“Il libro dei libri. Una storia della Bibbia” di John Barton

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Il libro dei libri. Una storia della Bibbia, John BartonIl libro dei libri. Una storia della Bibbia
di John Barton
Garzanti

«Questo libro racconta la storia della Bibbia dai suoi remoti inizi nel folklore e nel mito arrivando fino alla sua ricezione e interpretazione contemporanea. Ne illustra genesi, trasmissione e diffusione, mostrando come essa sarebbe stata letta e utilizzata dall’antichità a oggi, nelle sue lingue originali e in traduzione. Auspico in questo modo di riuscire inoltre a fugare l’immagine della Bibbia come un monolite sacro conservato tra due copertine di pelle nera per rivelarne invece la vera natura – quella di un prodotto di un processo lungo e affascinante – ed esporre la straordinaria molteplicità di modi in cui essa è stata letta nel corso dei secoli. Ma ciò che soprattutto mi preme illustrare è la complessità del passaggio dalla Bibbia alla fede religiosa. Né l’ebraismo né il cristianesimo, che riconoscono negli scritti biblici il proprio fondamento, possono essere infatti ricondotti completamente alla Bibbia, che anzi contiene molti elementi problematici per entrambi: non soltanto episodi moralmente opinabili come lo sterminio divino di individui innocenti nelle storie della conquista israelita della Terra Promessa, ma anche tutta una varietà di generi letterari (prosa narrativa, oracoli profetici, poesia), molti dei quali non riconducibili a definizioni dottrinali, e un’ambientazione in culture antiche le cui usanze e costumi oggi non sono più per noi condivisibili. Al contempo, vorrei dimostrare anche come la Bibbia sia un’importante fonte di idee religiose, a patto che venga letta nel suo contesto originario e sullo sfondo delle condizioni dominanti al momento della sua stesura.

La storia della composizione degli scritti biblici non può inoltre prescindere da un po’ di preistoria, poiché pochissimi di essi, se non nessuno, furono redatti da un unico autore: essi sono nella maggior parte prodotti compositi, alcuni dei quali dipendenti da altri, tanto che in alcuni libri più recenti è osservabile un processo di ricezione di quelli più antichi. Di conseguenza, la Bibbia è già in sé stessa testimone di un dialogo fra autori e trasmettitori della tradizione, e in diversi suoi scritti compaiono interpretazioni di molti altri che la compongono. In generale, il Nuovo Testamento interpreta sovente l’Antico, i cui libri, nel mondo che ne vide la composizione, erano già quasi tutti considerati «Sacra Scrittura» […]. Fino a che punto l’Antico Testamento possa essere un testo autorevole per i cristiani e, nel caso in cui debba essere considerato come tale, in che modo debba essere letto accanto alle nuove idee introdotte da Gesù, Paolo e altri, è da sempre uno dei temi principali della teologia cristiana. In 2 Timoteo 3,16 si definisce l’Antico Testamento «ispirato da Dio» (letteralmente «alito di Dio»), idea che i cristiani avrebbero esteso anche a tutti gli scritti neotestamentari. Non è tuttavia chiaro come questo influisca sul modo in cui opera concretamente la Bibbia o sul tipo di autorità che essa esercita sui credenti. Definire la Bibbia «ispirata» significa assegnare a Dio un ruolo nella sua creazione, anche se poi, concretamente, di rado è spiegato come questo sia accaduto.

Un altro dei miei scopi è presentare lo status quaestionis degli studi biblici. In epoca contemporanea, la Bibbia è stata sottoposta ad analisi minuziose e le numerosissime teorie sulle sue origini, significato e stato formano un vero e proprio oceano in cui il lettore non specialista rischia di naufragare. Ho deciso pertanto di esporre le teorie condivise, quando esistenti, discutere le ipotesi più probabili su aspetti e argomenti ancora dibattuti e segnalare le aree dove sono necessarie ulteriori ricerche.

Accanto a questi contenuti di tipo più «descrittivo», proporrò anche la tesi che la Bibbia non è «collegata» direttamente alla fede e alla prassi religiosa, sia ebraica sia cristiana. Sebbene essa – se considerata come una raccolta di testi religiosi – sia per molte ragioni insostituibile, il cristianesimo non è in sé e per sé una religione scritturale, fondata su un unico libro venerato come sacro. Allo stesso modo, pur venerando la Bibbia, anche l’ebraismo non si fonda su di essa tanto quanto comunemente si ritiene. Rispetto all’islam, al quale sotto certi aspetti è possibile guardare come esempio ideale di «religione del libro», ebraismo e cristianesimo mantengono una distanza maggiore dal loro testo sacro fondamentale. La Bibbia non è affatto un credo né una «confessione» alla stregua delle grandi confessioni protestanti: quella di Augusta per i luterani e quella di Westminster per alcuni calvinisti. È una mêlée di materiali, pochi dei quali affrontano direttamente la questione di ciò che dev’essere materia di fede. La storia della Bibbia è quindi la storia dell’interazione fra libro e religione, in cui né l’uno né l’altra sono perfettamente sovrapponibili.

Esistono correnti del cristianesimo che sostengono di essere puramente «bibliche» (cosa che non avviene per nessuna forma di ebraismo), ma la verità è che le strutture e i contenuti del credo cristiano, anche fra i fedeli che ritengono che la loro fede sia perfettamente radicata nella Bibbia, sono organizzati e articolati in modo diverso dai contenuti scritturali. È un fenomeno facilmente osservabile nel fondamentalismo cristiano, che, pur idolatrando la Bibbia, nella maggior parte dei casi la comprende malamente. I fondamentalisti venerano una Bibbia che in realtà non esiste, un testo perfetto che riflette in toto ciò in cui essi credono. La storia della Bibbia che sto per raccontare (nel bene e nel male) risulterà sicuramente sconcertante per quanti la idealizzano, ma dimostrerà anche come essa non sia né possa essere l’unico fondamento né dell’ebraismo né del cristianesimo. Fornirò inoltre argomenti a sostegno del metodo di indagine critica adottato dai biblisti contemporanei, i quali studiano la Bibbia senza presupporre che qualsiasi cosa essa dica debba considerarsi veritiera in virtù di una sua presunta autorevolezza.

In realtà, non esistono versioni del cristianesimo o dell’ebraismo che corrispondano punto per punto ai contenuti biblici, che sovente non coincidono con le interpretazioni o le letture che di essi sono state date. Nel cristianesimo, per esempio, vi sono dottrine assolutamente centrali, come quella della Trinità, che sono quasi completamente assenti dal Nuovo Testamento; al contrario, esistono negli scritti neotestamentari alcuni concetti fondamentali, come la dottrina paolina della «salvezza per grazia attraverso la fede», che non sarebbero stati accolti dall’ortodossia ufficiale almeno fino all’epoca della Riforma e che ancora oggi non compaiono nelle professioni di fede. Allo stesso modo, le prassi e le tradizioni religiose dell’ebraismo ortodosso non dipendono esclusivamente da quanto contenuto nel testo biblico. Per esempio, il divieto di consumare carne e latticini durante uno stesso pasto e tutto ciò che da questo precetto deriva in termini di organizzazione delle cucine per evitare che i due alimenti entrino accidentalmente in contatto dipende da Esodo 23,19 («Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre») ma supera la prescrizione letterale del testo, com’è generalmente riconosciuto anche in seno all’ebraismo.

La Bibbia è di importanza fondamentale sia per l’ebraismo sia per il cristianesimo, ma non come un testo sacro dalla cui lettura si possano in qualche modo ricavare interi sistemi religiosi. I suoi contenuti illuminano le origini del cristianesimo e dell’ebraismo, fornendo tematiche spirituali a cui entrambe le fedi possono attingere senza tuttavia vincolare le generazioni future come farebbe invece una costituzione scritta. E questo perché, molto semplicemente, essi non sono una costituzione scritta, bensì una raccolta di opere, modellata e plasmata dalle due religioni in vari momenti della loro storia, cui le successive generazioni di fedeli si impegnano a rispondere in modo positivo ma anche critico. Attribuire un’autorevolezza religiosa a un certo documento significa forzare il significato del termine «autorità», una pratica accettabile soltanto ideando metodi esegetici propri, differenti da quelli applicati ad altre opere letterarie.

Avere come testo sacro una raccolta di documenti ascrivibili a generi diversi – perlopiù opere a carattere narrativo, aforistico, poetico ed epistolare – introduce nel cristianesimo un elemento di profonda complessità. Il cattolicesimo, che pure ammette altre fonti di autorità oltre alla Bibbia, assegna comunque a quest’ultima una sorta di superiorità ultima; i protestanti hanno elaborato teorie secondo le quali tutti gli elementi fondamentali della religione sono già in qualche modo presenti nella Bibbia e alcuni hanno addirittura sostenuto che nulla può essere fatto o creduto che la Bibbia non sancisca esplicitamente. A mio parere, ciò significa far violenza a questi testi, che, pur profondamente importanti per la fede cristiana, non sono tuttavia in grado di sostenere il peso che talvolta viene caricato su di essi. L’ebraismo ha un approccio più sfumato: pur venerando la Bibbia tanto quanto molti cristiani, non pretende che ogni aspetto della prassi religiosa derivi da essa, ammettendo e riconoscendo sviluppi in nuove direzioni. Esso possiede pertanto un libro sacro e un insieme di credenze e pratiche religiose, due elementi che, pur intesi come coerenti l’uno rispetto all’altro, non sono esattamente correlati. Lo stesso modello potrebbe aiutarci a inquadrare anche il cristianesimo, di contro alla convinzione diffusa nel mondo protestante che dottrina e prassi religiosa derivino direttamente dalla Bibbia. Separando Bibbia e religione, diventerebbe possibile, in linea di principio, leggere gli scritti biblici nel loro contesto ed elaborare una prassi di fede che non sia totalmente vincolata al loro contenuto. Quello fra testo biblico e religione è un rapporto che ha bisogno di essere continuamente rinegoziato.»

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