“Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani

Il giardino dei Finzi-Contini è un romanzo pubblicato nel 1962 da Einaudi. Bassani riscrive le sue opere incessantemente, chiedendo al lettore di tenere in conto solo l’edizione più recente. Ripubblica il testo con poche varianti nel 1974, come terza parte del Romanzo di Ferrara, edito da Mondadori. Il testo definitivo è nel Romanzo di Ferrara, edizione del 1980, ora nelle Opere, a cura di Roberto Cotroneo, nella collana “I Meridiani” di Mondadori. Le revisioni dell’edizione del 1980 sono spesso minime, prevalentemente linguistiche e di normalizzazione della punteggiatura.

La trama è lineare e narrata in prima persona da un alter ego dello scrittore, che infonde in questo modo una parvenza di testimonianza nella fiction del racconto. Negli anni a cavallo tra la promulgazione delle leggi razziali e l’inizio della Seconda guerra mondiale, il narratore parla della sua frequentazione con la famiglia ebraica dei Finzi-Contini e dell’amore non corrisposto per l’affascinante Micòl Finzi-Contini, che lo porterà a vivere in stretto rapporto con la famiglia fino alla rottura e all’allontanamento definitivo poco prima che la guerra cancelli ogni traccia di quanto è avvenuto. I ricordi sono come ferite che non si possono rimarginare e solo il racconto può esercitare un valore lenitivo.

La storia è ambientata in una Ferrara lontana da una reale rievocazione storica. I luoghi del romanzo sono infatti simbolici, cristallizzati nello spazio-tempo della memoria. La città che appare nelle pagine di Bassani è come uno specchio che riflette la vita. L’ombelico geografico del romanzo è il giardino, luogo dai confini indefinibili in cui la ricca famiglia si è confinata, lasciando all’esterno il mondo che si trova sul punto di precipitare nella drôle de guerre, che appare solo per brevi lampi e accenni. Nel giardino invece la storia non entra, il tempo è sospeso. A questa mancanza di movimento si lega un’atmosfera fortemente mortuaria. L’accostamento con le tombe etrusche delle prime pagine, da cui si passa all’orrendo (secondo il giudizio del narratore) mausoleo finzi-continiano, non lascia spazio al dubbio. Così come gli Etruschi, costruttori di necropoli, sono una società sepolta e spenta, allo stesso modo lo è la famiglia che dà il titolo al romanzo: «Come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».

Gli abitanti del maniero hanno infatti rinunciato da tempo alla vita. I genitori, Ermanno e Olga, marchiati dal decesso prematuro del primogenito, sono figure dominate dall’umor nero. Allo stesso modo lo è il figlio Alberto, fin dal prologo condannato da una rapida prolessi a una morte causata da un linfogranuloma. Ma se il giovane, «un po’ fiacco e annoiato», predilige gli ambienti chiusi, suo perfetto contraltare è la sorella Micòl, motore primo attorno al quale ruotano le vite degli altri, i desideri del protagonista e l’intera trama del romanzo. L’autore identifica il senso più profondo della sua opera con il personaggio più riuscito: «I Finzi-Contini non vogliono vivere, appartengono alla morte, amano la loro casa, il loro giardino, e basta. Micòl soltanto vuole essere diversa, vuole vivere, è portatrice in qualche modo del mio messaggio. Ho scritto il libro per identificarmi con Micòl» (Bassani, 1998, p. 1346).

La giovane protagonista, il «caro terremoto», caratterizzata da influssi proustiani, manniani e con qualche punto di contatto con gli Indifferenti di Moravia, rappresenta la scelta di vivere appieno il presente, non come paralisi, bensì come esplosione dello spirito vitale: «Che il futuro, in sé, lei lo abborriva, a esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”, e il passato, ancora di più, “il caro, il dolce, il pio passato”». Alla sua prima apparizione, la fanciulla si presenta al narratore scavalcando il muro del giardino, dimostrandosi dunque capace e desiderosa di uscire dalla gabbia dorata in cui l’apprensione dei genitori cerca di confinarla. Tra tutti i personaggi è l’unica capace di allontanarsi dalla città natale, periferica e soporosa. Gli altri soggetti sono costruiti per opposizione, in una maniera o nell’altra. Alberto è introverso e apatico, laddove lei è un fiume in piena; Giampi Malnate, comunista amico dei giovani Finzi-Contini, crede in un futuro adornato da promesse egalitarie e progressiste, mentre Micòl ha fiducia solo nell’hic et nunc. Anche con il narratore il rapporto è costruito sul contrasto. Laddove Micòl è l’immanenza, il protagonista, più che abitare il presente, rievoca il passato e sovrappone il sogno alla realtà. Più che essere colui che vive, è colui che rinuncia alla vita per la possibilità di raccontarla. In modo molto trasparente, la giovane Finzi-Contini lo paragona a Bartleby lo scrivano di Herman Melville. Ricordare e raccontare è più importante dell’esperienza stessa: «Per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente».

La rinuncia a Micòl, con la conseguente rinuncia al giardino, è l’atto conclusivo di una vera e propria éducation sentimentale. La fine dell’illusione d’amore coincide con la fine dell’illusione che la storia possa essere fermata dalle mura perimetrali di una grande magione. Nelle ultime pagine, il narratore ci si introduce furtivamente nottetempo e la trova già vuota, come inanimata, già presaga dell’imminente disastro. I Finzi-Contini spariscono dietro i cancelli di Auschwitz. Quel che è accaduto sopravvive soltanto «in quel poco che il cuore ha saputo ricordare». Il tempo della vita si conclude definitivamente per lasciare spazio solo a quello, velato di malinconia, della memoria.»

tratto da Il romanzo in Italia IV. Il secondo Novecento, a cura di Giancarlo Alfano e Francesco de Cristofaro, Carocci editore

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