“Il libro nel mondo antico. Archeologia e storia (secoli VII a.C. – IV d.C.)” di Lucio Del Corso

Prof. Lucio Del Corso, Lei è autore del libro Il libro nel mondo antico. Archeologia e storia (secoli VII a.C. – IV d.C.) edito da Carocci: come si è sviluppata la storia degli studi sulla produzione scrittoria antica?
Il libro nel mondo antico. Archeologia e storia (secoli VII a.C. - IV d.C.), Lucio Del CorsoLa possibilità di ricostruire questo aspetto essenziale della civiltà greca e romana ha risentito, per molti secoli, di un grave limite: la mancanza di attestazioni dirette.

La ‘riscoperta’ delle civiltà classiche cominciata a partire dall’Umanesimo si era accompagnata da subito alla nascita di un interesse sempre maggiore per le testimonianze concrete della cultura scritta antica: Ciriaco d’Ancona, un intellettuale, uomo politico e soprattutto appassionato d’antichità vissuto tra il 1391 e il 1452, intuì precocemente l’importanza di questo tipo di materiali e si dedicò, dunque, a trascrivere tutte le iscrizioni antiche che riuscì a individuare nel corso dei suoi viaggi attorno al bacino del Mediterraneo. La sua opera pionieristica può essere considerata, in qualche modo, come l’inizio dell’attenzione moderna per la produzione scrittoria antica. Ma Ciriaco, come gli altri umanisti, poteva disporre soltanto di epigrafi, incise o scolpite su materiali durevoli, di manoscritti copiati durante il medioevo, al limite di documenti in pergamena. Mancavano del tutto, invece, i libri veri e propri, per lo più fatti di papiro e in forma di rotolo, che autori come Cicerone o Plutarco descrivevano come oggetti familiari e per loro quotidiani. Reperti di questo tipo, semplicemente, risultavano del tutto scomparsi da archivi e biblioteche. Anche quando, secoli dopo, a partire dai primi decenni del ‘700, studiosi ed antiquari, sulla scia di quella fascinazione per l’antico culminata nell’esplosione del Neoclassicismo, avevano cominciato a redigere raccolte organiche dei materiali disponibili e ad articolare in trattati le conoscenze disponibili, i primi libri dei Greci e dei Romani continuavano ad essere avvolti da un cono d’ombra: la loro ricostruzione poteva basarsi solo sulla discussione di alcune fonti letterarie (principalmente un passo celebre di Plinio il Vecchio) e su testimonianze iconografiche.

Questa lacuna cominciò ad essere colmata solo a partire dalla fine del secolo, grazie a una serie di straordinarie scoperte. Le prime furono legate, in vario modo, all’Italia. Nel 1778 un alto prelato di Velletri, Stefano Borgia, segretario della congregazione Propaganda fide e destinato in breve ad ascendere al soglio cardinalizio, ricevette in dono da un mercante di ritorno dall’Egitto un rotolo di papiro, oggi noto come Charta Borgiana, dal nome del proprietario, e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La Charta, pubblicata dieci anni dopo dal filologo danese Nils Schow, conteneva un testo in greco: non un’opera letteraria, tuttavia, ma un lungo testo documentario, un elenco delle persone impegnate nella manutenzione delle dighe di Tebtynis, un villaggio dell’Arsinoite, l’odierno Fayum, in Egitto. Si trattava, ad ogni modo, del primo esempio concreto di quale fosse l’aspetto, la consistenza e l’organizzazione interna di un rotolo di papiro. L’arrivo della Charta era stato preceduto da un’altra scoperta archeologica, ancor più straordinaria ma rimasta per decenni quiescente: nel 1752 gli operai impegnati negli scavi di Ercolano portarono alla luce centinaia e centinaia di papiri carbonizzati, appartenenti alla biblioteca di una ricca domus patrizia. La loro pubblicazione, a partire dal 1793, consentì a intellettuali e eruditi di leggere nuovamente parti di trattati filosofici epicurei perduti da millenni, e di vedere finalmente quale fosse l’aspetto dei rotoli usati per contenere testi letterari. Ma furono soprattutto le esplorazioni e gli scavi archeologici effettuati in Egitto a partire dall’inizio del XIX secolo a consentire il recupero un’enorme quantità di libri e documenti greci e (in minor numero) latini, databili a partire dal primo ellenismo fino alle soglie del medioevo.

Questi ritrovamenti, oltre ad ampliare a dismisura il patrimonio testuale a nostra disposizione, hanno segnato una svolta negli studi sui supporti scrittori usati dai Greci e dai Romani. Prima delle scoperte papirologiche, semplicemente, era difficile anche immaginare come fossero fatti i libri che loro usavano.

Quali supporti librari usavano Greci e Romani?
A partire dall’età arcaica e fino alla tarda antichità, il supporto librario di riferimento, per i Greci, quello a cui erano destinati testi ‘importanti’ nella loro forma definitiva, era il rotolo di papiro, indicato con il termine biblos (o byblos: l’ortografia è oscillante), oppure con diminutivi dallo stesso significato, come biblion/byblion, biblidion/byblidion e così via.

Accanto al rotolo, per esigenze testuali (anche di tipo letterario) specifiche venivano utilizzati altri supporti. Il principale erano le tavolette cerate (in greco pinakes o deltoi). Come suggerisce il termine italiano usato per indicarle, si trattava di tavole di legno la cui superficie era incavata e ricoperta di una sostanza cerosa, su cui era possibile scrivere con uno stilo appuntito. Queste tavolette potevano essere riunite insieme, mediante laccetti o altri sistemi analoghi, per formare dittici (due tavolette) o polittici (più tavolette). Rispetto al rotolo, questo supporto offriva allo scrivente la possibilità di effettuare con facilità correzioni, rimaneggiamenti, cancellature. Per questo motivo, le tavolette erano impiegate soprattutto per testi in fieri, che per loro natura richiedevano di essere corretti e aggiornati, e non destinati ad essere custoditi per lunghi periodi in archivi o biblioteche: appunti, liste, ‘brutte copie’ o stesure provvisorie, persino esercizi scolastici. Non a caso, le tavolette, sin dall’età classica, erano uno degli emblemi che contraddistinguevano studenti e scene di scuola nelle arti figurative. Rotolo e tavolette, in sostanza, non erano alternativi ma complementari e svolgevano ruoli specifici all’interno di un sistema di produzione, fruizione e conservazione dei testi piuttosto articolato.

A Roma la situazione era analoga, ma con delle sfumature significative. In una prima fase i materiali scrittori impiegati per conservare forme articolate di testualità erano ancora più variegati rispetto al mondo greco: accanto all’onnipresente papiro e ai dittici di tipo greco venivano utilizzate, ad esempio, anche tavolette imbiancate o ricavate semplicemente da corteccia d’albero, su cui potevano essere annotati gli atti e le memorie delle attività svolte da magistrati o collegi sacerdotali; e sempre per scopi sacrali erano impiegati, inoltre, libri a soffietto, fatti di lino (libri lintei), di derivazione etrusca. L’adozione sistematica del rotolo di papiro per conservare le opere letterarie è una delle tante conseguenze della sempre maggiore ‘ellenizzazione’ delle pratiche letterarie romane, che già subito dopo la conquista della Magna Grecia divenne di fatto irreversibile.

A Roma, inoltre, era molto più comune, rispetto al mondo greco, l’impiego di pergamena o pelli conciate, riunite insieme in taccuini o fascicoletti, ricordati anche da Orazio o Quintiliano: oggetti librari che possiamo considerare il prototipo del codice.

Quando e come si diffuse l’uso del papiro come supporto scrittorio?
Nel 1981, durante scavi di emergenza a Daphni, un sobborgo di Atene, vennero scoperte due antiche sepolture, incredibilmente quasi intatte. In esse, al di là dei consueti reperti ceramici, si erano conservati anche oggetti in materiali normalmente soggetti ad usura e quindi raramente scoperti, anche in contesti funerari: strumenti musicali, un polittico di tavolette cerate e i resti, piuttosto esigui a dire il vero, di un rotolo di papiro. Le tombe si possono datare quasi certamente intorno al 430 a.C., agli inizi della Guerra del Peloponneso, e, a giudicare dal corredo, non appartenevano a individui particolarmente ricchi. Possiamo essere piuttosto certi, dunque, che nel corso del V secolo a.C., ad Atene, il papiro era già un supporto scrittorio diffuso anche al di fuori degli strati più alti della società. Tuttavia, è difficile precisare il momento esatto della sua introduzione nel mondo greco. Il rotolo di papiro era un prodotto tipicamente egiziano, e in Egitto era impiegato sin dagli inizi del III millennio a.C. Inoltre, questo supporto era usato anche dai Fenici, da cui i Greci avevano appreso la scrittura alfabetica. Alla base dell’arrivo del rotolo di papiro in Grecia intravediamo, dunque, un groviglio inestricabile di contatti interetnici e sovrapposizioni culturali, che affonda le sue radici in una dark age dai contorni indefiniti. A rigore, la sua introduzione potrebbe essere antica tanto quanto quella della scrittura alfabetica. Ma per chiarire queste dinamiche occorreranno molte altre riflessioni, e nuove, auspicabili scoperte.

Come si passava da un rotolo “commerciale” a un rotolo “librario”?
La prima fase di lavorazione dei rotoli di papiri prevedeva il ‘montaggio’ di fogli ricavati dalle fibre della pianta, mediante una serie di lavorazioni artigianali, in chartai, “rotoli commerciali”. Le chartai venivano rimaneggiate e ritagliate dagli acquirenti a seconda delle loro necessità. Per arrivare ad allestire un rotolo librario, specialmente uno dei rotoli eleganti che piacevano a poeti raffinati come Callimaco o Catullo, occorrevano molti altri passaggi: bisognava smussare le asperità della superficie scrittoria, uniformare i margini, soprattutto pianificare il lavoro di copia, che era la parte più lunga e delicata, e spesso veniva portata avanti da un solo scriba, preoccupato di rendere il layout il più omogeneo possibile.

Quali erano formati e standard editoriali del rotolo di papiro?
Bisogna partire da un presupposto: i formati e gli standard editoriali del rotolo di papiro riflettevano non tanto dei limiti ‘tecnologici’, intrinseci al materiale usato, ma erano strettamente legati alle caratteristiche del sistema comunicativo entro cui la realizzazione del libro avveniva. Per schematizzare, nella fase più antica della produzione letteraria greca (e romana), quando a dettare le modalità di fruizione delle opere letterarie era un sistema ben codificato di occasioni che incideva necessariamente anche sulla lunghezza dei testi, i libri avevano formati molto variabili. È solo a partire dall’età ellenistica più avanzata, quando questo paradigma si evolve e la lettura non si identifica più soltanto con la performance, che non soltanto assistiamo alla nascita di standard librari veri e propri, ma possiamo notare anche che questi standard finiscono persino con l’influenzare le pratiche compositive. La forma del libro, in altri termini, viene a condizionare le caratteristiche dell’opera letteraria.

Provando, ad ogni modo, a trasferire tutto questo su un piano concreto, per l’età ellenistica, sulla base dei dati disponibili, i rotoli avevano un’altezza oscillante tra i 13 e i 35 cm, con una propensione per i formati mediani (17-22 cm); la lunghezza, invece, era molto fluida: alcuni rotoli erano lunghi 3-4 metri, altri potevano arrivare a diverse decine.

Nei secoli successivi i formati tendono a diventare più stabili. I rotoli provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, ad esempio, oscillano tra 19-20 e 23-24 cm, con una prevalenza del valore ‘medio’ di 21-22 cm; la loro lunghezza complessiva si aggira tra i 10 e 15 metri, così da offrire al lettore libri maneggiabili senza troppe difficoltà. Esistevano naturalmente formati diversi: anche ad Ercolano alcuni rotoli superavano i 20 metri di lunghezza. Ma la tendenza degli scribi era quella di ridurre i rotoli di dimensioni troppo eccessive, se possibile, suddividendo l’opera che contenevano in due tomi.

Questa tendenza è confermata, per l’età romana, anche dai rotoli provenienti dall’Egitto, tra cui in particolare quelli da Ossirinco.

C’erano ovviamente molte altre caratteristiche da considerare, come in particolare la larghezza delle colonne (specialmente per i testi in prosa) e le dimensioni dei margini. Ad esempio, nella prima età imperiale il modello librario più diffuso prevedeva colonne larghe circa cm 5,5-6,5, ma nel III e IV secolo sembra diffondersi una propensione per formati più grandi (cm 6,5-7,5, con punte superiori a 10 cm). Ricostruire il senso storico-culturale di queste evoluzioni, ad ogni modo, è uno studio ancora in gran parte da intraprendere.

Com’erano organizzati testo e paratesto nei rotoli letterari?
I libri antichi, per molti secoli, erano oggetti non agevoli a maneggiarsi e difficili a leggersi. Nei rotoli greci, ad esempio, il testo era suddiviso su più colonne, di ampiezza variabile, come si è detto; le parole non erano separate tra di loro (scriptio continua), la punteggiatura era molto limitata, spiriti e accenti, al di là di alcuni esemplari di insegnanti o studenti avanzati, erano aggiunti in modo assai limitato. Per separare ‘blocchi’ contenutisticamente omogenei si utilizzavano pochi accorgimenti, come la paragraphos, un trattino orizzontale al margine della colonna, oppure, per sezioni più ampie, la coronide, che a volte poteva avere anche forme elaborate, come quelle di un ibis stilizzato.

Anche capire cosa c’era dentro poteva richiedere una certa attenzione. Il titolo era apposto per lo più alla fine, assieme al nome dell’autore e talvolta al numero complessivo delle righe (stichoi) di cui l’opera constava. A volte si poteva ovviare a questo problema con un’etichetta di papiro o pergamena ‘incollata’ sul rotolo, il sillybon (o sillybos: in questo caso, l’ortografia della parola è dibattuta).

Quale evoluzione caratterizzò il mercato librario in epoca romana?
Qui però, per rispondere, bisognerebbe tratteggiare un affresco articolato e dai colori molto accesi. L’età imperiale coincide, per noi, con il momento in cui si concentra la quantità più grande di notizie letterarie, testimonianze iconografiche, soprattutto resti concreti di libri, provenienti in larghissima misura dall’Egitto ma non solo. È il periodo in cui a Roma vengono concentrate raccolte librarie sterminate, provenienti dalla Grecia e da tutto l’Oriente, come conseguenza di una rapida e ininterrotta serie di conquiste. Galeno da solo – come sappiamo bene dal De indolentia, una sua opera recuperata solo di recente grazie a un manoscritto dell’Athos – aveva raccolto, grazie ad acquisti e donazioni, un numero impressionante di libri, tra cui figuravano rarità editoriali al cui pensiero qualsiasi filologo odierno non può che essere stordito (i poemi omerici curati da Aristarco! l’edizione di Platone rivista da Panezio!). La bibliofilia degli eruditi procede di pari passo con la trasformazione del volumen (il nome latino per indicare il rotolo letterario) da strumento per la conservazione dei testi a vero e proprio status symbol, e della biblioteca da luogo di studio ad ambiente di rappresentanza. Ma queste raccolte di tesori letterari erano estremamente fragili. Le catastrofi naturali, gli incendi che tanto comuni erano nelle città antiche potevano vanificare in un attimo sforzi decennali (come constatò amaramente anche Galeno, i cui libri andarono in fumo, in buona parte, in un incendio scoppiato a Roma nel 192). E al di là di questo, come sempre nella storia, raccolte di libri concepite solo a scopo di ostentazione, per quanto ospitate in stanze sontuose, e prive di lettori veri e propri erano destinate, una volta scomparso il loro fondatore, a soccombere agli attacchi del tempo e delle muffe, senza lasciare traccia dei grandi autori contenuti tra le loro pieghe.

Come avvenne il passaggio dal rotolo al codice?
All’affresco cui accennavo sopra, in questo caso, dovremmo aggiungere parecchi metri… Il codice, l’antenato diretto del libro che usiamo ancora oggi, si avviò a diventare il supporto librario ‘dominante’ a partire dal IV secolo: in questo periodo, almeno, la documentazione papirologica consente di visualizzarne il ‘sorpasso’ rispetto al rotolo. Nei secoli immediatamente successivi, la quantità di rotoli utilizzati per i testi letterari divenne sempre più esigua, fino a diventare sostanzialmente trascurabile e residuale già nel VI. In una prima fase, i fogli di cui il codice constava potevano essere sia di papiro sia di pergamena, ma con il passare dei secoli quest’ultima divenne preponderante fino a imporsi come il materiale scrittorio principale.

Le cause di questo passaggio epocale sono ancora molto discusse. Troppo spesso si è insistito soprattutto su una componente, per così dire, tecnologica: in questa prospettiva, il codice si sarebbe imposto in quanto più maneggevole, più capiente, più resistente. Ma la realtà è molto più complessa.

I primi codici, spesso rilegati con pesanti ‘copertine’ di legno, non dovevano essere particolarmente più maneggevoli dei rotoli, e anche la quantità di testo che contenevano non era necessariamente maggiore. Soprattutto, il codice non è un’invenzione tardoantica. Come abbiamo visto, i Romani impiegavano già in età repubblicana, per una pluralità di esigenze scrittorie, taccuini o brogliacci di pergamena, e già Marziale descrive codici di una certa eleganza contenenti le opere di autori importanti. Il punto, allora, non è ricostruire la genesi puntuali di una ‘invenzione’, ma comprendere le evoluzioni nel sistema comunicativo che hanno fatto propendere per la ‘promozione’ a una funzione più complessa di un supporto che già esisteva. Da questo punto di vista, dobbiamo prendere in considerazione la convergenza di più fattori, di natura sociale e culturale.

La diffusione del Cristianesimo ebbe sicuramente un ruolo importante. Le prime copie dei Vangeli circolarono già in forma di codice, e nel codice le prime comunità cristiane avevano trovato il loro supporto librario di riferimento. Parallelamente, in età tardoantica assistiamo a una forma di vera e propria ‘democratizzazione della cultura’, per riprendere una celebre formula di Santo Mazzarino: la cooptazione, nella gestione dei meccanismi amministrativi, di una parte sempre più larga dei ceti urbani medi o abbienti aveva determinato anche un incremento della richiesta di opere di carattere tecnico, strumentali all’apprendimento di materie particolari, destinate a individui chiamati a servirsi della scrittura per lo svolgimento delle proprie mansioni ma dotati di un curriculum di studi parziale. Un simile processo contribuì a determinare lo scardinamento di convenzioni culturali che aveva nel ‘sistema del rotolo’ il suo corrispettivo. Il codice ‘romano’, in questo nuovo mondo, era un supporto migliore rispetto alla biblos cara a Callimaco.

Lucio Del Corso insegna Papirologia presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. È stato Research Associate e Visting Academic del Center for the Study of Ancient Documents, Oxford University e Fellow del Seeger Center for Hellenic Studies, Princeton University. Ha partecipato a scavi archeologici in Libia, Egitto e Giordania, ed è membro della missione ad Antinoupolis (El Sheikh ‘Abadah) dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli”. È autore del volume La lettura nel mondo ellenistico (Roma-Bari, 2005) e di saggi e articoli scientifici.

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