“Il Grande libro del ghiaccio” di Enrico Camanni

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Il Grande libro del ghiaccio, Enrico CamanniEnrico Camanni, Lei è autore del libro Il Grande libro del ghiaccio edito da Laterza: quale importanza riveste, per il paesaggio e l’ecosistema terrestre, questo elemento?
Il racconto oscilla tra il gigantesco e il microscopico, dalle immense terre boreali ai minuscoli cristalli di neve. La qualità e la varietà non dipendono dalla dimensione dell’oggetto ma dalla temperatura e dall’umidità che lo generano. Le figure e le trasparenze della materia congelata, le fantasie, i colori, perfino i suoni, sono presenti sia nelle sconfinate lande polari sia nelle micro formazioni architettate dal gelo, che in natura si manifesta in forma di ghiaccio, neve, brina, galaverna, gelicidio e calabrosa. A ogni variante corrisponde una gamma di paesaggi diversi in base alla temperatura e all’umidità, ma anche all’insolazione, alla latitudine, all’influenza del vento e, non ultima, all’azione dell’uomo.

I “ghiacciai locali” come quelli alpini e himalayani rappresentano meno dell’uno per cento della copertura glaciale terrestre, mentre il restante novantanove per cento appartiene alle grandi estensioni polari e groenlandesi. La sola Antartide è più grande dell’Europa e degli Stati Uniti d’America e ha una gelida corazza, la piattaforma antartica, con uno spessore medio di 1600 metri. Ai margini delle calotte centrali si sviluppano le lingue di ghiaccio alimentate dai fiumi gelati. Il continente contiene un’immensa riserva d’acqua e custodisce il 90% del ghiaccio e l’80% dell’acqua dolce del pianeta. Senza ghiaccio moriremmo di sete.

Si tratta di un mondo meravigliosamente vario e drammaticamente fragile, che gli uomini hanno imparato a temere e conoscere nei millenni, con cui si sono adattati a convivere, lottare e patteggiare, infine a godere e sfruttare fino a comprometterne l’esistenza. Il ghiaccio ha accompagnato e condizionato il destino dell’umanità.

Come si è sviluppata la lotta millenaria dell’uomo con il gelo?
L’uomo ha dovuto imparare a conviverci, dalle estreme latitudini artiche alle solitudini alpine. Il gelo non si combatte, semmai si scende a patti. I popoli montanari di Alpi, Ande e Himalaya hanno sempre patteggiato con l’inverno. La prima tecnica era il fatalismo: non si poteva fare diversamente. L’attività produttiva era concentrata tra maggio e ottobre in un surplus di fatica che trovava il contraltare nei mesi freddi e nelle giornate brevi, ma con notti lunghissime, quando i lavori della campagna sono sospesi, gli attrezzi riposano e si vive sotto zero scaldandosi con gli animali, il fuoco e le leggende.

Il gelo e il ghiaccio hanno spesso influenzato la grande storia. Per esempio le ondate di freddo, le bufere di neve e il terreno gelato hanno cambiato le rotte delle invasioni fin dai tempi di Alessandro Magno, tre secoli prima di Cristo, quando storia e mito narrano che una nevicata frenò la marcia del capo macedone verso l’India. Invece in tempo di pace il ghiaccio ha condizionato le rotte dei commerci navali dall’estremo nord al più selvaggio sud del pianeta, ha ispirato nuove architetture e prodotto futuristiche tecnologie, ha modificato gli stili di vita dei popoli del freddo generando adattamenti e risposte geniali, insieme ad attrezzi risolutivi. Nella continua ambivalenza tra attrazione a rifiuto, amore a terrore, la relazione tra l’uomo e il ghiaccio unisce la “calda” metafora natalizia dell’inverno a immagini e significati inesorabilmente negativi – cuore di ghiaccio, sguardo di ghiaccio –, sottolineandone la natura ambigua. Di lì il fascino, e l’attualità senza tempo.

Quale radicale rovesciamento di valori avviene tra Settecento e Novecento?
Tutto cambia con il Romanticismo. Gli uomini d’arte e di lettere influenzati da Rousseau rovesciano la visione classica delle Alpi, scoprendo nei luoghi malfamati del passato il segno del bello e del sublime. Alla fine del Settecento le cascate e i ghiacciai alpini diventano ricercate mete di escursioni romantiche e destano la meraviglia dei viaggiatori, impreziosendo con eccitanti e “deliziosi orrori” i taccuini dei borghesi e le tele degli artisti che hanno la ventura di addentrarsi nelle valli.

In un secolo ricco di traumi e cambiamenti – il secolo della Rivoluzione – lo sguardo degli intellettuali e degli artisti è quasi costretto a prendere atto della condizione disarmonica delle persone e dei luoghi, sostituendo la fissa monocromia della luce con la mutevole complessità del dolore, del conflitto, della solitudine e del dubbio. La montagna (e poco più tardi i poli) è il paesaggio più adatto a rappresentare l’animo romantico. In questa sensibilità s’inseriscono l’interesse e il gusto per le rovine delle civiltà passate, sepolcri di vite rifiorite nel ricordo, e l’interesse per il “disordine” alpino, fantastico insieme di rovine naturali. Le acque e i ghiacciai sono gli eterni motori dell’archeologia della pietra.

Quando e come nasce l’alpinismo?
Nel 1778 sette ragazzi di Gressoney salgono il Colle del Lys sul Monte Rosa, superando i quattromila metri. Gli intraprendenti giovani cacciatori-alpinisti non hanno piena coscienza di quanto hanno fatto, anche perché non sono partiti con la febbre dei conquistatori. Non pensavano affatto di aggiudicarsi un primato, dunque non possono prevedere che il loro itinerario diventerà una delle ascensioni più frequentate e amate delle Alpi. All’understatement dell’impresa contribuisce la motivazione mitica e religiosa che almeno in apparenza la sorregge, secondo i dettami del cattolicesimo walser.

Otto anni dopo, ignorando il Monte Rosa, la cronaca e la storia si concentrano sulla favolosa conquista del Monte Bianco, esaltando la figura ausiliaria di Jacques Balmat a danno di Michel-Gabriel Paccard. Desideroso di salire la vetta d’Europa con gli strumenti di misurazione, lo scienziato ginevrino Horace-Bénédict de Saussure promette un premio in denaro al primo uomo che riesca a raggiungere la cima. A Chamonix la sfida è raccolta dal cacciatore e cristallier Balmat, che bivaccando involontariamente tra i ghiacci del Grand Plateau ha dimostrato che si può sopravvivere alla notte delle altezze, e dal dottor Paccard, uomo assai provvisto di spirito critico e cognizioni scientifiche, laureatosi in medicina all’Università di Torino. La coppia ha successo l’8 agosto 1786, dopo una lunga prova di coraggio e resistenza durante la quale Paccard sprona Balmat a continuare fino in vetta.

Il ghiaccio ha modellato il paesaggio alpino, con le sue valli e i suoi ghiacciai: quali storie raccontano i ghiacciai?
Molte storie e leggende, a cominciare dal mito della valle perduta e da un favoloso paradiso che, secondo la credenza popolare di influenza cattolica, avrebbe preceduto l’avanzata dei ghiacci sulla terra. In base alla dottrina punitiva divulgata dalla Controriforma il ghiaccio scende a castigare i montanari che hanno peccato.

Le leggende delle Alpi sono ricche di questi “racconti del ghiaccio”, che seguono lo stesso canone narrativo su quasi tutto l’arco alpino occidentale, in particolare tra l’Oberland Bernese, l’alta Savoia, la Valle d’Aosta e il Vallese, e soprattutto sul Monte Rosa. Il giardino è inevitabilmente devastato dal gelo, anche se le versioni più lontane dal centro di elaborazione inseriscono delle mitigazioni sullo schema classico, come se la pietà crescesse con la distanza. Effettivamente in epoca moderna i ghiacciai avanzarono su tutto l’arco alpino, ma la leggenda propone una spiegazione etica e divina. Il ghiacciaio che punisce la trasgressione del montanaro o di un altro essere malefico sarebbe correlabile al castigo biblico del diluvio se non mostrasse un esito più irreparabile. Infatti l’arca di Noè consente alla vita di salvarsi, mentre gli effetti della distruzione alpestre sono permanenti.

Il ghiaccio è stato protagonista di guerre e battaglie della storia: in quali casi esso è stato decisivo?
Nell’inverno del 1572 il gran gelo aiutò gli archibugieri olandesi a beffare con i pattini da ghiaccio l’esercito spagnolo. A metà maggio del 1800 la neve e il ghiaccio ostacolarono seriamente la discesa di Napoleone in Italia attraverso il Colle del Gran San Bernardo, costringendo il generale Marmont a impiegare slitte e tronchi d’albero per trasportare i pezzi dei cannoni, e l’armata a marciare di notte per evitare le valanghe.

In pieno Novecento, durante la prima guerra mondiale, la neve e il ghiaccio trasformarono il fronte alpino austro-italiano in una frontiera dai caratteri himalayani. Il ghiaccio, la neve e le basse temperature furono i nemici più seri durante la cosiddetta Guerra bianca. L’abilità alpinistica, l’abitudine ai rigori della montagna e la capacità di sopravvivenza dei soldati contarono assai più delle armi e delle strategie. La storia si ripeté nella seconda guerra mondiale con la tragica ritirata di Russia, quando le tormente, la fame e il gelo siberiano annientarono la resistenza dei soldati allo sbaraglio.

Cosa ha significato per l’umanità l’invenzione del ghiaccio artificiale?
Il rapporto dell’umanità con il caldo e il freddo ha dei risvolti che superano l’aspetto pratico. Serbare una scorta d’inverno in cucina e ribaltare il corso delle stagioni è stato il delirio inconfessato dell’uomo moderno, anche se per un cristiano significava contrastare le regole della creazione. Per questo motivo la prova di refrigerazione che l’inventore olandese Cornelius Drebbel esibì all’interno dell’abbazia di Westminster nel 1620 fu accolta dalla corte di re Giacomo I con stupore e spavento. All’epoca degli Stuart il raffreddamento forzato di un ambiente era più una forma di magia che un esperimento di scienza, anche se alcuni visionari continuarono imperterriti a coltivare la diabolica invenzione, ostinandosi nel tentativo di ottenere ghiaccio dall’evaporazione di un liquido. Finché nel 1858 l’ingegnere francese Ferdinand Carré costruì la prima macchina ad assorbimento continuo di gas impiegando l’ammoniaca come fluido refrigerante.

Il ghiaccio che scompare è il vero protagonista del riscaldamento climatico in atto: il ghiaccio è destinato a diventare un bene sempre più raro?
Purtroppo sì. Il regresso dei ghiacciai è un fenomeno mondiale, con rarissime eccezioni, e ha subito una progressiva accelerazione a partire dalla fine del Novecento. Ma non è tanto il regresso ad allarmare la scienza, perché potrebbe trattarsi di una normale fluttuazione climatica, quanto la velocità. Non era mai successo che una generazione umana potesse assistere a un simile cambiamento del paesaggio glaciale, dalle Alpi all’Himalaya ai poli, e la rapidità è sicuramente correlata alle emissioni di gas serra.

Mondadori ha recentemente pubblicato il Suo giallo “Una coperta di neve”, il racconto di una valanga e delle sue vittime. Le slavine sono responsabili di tante tragedie, come quella di Rigopiano: cosa si vive nel venir travolti da una valanga di neve?
La valanga è uno dei fenomeni più imprevedibili della natura. Basta scambiare una placca di vento con la neve trasformata dal sole per staccare la valanga; basta che uno dei tanti strati non si sia assestato a dovere per far franare il pendio, e purtroppo i sepolti hanno poche probabilità di cavarsela perché una persona imprigionata dalla neve comincia a morire dopo dieci, quindici minuti. Si muore soffocati e di disperazione. Sottratti i minuti necessari per avviare l’operazione di soccorso, al sepolto restano pochi respiri. Più di ogni previsione o congegno tecnologico, l’esperienza e il fiuto salvano la vita. La neve richiede un sesto senso, quel “senso di Smilla per la neve” che ha reso celebre il romanzo di Peter Høeg.

Nato a Torino nel 1957, Enrico Camanni è approdato al giornalismo attraverso l’alpinismo. È stato caporedattore della Rivista della Montagna e fondatore-direttore del mensile “Alp” e del semestrale internazionale “L’Alpe”. Ha scritto molti libri sulla storia e la letteratura delle Alpi e dell’alpinismo (tra cui La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri 2002; Alpi ribelli, Laterza 2016; Storia delle Alpi, Biblioteca dell’Immagine 2017) e sette romanzi ambientati in diversi periodi storici. L’ultimo è Una coperta di neve (Mondadori 2020).

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