Quella del predicatore era una figura di particolare rilievo nel mondo europeo della prima età moderna. In una società caratterizzata da un sentimento religioso diffuso e dalla tendenza a ricercare nella dimensione del trascendente una spiegazione plausibile ai più profondi interrogativi dell’esistenza, ma anche ai traumi collettivi e ai piccoli e grandi problemi del quotidiano, il predicatore, ovvero l’uomo autorizzato a esercitare in pubblico l’arte o mestiere della parola, facendosi interprete della volontà divina nei confronti della comunità, svolgeva infatti un fondamentale ruolo di mediazione religiosa, sociale e culturale. Proveniente quasi sempre dai ranghi del clero regolare, ovvero di un ordine religioso (i più influenti e numerosi erano quelli degli agostiniani, dei domenicani e dei francescani, cui si aggiunsero dal Cinquecento anche cappuccini e gesuiti), egli era formalmente sottoposto ai superiori e alle autorità ecclesiastiche e civili. Questi ne vagliavano la vocazione, ne regolavano l’accesso alla “professione” e ne decidevano gli spostamenti, assegnandolo di volta in volta al pulpito di una città o dell’altra al termine di negoziati che, nei casi degli oratori più richiesti, potevano diventare dei veri e propri affari di Stato.Allo stesso tempo, tuttavia, il predicatore esercitava di fatto all’interno della società quella che in senso weberiano potremmo definire una forma di potere carismatico. Le masse dei fedeli, ma anche i membri dell’aristocrazia e le oligarchie urbane, guardavano infatti ai predicatori come a dei nuovi apostoli, ricercandoli e accogliendoli al loro arrivo in città con gli onori e l’entusiasmo che oggi si riservano a una personalità politica, a un grande intellettuale, a uno sportivo di successo o a una celebrità del mondo dello spettacolo. In virtù di queste prerogative non soltanto religiose il predicatore fu, per diversi secoli, un protagonista della vita europea e un personaggio pubblico in grado di raccogliere intorno al proprio pulpito l’intera collettività. Il che significava, nel caso delle città più popolose e dei predicatori più celebri – dal domenicano Girolamo Savonarola al cappuccino Bernardino Ochino, fino al francescano osservante Francesco Panigarola o al gesuita Paolo Segneri – un uditorio di diverse migliaia di persone, e un pubblico ancora più ampio di persone interessate a commentare e farsi raccontare l’evento, come pure a leggere la trasposizione scritta delle prediche che, talora, veniva posta in vendita dagli stampatori in tempi rapidissimi: l’equivalente, per i tempi, di quanto accade con gli odierni instant book.
Che influenza esercitavano i predicatori sulla vita religiosa, sui comportamenti collettivi e sugli assetti di potere della Chiesa, dell’economia e degli Stati?
Come hanno messo in luce gli studi di Carlo Delcorno, Roberto Rusconi e dei numerosi altri storici e storiche che dagli anni ’70 del secolo scorso ne hanno approfondito lo studio in relazione soprattutto al Duecento, al Trecento e al Quattrocento, sin dagli ultimi secoli del medioevo la predicazione popolare si affermò nell’Europa cristiana come quello che – con un anacronismo soltanto apparente – potremmo definire un mass medium, vale a dire come un insostituibile strumento di comunicazione rivolto alle masse. In questo periodo, in effetti, la predicazione divenne in diversi contesti – e in particolare nelle principali città e Stati italiani – una vera e propria istituzione sociale, svolgendo una fondamentale funzione di educazione religiosa, di indirizzo morale, di disciplinamento sociale e – generalmente, ma non sempre – di legittimazione degli assetti di potere costituiti. Ciò valeva in particolare per la predicazione “straordinaria”, ovvero per i cicli di prediche che, nei tempi forti del calendario liturgico, quali l’Avvento e la Quaresima, venivano tenute quotidianamente in una delle chiese o delle piazze principali della città, secondo una struttura “a puntate”, pensata per suscitare curiosità e una aspettativa crescente negli spettatori, che ricorda alla lontana quella delle serie tv contemporanee. E valeva anche per i sermoni solenni pronunciati da oratori di grido in occasione di festività ed eventi importanti nella vita della res publica, come la nascita, il matrimonio o la morte dei regnanti, un cambio di regime, una “riforma” economica o sociale di particolare rilievo, una vittoria militare di grande importanza.
Il libro tenta di mettere in evidenza come questo peculiare rilievo civico e religioso delle prediche appartenne non soltanto al tardo medioevo, ma anche all’età moderna, ovvero al periodo della Riforma e delle divisioni confessionali, della prima mondializzazione e dell’autunno del Rinascimento, della Controriforma e della crisi della coscienza europea. Tra il Cinquecento e il Settecento, infatti, nonostante la diffusione sempre più capillare del libro stampato, la comunicazione orale attraverso il pulpito rimase uno dei mezzi di comunicazione più diffusi e pervasivi all’interno dello spazio pubblico dei moderni imperi e Stati in formazione. L’intento della ricerca, in particolare, è quello di gettare uno sguardo nuovo sul fenomeno, certamente noto agli studiosi ma indagato, per l’età moderna, soprattutto nei suoi aspetti culturali, retorico-letterari e teologico-dottrinali (pensiamo all’attenzione ricevuta dalla predicazione profetico-apocalittica dei tempi di Savonarola o dalla predicazione eterodossa e filo-protestante, repressa con forza nel corso del Cinquecento dal Sant’Uffizio romano). Spostando il focus della riflessione dal testo al contesto, ovvero dal contenuto specifico e dalla morfologia dei sermoni agli aspetti organizzativi e materiali, allo scenario effettivo in cui la predicazione si svolgeva, Il governo dei pulpiti cerca invece di delinearne i risvolti più propriamente politici e sociali, nel tentativo di meglio comprendere l’impatto e la funzione della predicazione all’interno della società.
Qual era l’origine della popolarità dei predicatori e quali strategie retoriche li rendevano maestri nell’arte della persuasione?
Per le ragioni sopra accennate, il predicatore era, sin dal tardo medioevo, un interlocutore di primo piano delle autorità di governo, dalle quali era allo stesso tempo blandito e temuto, ricercato e controllato, favorito e sopportato. Questa relazione, non di rado ambigua, o comunque costruita su equilibri fragili e mai definitivi, tra il predicatore e i suoi “committenti” era dovuta alla natura stessa della predicazione popolare. Questa, come si è detto, non era soltanto un rito penitenziale collettivo di grandissima importanza, ma anche un evento pubblico di grande richiamo. Un evento, tuttavia, molto particolare. A differenza di altri grandi rituali pubblici dalla struttura più rigida, infatti, essa implicava un atto di comunicazione di carattere performativo, fondato sulla interazione tra oratore e pubblico. Pur seguendo un copione prefissato, dunque, la predica prevedeva un certo margine di imprevedibilità, tanto in relazione al cosa e al come del messaggio che il predicatore avrebbe diffuso dal pulpito, quanto al tipo di ricezione e di reazioni che esso avrebbe potuto suscitare nell’uditorio. La predica era dunque sempre, inevitabilmente, un rituale dal finale aperto, il cui esito dipendeva da una serie di fattori non sempre controllabili dalle autorità. Specialmente – come dimostrano i numerosi casi di predicatori più o meno noti che, tra Cinque e Seicento, finirono per incorrere nella censura politica o nella condanna dell’Inquisizione romana – quando a salire sul pulpito era un predicatore capace di stabilire un alto grado di empatia con l’uditorio, spingendolo verso posizioni politico-religiose eterodosse o addirittura mobilitandolo verso azioni concrete di contestazione e di anticonformismo non coincidenti con l’agenda dei detentori del potere.
Il caso di studio dei predicatori permette, inoltre, di riflettere sulla formazione della moderna sfera pubblica e sulla sua natura multimediale, ovvero sui meccanismi di interazione e sovrapposizione tra i diversi media e forme di comunicazione (la stampa, i testi manoscritti, l’oralità, le arti visive, la musica, il teatro). Questi, in età moderna, operavano all’interno di uno spazio comunicativo e performativo certamente oggetto di un costante tentativo di controllo e di manipolazione da parte delle autorità, ma caratterizzato allo stesso tempo da dinamiche che, in determinate congiunture, potevano sfuggire al controllo dei ceti dominanti. In tali occasioni, le parole del predicatore potevano favorire espressioni di critica e di dissenso, se non di aperta contestazione nei confronti dell’ordine costituito o di specifiche istituzioni, gruppi e personalità politico-religiose, come pure vere e proprie azioni eversive o di mobilitazione collettiva contro minoranze sociali o religiose oggetto di diffusi pregiudizi o soggette a pratiche o misure discriminatorie (si pensi al caso, ben studiato per il contesto italiano e non solo, della predicazione antiebraica e dei suoi effetti). Lo studio del “governo” dei pulpiti consente, in altre parole, di affrontare da una prospettiva nuova, o comunque inconsueta, un problema centrale nelle società europee dell’età moderna e ancora oggi di stringente attualità, come quello del rapporto spesso opaco, ambivalente, tra comunicazione e potere. Mettendo in luce, accanto al ruolo ben noto della censura nel reprimere e condizionare l’espressione pubblica delle idee, anche le pratiche dissimulatorie più o meno velate e le strategie di persuasione sempre più raffinate poste in atto dai comunicatori – in questo caso i predicatori – per aggirarla e tentare di diffondere il proprio messaggio all’interno di una sfera pubblica e di una società complesse e in costante mutamento.
Michele Camaioni (1983) insegna Storia della globalizzazione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre. Si interessa prevalentemente di storia culturale e religiosa della prima età moderna, con particolare attenzione ai temi della comunicazione, della censura, del dissenso religioso e della storia degli ordini religiosi in prospettiva europea e globale. È autore, tra l’altro, di studi di carattere storiografico su Delio Cantimori e di un libro dedicato alla figura del celebre predicatore cappuccino ed esule religionis causa Bernardino Ochino (Il Vangelo e l’Anticristo. Bernardino Ochino tra francescanesimo ed eresia, 1487-1547, Bologna, il Mulino, 2018).




