“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: riassunto trama

Scritto tra il 1954 e il 1957 e pubblicato nel 1958, dopo la morte dell’autore, Il Gattopardo è senza dubbio il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Benché fosse stato inizialmente rifiutato da svariate case editrici, il romanzo ottenne un enorme successo, diventando uno dei libri più venduti del XX secolo e ispirando l’altrettanto celebre film di Luchino Visconti.

Il romanzo racconta la storia di Don Fabrizio, principe di Salina, raffinato e distinto erede di un’antica famiglia feudale siciliana e del suo nipote prediletto, Tancredi, giovane e intraprendente rampollo.

Don Fabrizio è un uomo affascinante, “immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato”, ma tuttavia è “primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l’addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti.” Più interessato agli studi astronomici che alla politica, osserva dalle sontuose sale del suo palazzo il progressivo sgretolarsi del mondo da lui conosciuto, quasi come se la cosa non lo riguardi del tutto. “Andava chiedendosi chi fosse destinato a succedere a questa monarchia [quella Borbonica] che aveva i segni della morte sul volto. Il Piemontese, il cosiddetto Galantuomo che faceva tanto chiasso nella sua piccola capitale fuor di mano? Non sarebbe stato lo stesso? Dialetto torinese invece che napoletano; e basta. […] Oppure la Repubblica di don Peppino Mazzini?”.

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Il Gattopardo
  • Editore: Feltrinelli
  • Autore: Giuseppe Tomasi di Lampedusa , Gioacchino Lanza Tomasi
  • Collana: Universale economica
  • Formato: libro (dettagli non specificati)
  • Anno: 2013

Eppure fin dalle prime pagine del romanzo la storia e i suoi cambiamenti sono destinati a irrompere nella vita dei personaggi: “Maggio 1860” è il titolo del primo capitolo, e l’11 maggio 1860 è infatti la data in cui Garibaldi e il suo esercito di volontari, i Mille, sbarcano a Marsala, sulla costa occidentale della Sicilia, con l’obiettivo di dare il via a una rivoluzione nel sud Italia, nel regno borbonico delle due Sicilie, tentando di ampliare il movimento di unificazione nazionale guidato dal Piemonte.

È sempre più evidente che i tempi stanno mutando: il Regno delle due Sicilie è destinato a finire e un nuovo ceto, la borghesia, è in continua ascesa a scapito dell’aristocrazia a cui Tancredi e Don Fabrizio appartengono.

Al contrario dello zio, Tancredi è intenzionato a non lasciarsi scappare l’opportunità di approfittare dei cambiamenti storici in corso per consolidare il suo potere e aumentare la sua ricchezza. Come ricorda allo zio in una delle frasi probabilmente più citate del romanzo, “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Combatte quindi, per opportunismo, con i garibaldini, per poi diventare, sempre per calcolo, ufficiale regolare dell’esercito piemontese.

All’arrivo dell’estate, la famiglia si trasferisce nella residenza estiva di Donnafugata. Il sindaco del paese, don Calogero Sedara, è un borghese che cerca con ogni mezzo di innalzarsi entrando nelle grazie degli aristocratici Salina. Don Fabrizio lo disprezza, eppure sa in cuor suo che la decadenza del suo casato non potrà che soccombere alla scaltrezza di questi mezzadri arricchiti a cui Sedara appartiene. “Traversando le due stanze che precedevano lo studio, si illuse di essere un gattopardo imponente dal pelo liscio e profumato che si preparasse a sbranare uno sciacalletto timoroso; ma per una di quelle involontarie associazioni di idee che sono il flagello delle nature come la sua, davanti alla memoria gli passò l’immagine di uno di quei quadri storici francesi nei quali marescialli e generali austriaci, carichi di decorazioni e pennacchi, sfilano, arrendendosi, dinanzi a un ironico Napoleone: loro sono più eleganti, è indubbio, ma il vittorioso è l’omiciattolo in cappottino grigio”.

Calogero Sedara ha inoltre nella sua manica un altro asso: la bellissima figlia Angelica. Benché malvista da Don Fabrizio per le sue umili origini, la ragazza incanta presto con il suo fascino il giovane Tancredi, tanto da fargli dimenticare la cugina Concetta, nobile, raffinata e da sempre innamorata di lui, con la quale si sarebbe dovuto sposare. Tra i due sboccia un’intensa passione: “I due passavano così quelle giornate in vagabondaggi trasognati, in scoperte d’inferni che l’amore poi redimeva, in rinvenimento di paradisi trascurati che lo stesso amore profanava. Il pericolo di far cessare il gioco per incassarne subito la posta si acuiva, urgeva per tutti e due; alla fine non cercavano più, ma se ne andavano assorti nelle stanze più remote, quelle dalle quali nessun grido avrebbe potuto giungere a nessuno; ma grida non vi sarebbero state: solo invocazione e singulti bassi. Invece se ne stavano lì tutti e due stretti ed innocenti, a compatirsi l’un l’altro”.

Il matrimonio con Angelica va poi anche a beneficio di Tancredi, che riesce così a rimpinguare le sue scarse ricchezze con quelle della famiglia Sedara.

Intanto sono in corso le votazioni per l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. Contrario, in quanto vede i piemontesi come invasori, il principe di Salina rifiuta anche la carica di senatore del Regno che gli viene offerta Chevalley, un funzionario piemontese.

“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono”, spiega il principe allo stupito funzionario, “ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. […] Le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali. […]. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?”

Quando il plebiscito per il sì rende chiaro che la Sicilia è destinata a entrare al far parte del Regno piemontese, Don Fabrizio decide di ritirarsi a vita privata, nelle sue tenute, circondato dai propri affetti famigliari. “Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest’ornatissimo catafalco”, afferma.

Il romanzo si conclude nel 1910; il principe di Salina è morto da tempo e gli sopravvivono solo tre figlie, Carolina, Concetta e Caterina, zitelle e in procinto di rivendicare il valore delle reliquie false accumulate nella cappella di famiglia. Ormai il casato è definitivamente finito, il potere perduto, la ricchezza sfumata. “Concetta si ritirò nella sua stanza; non provava assolutamente alcuna sensazione: le sembrava di vivere in un mondo noto ma estraneo, che già avesse ceduto tutti gli impulsi che poteva dare, e che consistesse ormai in pure forme.”

Il Gattopardo è una fotografia precisa di un mondo perduto, quello della fine del XIX secolo, e della nobiltà siciliana chiusa nel proprio provincialismo e avversa a ogni tipo di cambiamento ma destinata inesorabilmente a scomparire. È anche un affresco seducente della Sicilia, dei suoi paesaggi bruciati dal sole e disseminati di palazzi decrepiti, di quel “fasto sbrecciato che allora era lo stile del Regno delle Due Sicilie”. Una narrazione sontuosa e bellissima, che sembra immune al passare del tempo.

Silvia Maina

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