Il futuro non invecchia, Alessandro RosinaProf. Alessandro Rosina, Lei è autore del libro Il futuro non invecchia edito da Vita e Pensiero: quali sfide pone il futuro al nostro attuale paesaggio antropologico, economico e sociale?
Viviamo sempre più a lungo ma ci troviamo sempre più schiacciati sul presente e timorosi di perdere quanto abbiamo, anziché fare oggi scelte che individualmente e collettivamente mettono le basi di un futuro migliore. I motivi sono vari. Il primo è che nelle società moderne avanzate sono stati raggiunti livelli di benessere diffuso ma grazie ad un modello di crescita basato su quantità di produzione e consumo non più sostenibile. Il secondo è la crescente complessità del mondo in cui viviamo, che rende difficile capire quali siano le scelte giuste e le loro implicazioni. Il terzo è la rapidità del cambiamento, si pensi all’impatto della rivoluzione digitale con le sue ampie ricadute, sul mercato del lavoro ma non solo. Il quarto motivo sono le trasformazioni demografiche. Si tratta di processi che agiscono in modo combinato tra di loro creando maggior incertezza rispetto al passato, con punti di riferimento che non funzionano più senza essere stati sostituiti da un nuovo sistema di orientamento efficace. La conseguenza è aumento di insicurezza e sfiducia che portano a chiudersi e a porsi sulla difensiva anziché aprirsi alle opportunità che il futuro può offrire quando si riesce ad anticipare e gestire i cambiamenti.

Quali prospettive demografiche vivono l’Italia e l’Europa?
Le trasformazioni demografiche sono uno dei processi chiave del cambiamento in questo secolo. A livello globale le possiamo riassumere in quattro punti: non siamo mai stati così tanti sul pianeta; la rapidità di crescita demografica non è mai stata così differenziata tra i vari continenti, in particolare con Africa in grande incremento ed Europa in declino; ad aumentare è soprattutto la popolazione anziana, in particolare nei paesi più sviluppati; non è mai stato così elevato il numero di persone che vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate. In particolare l’Europa vive con forte intensità l’invecchiamento della popolazione e i flussi migratori. Questo è ancor più vero per il nostro paese che risulta essere particolarmente squilibrato, tanto che nel 2018 il numero di nuovi nati è sceso sotto il numero di ottantenni. Per rispondere a tali squilibri serve sia una immigrazione regolata, in grado di combinarsi a effettiva integrazione, sia una valorizzazione del contributo economico e sociale che ciascuno può dare, con le proprie capacità e competenze, in tutte le fasi della vita. Questo ha però bisogno, ancor prima di politiche adeguate, di un progetto paese che collochi l’Italia in un futuro desiderato e possibile da costruire assieme.

Nel Suo libro Lei rivisita dieci parole-chiave che iniziano con la “f” di futuro: perché sono importanti?
Si tratta di considerare il futuro come bene comune di cui tutti assieme dobbiamo prenderci cura. Le dieci parole chiave vanno a sottolineare come questo impegni ciascuno di noi nella nostra quotidianità e nel nostro stare in relazione positiva. Progettare e costruire un futuro migliore significa puntare nella formazione, promuovere il fare, saper riconoscere la forza e la fragilità di ciascuno, imparare dal fallimento, dar spazio al capitale umano femminile, ridare forza alla famiglia, non demonizzare facebook e i nuovi social network ma sviluppare stili adeguati di interazione e condivisione, guardare al mondo con fiducia, dar valore al fattore umano e riempirlo di senso e spiritualità. Nella seconda parte del libro vengono sviluppate queste dieci parole, chiudendo con felicità, da intendere non come qualcosa da inseguire o condizione da raggiungere chissà quando, ma come sentirsi oggi parte di un processo di costruzione collettiva di un domani migliore.

Come costruire un’alleanza tra le generazioni?
Come scrivo nel libro, l’alleanza generazionale-generativa richiede che adulti e anziani riconoscano ai membri delle nuove generazioni di essere portatori di nuovo valore, ma anche che i giovani riconoscano alle generazioni precedenti il valore di quanto è stato ad essi trasmesso. Il ruolo delle generazioni più mature sta soprattutto nel mettere le nuove generazioni nelle condizioni di poter rendere il futuro migliore. Ma in cosa migliore? La risposta è che ogni nuova generazioni deve trovare la propria risposta. Ogni nuova generazione deve elaborare la propria visione del mondo e del proprio ruolo in esso, ovvero deve poter scegliere in cosa essere portatrice di nuovo nel mondo e provare a realizzarlo con successo. Ma più avanza nel tempo e più deve passare dal trovare le proprie risposte ad aiutare le generazioni successive a formulare le proprie domande.
Se c’è una legge implacabile che la demografia pone alla base di qualsiasi processo di crescita economica e sociale, è che nessuna generazione può star meglio contro le precedenti e senza le successive.

In che modo è possibile valorizzare il potenziale delle giovani generazioni?
Come abbiamo detto, la cifra dei nuovi tempi è data dal cambiamento continuo e dalla complessità crescente. Senza adeguati strumenti per leggere la realtà, orientarsi e definire coordinate di riferimento, per gestire l’incertezza nei processi decisionali, alto è il rischio di perdersi, di non andare incontro al futuro desiderato ma di scivolare in un presente sempre più scadente.
Questo mette ancor più che in passato al centro il ruolo delle nuove generazioni, da intendere come il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate sono quelle maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le opportunità delle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal preparati, sono i primi a veder scadere le proprie prerogative, a trovarsi maggiormente esposti con le loro fragilità a vecchi e nuovi rischi.
Le difficoltà dei giovani e l’aumento delle disuguaglianze generazionali vanno intese, quindi, come il segnale che la società non sta andando nella giusta direzione, perché è con le opportunità di essere e fare delle nuove generazioni che il cambiamento può diventare miglioramento collettivo.

Quale ruolo possono rivestire in questo processo i percorsi formativi e le politiche del lavoro?
Di fronte alla sfida posta dall’innovazione tecnologica, non sappiamo quanto si ridurrà l’occupazione ma è molto verosimile che si troverà più in difficoltà chi ha bassa formazione e basse competenze avanzate e trasversali (quelle legate alla qualità e unicità del fattore umano). Oltre a preparare bene i giovani è poi necessario allocare le persone giuste al posto giusto e immetterle in un percorso di crescita e valorizzazione, facendo diventare le capacità e le competenze delle nuove generazioni leva per lo sviluppo competitivo del paese.
Diventa quindi sempre più importante il ruolo di sistemi esperti di orientamento e di sostegno alla riqualificazione, in grado di accompagnare soprattutto nelle fasi di passaggio, come quello dalla scuola al lavoro, il rientro dopo una fase di interruzione (per motivi formativi o familiari), la ricollocazione dopo un episodio di disoccupazione, la mobilità tra diversi lavori, ma anche la mobilità di carriera o l’avvio di una propria attività. Quello di gestire (con strumenti e approccio adeguato) le fasi di passaggio è uno degli elementi chiave per costruire una lunga vita attiva di successo in un paese orientato positivamente verso il proprio futuro.

Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano