Professoressa Adornetti, Lei è autrice del libro Il linguaggio: origine ed evoluzione pubblicato per i tipi di Carocci: cosa sappiamo della comunicazione dei nostri parenti ancestrali?Il linguaggio: origine ed evoluzione Ines Adornetti
Le ricerche effettuate negli ultimi anni nell’ambito di numerose discipline, tra cui paleoantropologia e biologia evoluzionistica, ci permettono di riscostruire importanti aspetti della comunicazione degli ominini che hanno preceduto Homo sapiens nella filogenesi umana. Naturalmente, le ricostruzioni si basano su prove indirette. Il linguaggio, infatti, non lascia tracce fossili e, dunque, non è possibile ricostruire l’origine e l’evoluzione delle nostre capacità comunicative allo stesso modo in cui si ricostruiscono altre importanti caratteristiche umane, quale, ad esempio, l’acquisizione della postura eretta. Nonostante queste difficoltà di natura metodologica, oggi sappiamo molto sulla comunicazione dei nostri parenti ancestrali. Consideriamo, ad esempio, l’evoluzione delle abilità alla base della produzione vocale.
Una delle questioni centrali da affrontare per spiegare lo sviluppo del linguaggio articolato riguarda l’evoluzione del tratto vocale. L’anatomia del tratto vocale sopralaringeo umano è, infatti, differente rispetto a quella dei primati non umani. Gli esseri umani adulti presentano la laringe – una valvola che impedisce che cibo e acqua entrino nei polmoni munita di due lembi circostanti che formano le corde vocali – in posizione più bassa rispetto alle grandi scimmie e hanno una cavità orale più allungata. Una conformazione di questo tipo è fondamentale per la produzione del linguaggio poiché la posizione della laringe in basso nella gola permette agli esseri umani di ampliare enormemente il repertorio fonetico. Ai fini dello studio dell’origine del linguaggio è importante domandarsi quando tali cambiamenti si sono verificati nel corso dell’evoluzione. Quali ominini possedevano una tratto vocale di questo tipo? L’apparato fonatorio è costituito prevalentemente da tessuto molle che non lascia tracce nel record fossile. Vi sono però alcuni elementi dello scheletro degli ominini (tra cui la posizione del foro occipitale, l’angolo di curvatura alla base del cranio, la morfologia dell’osso ioide) che indirettamente consentono di ricostruire la conformazione del loro tratto vocale. Nel complesso, le evidenze fossili di cui oggi disponiamo sembrano suggerire che il processo di ottimizzazione dell’apparato vocale sia iniziato molto prima della comparsa di Homo sapiens, non meno di 600.000 anni fa, verosimilmente in un progenitore del Neanderthal e dell’essere umano moderno, probabilmente Homo heidelbergensis.  Alla luce di tali evidenze è, quindi, possibile ipotizzare che il linguaggio articolato non sia un’esclusiva della nostre specie.

Che cosa ci dicono gli studi sugli animali non umani a noi più prossimi?
Gli studi condotti sulla comunicazione dei nostri parenti più prossimi mostrano che il linguaggio umano condivide con la comunicazione delle scimmie molte caratteristiche importanti. Ad esempio, numerose ricerche condotte negli ultimi decenni sulle vocalizzazioni di questi animali hanno portato alla luce l’esistenza tra le scimmie di sistemi comunicativi vocali particolarmente complessi. Oltre ai classici esempi sui segnali di allarme dei cercopiteci verdi, che utilizzano tre differenti richiami per segnalare la presenza di tre diversi tipi di predatori (aquile, serpenti e leopardi), oggi sappiamo che numerose specie di primati non umani producono segnali acusticamente distinti per comunicare informazioni su particolari eventi o entità del mondo esterno. Tali segnali nell’opinione di diversi studiosi, e in particolare nell’opinione di coloro che sostengono un’origine prevalentemente vocale del linguaggio umano, rappresenterebbero le radici filogenetiche delle nostre parole.
Le similarità tra la comunicazione delle scimmie e il linguaggio umano diventano ancora più stringenti quando dall’analisi dei richiami vocali si passa all’analisi del repertorio comunicativo gestuale di questi animali. In effetti, i gesti delle scimmie, soprattutto quelli delle grandi scimmie antropomorfe (tra cui scimpanzé e bonobo), possono essere utilizzati in modi assai più flessibili rispetto alle vocalizzazioni. Una delle caratteristiche fondamentali della comunicazione gestuale delle scimmie, che segna una differenza cruciale con le vocalizzazioni, è l’intenzionalità, laddove con “intenzionalità” in questo framework di studi ci si riferisce al fatto che i segnali sono creati volontariamente per influenzare il comportamento di uno specifico destinatario. Questo è particolarmente evidente nei casi di “perseveranza comunicativa” osservati negli scimpanzé. Si ha perseveranza comunicativa quando l’animale che produce il gesto cerca di far fronte a un fallimento comunicativo. Tale fallimento è inferibile dal comportamento del destinatario, dal quale si può evincere che lo scopo del segnalatore non è stato raggiunto (il ricevente non modifica il proprio comportamento dopo la produzione del gesto) o è stato raggiunto solo parzialmente (il ricevente modifica solo in parte il proprio comportamento senza tuttavia mettere in atto quanto richiesto dal segnalatore attraverso il gesto). Gli scimpanzé cercano di superare questa impasse comunicativa producendo lo stesso tipo di gesto ripetutamente o sostituendo il segnale originariamente prodotto con un tipo di gesto alternativo. Queste ricerche si sono rivelate particolarmente importanti per lo studio dell’origine del linguaggio perché hanno contribuito a rafforzare le ipotesi teoriche definite gesture-first, cioè le ipotesi fondate sull’idea che il linguaggio umano si sarebbe originato a partire dai gesti dei nostri parenti più prossimi.

Quali modelli teorici sull’origine del linguaggio esistono?
La risposta a tale domanda è fortemente condizionata dalla risposta a un altro interrogativo: cosa si intende per linguaggio? In effetti, modelli del linguaggio diversi danno vita a modelli differenti dell’origine del linguaggio. Per esempio, se per “linguaggio” intendiamo il medium espressivo usato durante gli scambi comunicativi, in letteratura oggi abbiamo tre principali prospettive teoriche di riferimento. A due di queste ho già fatto accenno nella precedente risposta, vale a dire: i modelli secondo i quali il linguaggio umano si sarebbe originato a partire dalle vocalizzazioni dei primati non umani; i modelli secondo cui i sistemi gestuali delle scimmie avrebbero rappresentato i precursori delle facoltà comunicative della nostra specie. Più recentemente è stato proposto un terzo modello, l’ipotesi dell’origine multimodale del linguaggio, che prova a unificare la prospettiva dell’origine sonora con quella dell’origine gestuale. Il punto di partenza di questo terzo modello è il riconoscimento del fatto che il linguaggio umano è un sistema integrato gesto-parola: la modalità gestuale e quella vocale rappresentano due facce, non separabili, dello stesso processo comunicativo. Da un punto di vista evoluzionistico, questo riconoscimento si traduce nell’ipotesi che gestualità e vocalità siano equiprimordiali, abbiano cioè avuto uno sviluppo sincronico nel corso della filogenesi umana.
Tuttavia, ogni modello interpretativo che punti a spiegare l’origine del linguaggio, oltre a ricostruire l’evoluzione dei mezzi espressivi, deve dar conto anche dei processi attraverso i quali i segnali acquistano un significato. Suoni e gesti, in effetti, acquistano una funzione comunicativa solo quando vengono sottoposti a un processo interpretativo, vale a dire solo quando viene attribuito loro un certo contenuto. Nella prospettiva adottata in questo libro, analizzare questioni del genere significa interrogarsi sulla natura dei sistemi cognitivi che permettono di elaborare l’informazione linguistica, vale a dire equivale a chiedersi come deve essere fatta la mente per produrre e comprendere il linguaggio. Da questo punto di vista, lo studio dell’origine del linguaggio è fortemente legato allo studio dell’evoluzione della mente. A tal proposito, uno dei più importanti modelli teorici che si propone di dar conto dell’origine del linguaggio in riferimento all’evoluzione delle capacità cognitive è il modello pragmatico della teoria della pertinenza proposto da Dan Sperber e Deirdre Wilson negli anni Ottanta del secolo scorso e recentemente applicato allo studio della filogenesi del linguaggio da Thom Scott-Phillips.
Al di là delle specifiche posizioni in campo, ciò che mi sembra importante sottolineare è che le ipotesi teoriche e le evidenze sperimentali oggi a nostra disposizione sull’origine della comunicazione umana ci restituiscono un’idea del linguaggio come fenomeno altamente complesso e sfaccettato reso possibile da un mosaico di capacità (condivise in vario grado anche con gli animali non umani e con gli ominini estinti), ciascuna delle quali è il frutto di una storia evolutiva differenziale.

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