Il latino lingua immortale. Perché è più vivo che maidi Vittorio Feltri
Mondadori
«Non ditemi che il latino è morto, l’idea non mi piace e non la condivido, perciò diserterò qualsiasi funerale. Non si può dare della lingua morta a un capolavoro di logica, di sintesi e di musica come il latino. Del resto, abbiamo visto quanto ancora sia presente nelle nostre vite, nei nostri dialoghi, nella nostra esigenza quotidiana di esprimere un concetto.
Il dibattito dura da tanto, e capisco che da una prospettiva strettamente linguistica il latino possa essere considerato una lingua morta, anzi estinta, come più tecnicamente dicono i linguisti. Ma so anche che la questione resta aperta e che molti studiosi contestano questa dichiarazione tassativa di decesso.
Nella mia testa «lingua morta», piuttosto che il latino, il greco e il copto, sono tutte le sciocchezze che in passato abbiamo sostenuto, e mi riferisco a quegli argomenti che abbiamo usato, magari anche con forza, e a proposito dei quali abbiamo poi per fortuna totalmente cambiato idea. Lasciamole stare dove sono, le lingue vere, le lingue che ci hanno regalato letteratura e poesia meravigliosa, e che ancora oggi sono in grado di insegnarci la vita. […]
Dunque, duemila anni fa il latino si parlava in un’area estesissima del mondo, almeno del mondo conosciuto dagli europei, era l’idioma più diffuso nel continente e in un’ampia parte del Medio Oriente. Nessuna lingua nella storia d’Europa da tremila anni a questa parte è mai stata altrettanto dominante e altrettanto unificante. Via via che Roma imperiale allargava i suoi confini, il latino accresceva il numero dei suoi parlanti, nel giro di pochi secoli tuttavia la superiorità militare di Roma sparì, i confini non si allargavano più, anzi iniziarono a restringersi. E al latino cosa accade? Da questo punto in avanti che destino ha? […]
Un linguista che mi dicono autorevolissimo, tale professor Tim Pulju del Dartmouth College del New Hampshire, ha sul tema una posizione precisa, e per quel che mi riguarda anche molto attraente. Lui dice che in realtà il latino non è mai morto, che è vivissimo e lotta con noi, e oggi gode di salute discreta. Se non lo riconosciamo per come era, per come lo abbiamo studiato, per come lo abbiamo letto sui sacri testi di Virgilio e di Cicerone, è solo perché i secoli lo hanno trasformato, e dunque frattanto ha avuto il tempo per diventare qualcos’altro, qualcosa di abbastanza diverso. […]
Ciò che oggi chiamiamo latino volgare l’abbiamo usato per secoli nella lingua di tutti i giorni, soprattutto in quelle aree che dal punto di vista linguistico sono poi state definite «romanze», quindi l’Italia, la Spagna, la Francia. Solo che è cambiato, si è ininterrottamente modificato, come accade a qualsiasi organismo vivente, proprio com’è una lingua. E da latino volgare, una volta che la mutazione è diventata rilevante, tanto da farlo apparire a un certo punto qualcosa di diverso, siamo arrivati alle lingue romanze. […]
Non ho mai smesso di adorarlo, al di là dei motivi strettamente personali, anche grazie alle sue strutture grammaticale e sintattica, che a me sembrano impeccabili dal punto di vista logico. Ho letto recentemente che, mentre noi siamo fermi a «latino nelle scuole sì» e «latino nelle scuole no», ci sono paesi all’estero in cui molte aziende apprezzano che nel curriculum di chi cerca lavoro ci sia la conoscenza del latino, e questo ha moltiplicato il successo di corsi e docenti che lo insegnano. Il motivo è che un buon traduttore di testi è solitamente un eccellente risolutore di problemi in tempi rapidi, che ha acquisito la capacità di tenere sotto controllo informazioni complesse. […]
E poi c’è la considerazione di gran lunga più usata, ma secondo me sempre valida: conoscere il latino consente di giungere a un livello superiore di approfondimento della lingua italiana. Non solo per la possibilità di risalire all’origine delle parole che usiamo, le quali diventano inevitabilmente più comprensibili e dunque più maneggevoli e sicure, ma anche perché procura una visione più chiara della costruzione sintattica dell’intero discorso, e questo vuol dire miglior ordine dei pensieri e perciò migliore organizzazione delle frasi.
E in ogni caso si sottovaluta spesso il valore letterario e filosofico delle grandi opere della latinità. Saper leggere in versione originale la poesia di Virgilio, il pensiero di Lucrezio e Seneca, le elegie di Tibullo, le satire di Orazio e di Giovenale, i versi di Catullo e Properzio, le cronache di Cesare e di Tacito è un privilegio al quale sa rinunciare solo chi non l’ha mai assaporato.»




