“Il maschilismo orecchiabile. Mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana” di Riccardo Burgazzi

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Dott. Riccardo Burgazzi, Lei è autore del libro Il maschilismo orecchiabile. Mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana pubblicato da Prospero Editore: di quale utilità è la musica leggera per un’indagine sociologica sui modelli culturali dominanti?
Il maschilismo orecchiabile. Mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana, Riccardo BurgazziCosì come Sanremo è stato ed è un valido specchio attraverso il quale vedere inscenati tutti insieme gli argomenti e i sentimenti più rappresentativi del popolo italiano in un determinato anno, a maggior ragione lo può essere l’analisi di un tema sociale specifico condotta a largo raggio sull’am­pio corpus della canzone pop. Nel caso specifico di questo libro, l’indagine è volta a suscitare qualche tarlo nella mente di chi canticchia, senza badarci, gli esiti sonori di una cultura che vede un genere primeggiare sull’altro, concentrandosi su quella che può essere vista come la radice profonda della prevaricazione: il linguaggio sessista.

Spesso le canzoni vengono semplicemente lasciate scorrere senza badare al senso delle loro parole. Ancora più rare, poi, sono le occasioni in cui ci si sofferma ad analizzare il testo, andando a cercarne i secondi significati (voluti o non voluti dall’ar­tista) o a evidenziarne i luoghi comuni. Il luogo comune, in letteratura, è la principale spia per valutare la buona o la mediocre qualità di un lavoro: un buon romanzo difficilmente userà espressioni quali “il cuore batteva come un tamburo” o “arrivò in fretta e furia, veloce come un baleno”; una bella poesia non si fonderà su rime grammaticali (-are, -ere, -ire, -to, -ndo, eccetera) né su immagini che non aggiungono nulla a chi legge, “quella soffice, bianca, fredda neve”. Ma nella quotidianità, è lo strumento che consente in forma breve e pratica di descrivere e interpretare situazioni ed esperienze.

Un esempio. Il proverbio mogli e buoi dei paesi tuoi. Si manda a memoria facilmente grazie alla rima (fruizione passiva, orecchiabilità) e si coglie immediatamente il suo significato principale: se ti accasi e lavori dove sei sempre stato, corri meno rischi. Verrebbe da chiedere perché mai, ma con un proverbio non è lecito. Non può però passare inosservato che dice mogli, non mariti: la società che ha creato quel detto vede evidentemente nell’uo­mo l’indiscusso capo-famiglia. Si dirà: va be’, dai, ma è solo un modo di dire! Ecco, appunto: questo è esattamente lo scopo del libro. Così come i proverbi, che analizzati dalla giusta distanza permettono di farsi un’idea dei valori e degli usi della società che li ha formulati, anche le canzoni pop rappresentano ottimi appigli per un’indagine sociologica. Proprio per il loro essere “leggere” o “pop”, popolari, e quindi ampiamente diffuse e trasversali, esse riescono a offrire un’idea di massima del “sentimento medio” della popolazione, al di là della preparazione culturale, dell’estra­zione o della provenienza di chi le ascolta.

Il titolo del libro, Il maschilismo orecchiabile, quindi, va inteso in due modi: quello della fruizione passiva, l’orecchiabilità, appunto, che lascia penetrare il messaggio grazie alla propria sonorità; e quello del senso, a volte esplicito altre non immediatamente visibile, che rimanda a una cultura comune che di fondo è, appunto, maschilista.

Nel libro Lei analizza oltre 170 testi di canzoni in voga dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Zero: quale rappresentazione della donna ne emerge? Quali sfumature assume il maschilismo nei testi delle canzoni pop?
Nel libro propongo otto macrocategorie in cui è possibile suddividere il corpus preso in analisi. La donna angelo (“sei la più bella del mondo…”), dove ho inserito le canzoni che celebrano la visione angelicata della donna più o meno secondo gli stessi stilemi e con le stesse caratteristiche di quasi un millennio fa; la donna Circe (“quando ti guardo lo sai cosa voglio da te…”), e cioè quei testi dove viene rappresentata la donna tentatrice e fatalmente ammaliatrice; la donna immobile (“ti diremo ancora un altro sì…”), dove sono inscenate beghine relegate alla sfera domestica; le canzoni dove c’è un lui che lascia lei (“mi dispiace, devo andare: il mio posto è là…”) perché la vede come una zavorra da abbandonare, che frena la supposta natura di cacciatore/esploratore del maschio; e quelle, al contrario, dove c’è una lei che lascia lui (“passerotto, non andare via”…), perché… be’, quando è lei a lasciare, fondamentalmente la spiegazione consiste nel darle della ‘bella stronza’. Poi ci sono tre capitoli dedicati ad altrettante categorie di stereotipici atteggiamenti maschili nei confronti delle donne: tombeur de femmes (“le lascio quando voglio e poi le riprendo…”), stalker disperati (“ti seguo, ti curo, non mollo, lo giuro…”) e grandi maestri d’amore (“prendi una donna, trattala male…”), dove si parla anche del fenomeno del mansplaning.

Quali stereotipi sulle donne sono più diffusi nei testi delle canzoni pop?
Direi gli otto elencati sopra, sebbene poi, a loro volta, si possano approfondire e suddividere ulteriormente. Per restare in superficie, però, mi limiterei a sottolineare che è proprio questo il senso del libro: cercare i luoghi comuni più diffusi, mostrarli, analizzarli, chiedersi da dove vengano (arrivando a confrontarli con le radici più profondo della nostra cultura: l’Antico Testamento, la mitologia greca, la poesia latina, il medioevo romanzo…) e offrire quindi uno strumento critico che possa tornare utile quando, nel sentire un brano, avvertiamo un nonsoché di stridente.

Un esempio: è poi tanto diverso l’attacco della Canzone del sole (“le bionde trecce, gli occhi azzurri e […] l’innocenza sulle gote tue?”) dal petrarchesco Erano i capei d’oro a l’aura sparsi / che ’n mille dolci nodi gli avolgea, / e ’l vago lume oltra misura ardea / di quei begli occhi […]? O quando Pappalardo grida: “Ti seguo, ti curo, non mollo, lo giuro, perché sono nel giusto, perché io ti amo!”, non sta forse facendo (inconsapevolmente) appello alla dantesca (ma, si badi, infernale!) scusante che l’amore non consente a chi è amato di non ricambiare (amor ch’a nullo amato…)?

Ecco, questo per dire che luoghi comuni e stereotipi ci vengono da molto lontano. Li percepiamo come “normali” perché sono praticamente assimilati. E quotidianamente aleggiano sopra e dentro le nostre teste: fanno parte del senso comune, del bisogno di sintetizzare concetti, di ciò che è considerato e avvertito come tradizionale. Di conseguenza, è molto difficile opporvisi o cercare di smantellarli. Lungi da me, quindi, l’illudersi di esserci riuscito. Ho semmai tentato di evidenziarli e, per renderli un po’ più facile da memorizzare e identificare, ho ricorso a uno stile fondato sull’ironia. Un saggio leggero per parlare di musica leggera, insomma.

Teorema, di Marco Ferradini, – ancora oggi una sorta di hapax nella produzione dell’autore – ha segnato una pietra miliare del maschilismo all’italiana: a cosa si deve il suo successo?
Nel 1964 Umberto Eco pubblica Apocalittici e integrati, una raccolta di saggi che spazia dal fumetto alla televisione, dalla letteratura alla musica, e si ispira, nel titolo, ai due possibili atteggiamenti che tipicamente si registrano dinnanzi alla cosiddetta cultura di massa: snobismo o partecipazione. Riguardo alla ‘canzone di consumo’, dice: “dove la formula sostituisce la forma, si ha successo solo ricalcando i parametri, e una delle caratteristiche del prodotto di consumo è che esso diverte non rivelandoci qualcosa di nuovo, ma ribadendoci quello che sapevamo già, che attendavamo ansiosamente di sentir ripetere e che solo ci diverte”. Con questo voglio sottolineare che in generale si potrebbe attribuire il successo di una canzone leggera (oltre alla qualità della musica) alla sua capacità di confermare le aspettative di chi ne fruisce.

E i contenuti di Teorema (1981), da questo punto di vista, non sono poi diversi da quel che dicono i Giganti nella altrettanto celebre Una ragazza in due (1965), “mai le dirò che muoio per lei: la tratterò male… e mi amerà!”, oppure, andando avanti nel tempo, da Ligabue in Cosa vuoi che sia (2006), “chi ama meno è meno fragile, tutti dicono così”. Insomma, Ferradini non dice nulla di nuovo: ma ‘vince’ perché melodia e forma scelta (fondamentalmente un elenco di regole) è facilmente memorizzabile da chi ascolta. Ed evidentemente ritenuto condivisibile.

È possibile intravedere nei testi di questi cinquanta anni un’evoluzione all’insegna di un minore sessismo?
Direi proprio di no: il cinquantennio preso in analisi non è raffigurabile come una linea rettilinea e ascensionale, ma semmai come una chiocciola che continua a tornare sui propri passi.

Del resto, la canzone pop non fa altro che riportare un messaggio che chi ascolta conosce già e non si meraviglia di trovare. Dà conferme e fa sentire parte di un tutto, di un sentire comune. Ed è proprio in questo sentimento di comunanza, ancor più che nel ritmo, che risiede l’orecchiabilità. Intesa, qui, non solo come “la melodia che ti resta in testa”, ma anche come “la risaputa e cantabile verità che ci circonda”.

Così, non c’è molto da stupirsi se leggendo quasi duecento composizioni cantate tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Zero sia stato possibile individuare ben otto sfumature di maschilismo in cui raggrupparle: esse rispecchiano la cultura patriarcale e machista del Paese culla del cattolicesimo, e cioè di una religione che è sì fondata su un libro, ma che di quest’ultimo riserva da millenni l’interpretazione a un ristretto magistero di uomini colti che hanno il compito di spiegarlo oralmente all’illetterata massa dei fedeli, e che oggi convive con uno spaventoso tasso di analfabetismo funzionale (Secondo il rapporto Ocse-Piaac del 2017, gli italiani tra i 15 e i 64 anni che vivono in questa condizione sono 11 milioni).

Certo, sarebbe una faticosa e controversa operazione quel­la di comparare dati su livelli di scolarizzazione, casi di violenza domestica e femminicidi, grado di emancipazione fem­­minile sul lavoro e in politica nei Paesi occidentali. Per tan­to, risulterà molto più conveniente, in questo contesto, limitarsi a osservare che quei dati sono senza dubbio sconfortanti ovunque ci sia una forte religiosità e un basso livello di scolarizzazione.

Le otto categorie proposte, quindi, risulteranno forse più utili in futuro, quando prendendo in esame il prossimo cinquantennio musicale, passata la prima metà del XXI secolo, si potrà verificare se esse saranno ancora valide o meno.

Riccardo Burgazzi (Milano, 1988), filologo. Ha insegnato Letteratura latina medievale e Storia del libro all’Università Carolina di Praga, poi all’interno del master in editoria dell’Università di Verona. Autore di saggi e articoli, ha scritto anche due romanzi, Storia del Michelasso, che mangia, beve e va a spasso (2016) e Le primavere di Praga (2018), entrambi pubblicati da Prospero Editore.

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