritto materno», mentre «matriarcato» non è solo il diritto materno, ma la sovranità della madre, della donna. Proprio Bachofen illustra ampiamente nel libro che il diritto materno (la successione matrilineare, l’assunzione del nome dalla madre e non dal padre, gli istituti giuridici fondati sul privilegio sacrale della donna) può non coesistere con l’effettiva sovranità femminile. É vero tuttavia che il sottotitolo del libro parla espressamente di «ricerca sulla ginecocrazia», dunque sulla sovranità femminile. Questa ambiguità esiste attraverso tutta l’opera, e attira l’attenzione su un punto che costituisce un’ulteriore ragione per cui ci pare opportuno optare per la dicitura «diritto materno».

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  • Bachofen, Johann Jakob (Autore)

Sebbene lo scrupolo storico di Bachofen lo induca a distinguere (anche se con alcune contraddizioni) fra diritto materno e ginecocrazia in ciascuna delle società e delle fasi sociali da lui esaminate, egli non solo credette (a differenza dagli studiosi moderni) nell’effettiva esistenza storica di società ginecocratiche in senso stretto, ma fu in qualche misura soggiogato dalle immagini di un mondo in cui la donna fosse sacralmente sovrana. Chi legga con attenzione il Mutterrecht si accorge ben presto che, di là dall’apparente obiettività dello storico nell’apprezzare gli aspetti positivi del predominio della donna quanto del predominio dell’uomo, affiorano i tratti della malinconia e del rimpianto di Bachofen nei confronti delle presunte età e società ginecocratiche. La religione della morte si lega a formule di religione dell’eterno femminino […]. Di qui, inoltre, lo speciale rilievo della problematica sessuale nelle pagine del Mutterrecht – problematica che, insieme con l’invadenza della religione della morte, conferisce in vari passi a Bachofen un singolare aspetto di precorritore di Freud. Non avrebbe evidentemente molto senso tentare di psicoanalizzare a posteriori Bachofen, tanti sarebbero gli elementi ormai inaccessibili della sua psiche. Un discorso in questo senso, triviale, porrebbe l’accento sull’effettiva dipendenza di Bachofen da una dominante figura materna: fu sua madre (a cui è dedicato il Mutterrecht) che lo segui fin dall’adolescenza come simbolo soccorritore dell’amore per la cultura umanistica (di contro al padre «affarista»); solo dopo la morte della madre egli, ormai cinquantenne, decise di sposarsi; ecc. Queste considerazioni non portano molto lontano, non rivelano cose molto diverse da quelle che già di per sé appaiono ovvie. Ciò non significa, tuttavia, che si debba trascurare l’importanza dell’opera di Bachofen come una delle più ampie, ambigue e originali evocazioni di un eterno femminino sacro, ma «materiale», depositario del senso religioso, ma anche dello «sfrenato eterismo», e fatto affiorare insieme con la morte al centro del «senso della storia». […]

E, ampliando il discorso, l’importanza capitale dell’opera di Bachofen è proprio qui: l’opera di Bachofen è un «classico dalle religioni» non tanto perché opera classica della storia delle religioni, quanto perché documento religioso in sé e per sé, testimonianza amplissima e sconcertante di un’esperienza religiosa personale, di là dalle religioni costituite, che parrebbe anacronistica nel suo tempo e che tuttavia, ad un esame accurato, risulta ben radicata nella cultura del suo tempo e ce ne offre uno scandaglio profondo, faticoso da seguire anche per l’oggettiva ripugnanza che suscitano quelle zone sotterranee, e tuttavia storicamente prezioso.»

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