Dott.ssa Rosita Di Peri, Lei è autrice del libro Il Libano contemporaneo. Storia, politica, società edito da Carocci: qual è la situazione politica attuale del Libano?
Il Libano contemporaneo. Storia, politica, società, Rosita Di PeriIl Libano sta attraversando un periodo complesso ma questa non è certo una novità nella storia politica di questo paese. Dopo un momento di vuoto politico, che è partito nel maggio del 2014 con lo scadere del mandato del Presidente della Repubblica Michel Suleiman, la fine del 2016 è stata caratterizzata da un accordo tra i leader politici dei principali partiti libanesi sul nome del nuovo Presidente. La scelta è ricaduta sul “generale” Michel Aoun. Figura controversa, protagonista attivo nella guerra civile libanese, Aoun rappresenta un ritorno del passato ed evidenzia le difficoltà presenti in Libano nel sostituire figure che per troppo tempo hanno calcato la scena politica.
L’elezione di Aoun e la successiva nomina a premier del sunnita Saad Hariri, figlio di Rafiq, assassinato il 14 febbraio del 2005, è avvenuta in un contesto caratterizzato da una serie di problemi politici e socio-economici rilevanti. Innanzitutto l’arrivo, sempre più cospicuo di rifugiati siriani sul territorio libanese a partire dallo scoppio della guerra in questo paese nel 2011. La presenza dei rifugiati siriani nel paese dei Cedri ha messo a dura prova la tenuta del sistema politico che, almeno inizialmente, ha assunto una posizione di attesa che si è esplicitata nella politica del no-camp ossia nella volontà di non permettere la costruzione di campi profughi ufficiali e regolamentati, così come è invece avvenuto per il caso dei profughi palestinesi presenti nel paese dal 1948. In secondo luogo, le élites politiche libanesi sono state messe a dura prova da una serie di problemi legati alla fornitura di servizi alla cittadinanza. In particolare la questione dei rifiuti che è deflagrata in tutto il paese nell’estate del 2015 quando, il raggiungimento del limite massimo di capienza nella discarica di Na‘ameh nello Chouf, aveva esasperato gli abitanti della zona che cominciarono a protestare per gli effetti nefasti di una cattiva gestione. Negli stessi mesi, inoltre, il governo non aveva rinnovato il contratto con la ditta privata (Saaklen) che raccoglieva i rifiuti e assicurava la pulizia delle strade nell’area della grande Beirut e del Monte Libano. Nell’estate del 2015 pile di spazzatura si sono accumulate in tutto il paese, dando vita ad una situazione di emergenza senza precedenti. Infine va menzionata la sfida posta dall’emersione di frange radicali nell’area sunnita che, sempre di più a partire dal 2011, hanno contribuito a rafforzare la polarizzazione delle posizioni confessionali nello spettro politico.
Ciononostante il Libano sembra reggere alle pressioni interne e regionali. Questa resilienza del “sistema Libano” credo sia l’elemento più interessante quando si guarda alla odierna situazione del paese dei cedri.

Quali vicende hanno portato all’indipendenza del Libano?
Non è certo possibile riassumere in poche righe le vicende che portarono all’indipendenza del Libano. Un primo elemento che è possibile sottolineare, se compariamo il processo di indipendenza libanese a quello di altri paesi della regione, è che questo si presenta come un processo avvenuto senza spargimento di sangue. La potenza mandataria francese in qualche modo facilitò la creazione di istituti autonomi in Libano sia attraverso la concessione della costituzione del 1926, sia tramite il sostegno, piò o meno evidente ai “cristiani del levante”. Tuttavia questo sostegno non fu senza conseguenze perché contribuì al radicamento del sistema confessionale/comunitario che, soprattutto a partire dal 1920, data di creazione dell’entità conosciuta come Grande Libano, cominciò ad affermarsi come modalità di gestione degli affari politici e sociali libanesi. Sebbene il cosiddetto processo di istituzionalizzazione delle comunità in Libano abbia radici più lontane, le pressioni francesi ebbero un ruolo importante nell’indirizzarlo. La separazione delle cariche pubbliche e delle più alte cariche dello stato in maniera proporzionale a seconda del peso delle diverse comunità, la cosiddetta “power-sharing formula” fu influenzata, infatti, dalla potenza mandataria. Oltre all’influenza francese, un elemento importante che spinse verso l’indipendenza fu anche la consapevolezza emersa nel corso degli anni ’30 del secolo scorso tra le principali comunità dell’epoca, quella cristiano-maronita e quella musulmano-sunnita, di rinunciare alle rispettive prerogative e visioni sul Libano (un Libano cristiano sotto protettorato francese e un Libano parte di un progetto di grande Siria) in vista della costruzione di un Libano unitario, indipendente e aperto a tutti i libanesi e a tutte le comunità.

Quali vicende hanno caratterizzato la guerra civile in Libano?
Varie sono le cause che hanno condotto all’esplosione della guerra civile. Certamente vi sono cause legate agli assetti regionali e internazionali. Pur riconoscendone la rilevanza, nel libro, tuttavia, mi concentro sulle cause interne che riporto di seguito brevemente.
Innanzitutto un peggioramento della situazione economica alla vigilia dello scoppio della guerra civile (1975). All’inizio degli anni settanta, il paese soffriva per una incapacità complessiva di rinnovamento in diversi settori, sia per quanto concerne le infrastrutture (l’assenza dell’intervento statale e la presenza di impianti fatiscenti non facilitarono i commerci e portarono a gravi conseguenze come, ad esempio, la congestione e il blocco del porto di Beirut nel 1972) sia per quanto concerne la riforma di settori cruciali come quello agricolo dove, all’epoca, era ancora impiegato il 40% della forza lavoro libanese. I nuovi indirizzi di politica economica del presidente Frangié causarono un deterioramento delle condizioni complessive, provocando un calo consistente degli investimenti per l’industria nazionale e una sempre maggiore importazione di beni dall’estero, soprattutto beni di lusso, ma anche alimentari. In breve tempo questo stato di cose provocò un aumento dei prezzi dei beni importati, che alimentò proteste generalizzate e scioperi in tutto il paese.
Un secondo elemento importante che richiamo nel libro è la questione della nascita delle milizie comunitarie e della loro militarizzazione. Le milizie si ersero come protettori delle rispettive comunità a fronte di uno stato debole che si rivelava incapace di difendere i loro interessi. Strettamente collegato a questo punto è quello relativo alla crescita demografica e politica della comunità sciita che avrà poi un ruolo cruciale nella guerra civile a anche nel Libano post Taif (gli accordi di Taif del 1989 posero fine alla lunga e sanguinosa guerra civile).
L’ascesa delle milizie è collegata al terzo elemento che richiamo nel volume, ossia la debolezza dell’esercito libanese. Diviso lungo linee confessionali, l’esercito fu incapace di imporsi come attore strategico in grado di arginare la deriva violenta che le milizie stavano portando all’interno del paese.

Infine la presenza della resistenza palestinese che, a partire dal 1948 e poi con maggior forza dal 1967, costituì in Libano una sorta di “stato nello stato” con margini di manovra, anche militari, sempre più ampi (soprattutto dopo la firma degli accordi del Cairo del 1969) che portarono le milizie palestinesi a scontri sempre più rilevanti non solo con lo stato di Israele ma anche con le altre milizie presenti in Libano.
Gli storici concordano sul fatto che la guerra civile abbia sostanzialmente attraversato due fasi: una caratterizzata da scontri che si sono verificati tra le milizie all’interno del paese; una seconda fase, invece, che ha visto l’internazionalizzazione del conflitto con l’intervento della Siria prima e la comparsa di Israele poi. Il fatto che la guerra civile libanese si sia intrecciata con la presenza dei palestinesi, epifenomeno del più ampio conflitto arabo-israeliano, ha contributo certamente sia alla durata del conflitto, sia alla sua regionalizzazione e internazionalizzazione. La guerra civile è stata cruenta e violenta ed ha lasciato profonde fratture nelle coscienze dei libanesi. I massacri, le torture, i fenomeni di pulizia etnica, i massicci spostamenti di popolazione, la distruzione totale di un paese, hanno prodotto un sentimento di rigetto del passato e un’attenzione ossessiva al presente, con un impatto profondo, dunque, anche sulla memoria collettiva. Il fatto, poi, che in Libano non si sia mai realizzato un processo di riconciliazione nazionale e che i leader delle milizie che tanto hanno contribuito allo spargimento di sangue e alla violenza durante il conflitto, si siano riciclati come attori politici di rilievo, ha esasperato il senso di impotenza e di frustrazione dei libanesi.

Come si è articolata la ricostruzione e cosa ha significato per il Libano l’assassinio di Rafiq Hariri?
La ricostruzione è stato un processo che ha coinvolto i paesi limitrofi, soprattutto la Siria ma anche l’Arabia Saudita che hanno versato fondi cospicui. Nel processo di ricostruzione un ruolo cruciale è stato svolto dal magnate libanese, fortemente sostenuto dai sauditi, Rafiq Hariri, attraverso la sua compagnia, SOLIDERE. Hariri, divenuto poi primo ministro nel corso degli anni ’90 e assassinato nel 2005, è stata una figura assai controversa nel panorama politico libanese. Se, da un lato, è stato quasi deificato per aver fatto uscire il paese dalle macerie della guerra civile, dall’altro lato i suoi investimenti sfrontati, la sua noncuranza del passato, nonché l’utilizzo del Libano come suo feudo, sono stati fortemente criticati. Hariri non ha esitato ad utilizzare il Libano per il proprio accreditamento personale, sia a livello politico, sia economico. Egli, tuttavia, non è stato in grado di ricostruire il paese avendo in mente una strategia di lungo periodo che potesse aiutare il Libano a calmierare il debito pubblico, a creare un sistema produttivo, specialmente industriale, competitivo a livello regionale e internazionale, a smorzare le derive di un sistema confessionale che gli accordi di Taif avevano largamente riconfermato, ad evitare un ulteriore rafforzamento in chiave neoliberista della bancarizzazione e della finanziarizzazione. L’aumento delle diseguaglianze a livello sociale, la polarizzazione delle posizioni confessionali nello spettro politico, la crescita del tasso di povertà e l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri sono conseguenze di questa mancata strategia di cui il paese risente ancora oggi.
Certamente l’assassinio di Hariri ha provocato una battuta d’arresto in tale strategia ed ha avuto come conseguenza principale la marginalizzazione della comunità sunnita anche per il peso assunto negli anni da un altro attore politico, Hezbollah. Nato ufficialmente nel 1985 il “Partito di Dio” ha giocato vieppiù un ruolo cruciale nella scena politica libanese divenendo il primo partito politico nel paese dopo la sua decisione di partecipare alle elezioni dopo la fine della guerra civile. Attualmente Hezbollah ha stretto un accordo politico con il partito del Presidente della Repubblica Michel Aoun, il Free Patriotic Movement ed ha un peso fondamentale in Parlamento e nel governo.

Come si articola il comunitarismo di stampo confessionale libanese?
Si tratta della base dell’organizzazione politica e sociale del Libano. È un sistema che, sostanzialmente, prevede la ripartizione delle cariche istituzionali e pubbliche a seconda del peso demografico, politico e sociale delle 18 comunità di cui il Libano si compone. Il sistema fu istituzionalizzato dal Patto Nazionale del 1943, un accordo non scritto che sanciva una comune strategia tra le comunità allora più rilevanti, quella cristiano maronita e quella musulmana sunnita. Il sistema consociativo prevede che alla comunità maronita spetti la Presidenza della Repubblica, a quella sunnita la Presidenza del Consiglio e a quella sciita la Presidenza del Parlamento. Il sistema prevede, altresì, un’analoga suddivisione proporzionale delle cariche nella pubblica amministrazione.

Il Libano tornerà mai ad essere la Svizzera del Medio Oriente?
Se con questo intende un sistema caratterizzato da una bancarizzazione e finanziarizzazione selvaggia le posso rispondere che, malauguratamente il Libano non ha mai cessato di esserlo. Se, invece, lei intende, come questa espressione inizialmente indicava, un paese caratterizzato da un connubio di acqua e montagne, dove la natura rigogliosa la fa da padrona, me lo auguro vivamente.