“Il futuro del terrorismo di matrice jihadista. Evoluzione della minaccia, strumenti di contrasto e strategie di prevenzione” a cura di Andrea Manciulli, Enrico Casini, Alberto Pagani e Nazzareno Tirino

On. dott. Andrea Manciulli, Lei ha curato con Enrico Casini, Alberto Pagani e Nazzareno Tirino l’edizione del libro Il futuro del terrorismo di matrice jihadista. Evoluzione della minaccia, strumenti di contrasto e strategie di prevenzione pubblicato da Ledizioni. L’emergenza sanitaria legata alla pandemia ha posto in secondo piano il tema del terrorismo islamista eppure i recenti attacchi in Francia testimoniano l’attualità e la gravità della minaccia: come si è evoluto il terrorismo di matrice jihadista?
Il futuro del terrorismo di matrice jihadista. Evoluzione della minaccia, strumenti di contrasto e strategie di prevenzione, Andrea Manciulli, Enrico Casini, Alberto Pagani, Nazzareno TirinoIl terrorismo di matrice jihadista è in evoluzione continua da sempre, fin dai suoi inizi. Non si tratta certamente di un fenomeno statico, ma anzi, è molto dinamico e nella sua storia ha assunto traiettorie anche molto diverse tra loro a seconda dei contesti storici e ambientali o degli obiettivi politici e strategici delle varie organizzazioni che nel tempo sono emerse. Per esempio abbiamo assistito a fasi diverse, da quando il fenomeno aveva una caratterizzazione molto locale e nazionale a quando invece ha preso dimensioni più globali e transnazionali. Questi sono tutti temi che nel nostro libro affrontiamo in maniera approfondita, relativamente alla più recenti dinamiche evolutive di questo tipo di minaccia, soprattutto negli ultimi venti anni e più recentemente alla svolta impressa dall’ascesa dell’organizzazione dello Stato Islamico. Lei ha citato i recenti attacchi in Francia, paese che conosco molto bene avendo studiato a Parigi, e che in questi ultimi anni ha pagato un prezzo altissimo alla violenza jihadista. Ma si possono aggiungere anche l’attacco a Vienna, che ha confermato tra l’altro la pericolosità della pista jihadista balcanica, e se allarghiamo il campo e vediamo cosa succede fuori dall’Europa, il terrorismo jihadista in questi ultimi anni non ha mai smesso di colpire. Basta guardare il duplice attentato di alcuni giorni fa a Baghdad, o quanto recentemente successo in Afghanistan o in Africa. In molti paesi e numerose aree del pianeta rimane una minaccia ancora persistente, diffusa, radicata, che può aumentare fattori di instabilità politica e allo stesso tempo sfruttare tensioni di altra natura già esistenti in quei contesti a proprio vantaggio. Se si osserva la carta geografica si vedrà bene che vi sono vaste aree per esempio dell’Africa, dal Golfo di Guinea al Sahel al Nord Africa fino all’Oceano Indiano, dove vi sono numerose organizzazioni terroristiche jihadiste presenti. Ma il problema è tutt’ora presente nel Vicino Oriente, prima citavo l’Iraq, ma anche in Siria, nel Caucaso, nelle zone costiere del Levante, nella Penisola arabica, e poi ancora verso l’Asia Centrale, l’Afghanistan, il sub continente indiano, le isole dell’Oceano Indiano, l’estremo oriente fino alle Filippine. In tutte queste aree assistiamo ad una presenza di organizzazioni jihadiste e in alcuni casi anche a una diffusione di forme di radicalizzazione e di estremismo jihadista in numerosi soggetti, spesso anche molto giovani. Si tratta dunque di una minaccia ancora molto presente, nel panorama globale, e che si diffonde, soprattutto grazie alle più recenti forme di propaganda che sfruttano il web e i social network anche nel continente europeo, in Russia o nel Nord America. Il problema non riguarda solo gli attacchi o gli attentati che si sono verificati in questi anni, che sono una minaccia gravissima per la nostra sicurezza, e non è più ormai un tema che interessa le sole politiche di repressione. Ormai, sempre più spesso, la stessa struttura del fenomeno è mutata, passando dall’articolazione classica fatta di cellule organizzate e clandestine, a una diffusione che in alcuni casi appare più “individualizzata”. Questo cambio ha determinato una trasformazione anche delle caratteristiche stesse della minaccia dal punto di vista della sicurezza: si è per esempio ridotta la “spettacolarità” degli attentati di inizio anni duemila, che chiedevano una notevole organizzazione, ma vi è stata una proliferazione di attacchi, attraverso l’iniziativa talvolta spontanea di singoli individui radicalizzati, quelli che sono stati spesso definiti “jihadisti della porta accanto” o lupi solitari, che agiscono a volte svincolati da reti strutturate e le cui azioni vengono rivendicate sul web o sono state spesso ispirate, ma senza un preciso disegno strategico, tal volta anche solo per emulazione. Non è ridotta la capacità di colpire, come abbiamo visto anche in alcuni casi del passato recente in Europa vi sono stati anche attacchi pianificati e organizzati, ma molti episodi dimostrano appunto come oltre alle modalità più tradizionali, il terrorismo jihadista possa essere pericoloso attraverso le azioni di pochi singoli radicalizzati, che magari decidono di passare all’azione nello spazio di poco tempo, anche per motivi molto diversi, e utilizzano utensili di suo comune per colpire. In questa fase di trasformazione lo Stato Islamico ha svolto un ruolo obiettivamente importante, non solo sul piano operativo, ma anche a livello ideologico, perché nel momento in cui ha tentato di “farsi stato” e si è autoproclamato Califfato ha operato una rottura con la tradizione del jihadismo qaedista precedente, che non aveva mai nemmeno immaginato di fare un passo simile. Di conseguenza ha determinato anche una rottura sul piano strategico e politico, perché di fatto si è messo in competizione con Al Qaeda per la leadership della galassia jihadista mondiale. Quindi, per concludere, il processo evolutivo che ha interessato negli ultimi anni il terrorismo jihadista è stato molto rilevante e nel libro se ne parla in maniera molto approfondita, toccando in particolare il tema del contrasto della radicalizzazione jihadista, che è uno degli aspetti più significativi che ci interessano molto da vicino.

Quali politiche di prevenzione e contrasto stanno attuando gli Stati democratici?
Guardi, è evidente che ogni Stato, anche per motivi di ordine storico e politico, ha organizzato una sua strategia di contrasto e prevenzione del terrorismo in genere che deriva anche dalla storia di quel determinato paese e dalla presenza nel suo territorio di forme di terrorismo interno o internazionale. Strategie che hanno tenuto conto delle esperienze interne, ma anche di quelle dei paesi alleati e su cui nel tempo si sono poi organizzate forme di collaborazione internazionale, stipulato accordi o sviluppate vere iniziative di cooperazione su diversi piani. Nella storia di tutto il Novecento, e anche prima, in Europa molti paesi hanno fatto i conti con il terrorismo interno, di diversa natura, dalla Germania, alla Grecia, la Spagna o la Francia, oppure il Regno Unito, dalle esperienze di matrice politica a quelle di natura indipendentista. In Italia abbiamo conosciuto la lunga e drammatica stagione del terrorismo interno, sia di matrice politica che mafiosa. Va detto che per quanto riguarda il terrorismo jihadista sappiamo che si tratta di un fenomeno noto da tempo, anche in occidente, avendo assistito alle campagne terroristiche in alcuni paesi Mediorientali come l’Egitto già negli anni Ottanta. Certamente negli anni novanta inizia una maggiore consapevolezza della sua pericolosità, è proprio in questi anni che muta profondamente l’orizzonte strategico jihadista e si inizia a teorizzare il Jihad globale che porta agli attacchi del 1993 contro il World Trade Center o a quelli contro le ambasciate americane in Africa, fino ovviamente al l’11 settembre 2001. Con questo evento di impatto senza precedenti, è cambiato completamente anche il modo di affrontare la minaccia terroristica. Dopo il 2001 molti Stati, non solo gli USA, ma anche l’Italia, si sono dotati di normative più stringenti, più specifiche e dure nel contrasto di questa minaccia, rafforzando per esempio i sistemi di intelligence e di polizia dedicati, ma anche prevedendo norme più dure, nuove fattispecie di reato, e anche strumenti di repressione più adeguati. L’11 settembre e gli eventi che sono seguiti hanno dimostrato la pericolosità del progetto del “jihad globale”. Nel corso degli ultimi anni però, soprattutto dal 2013 in poi e in particolare con l’esplosione del fenomeno dei foreign fighters partiti dai paesi europei verso la Siria e con la nascita dello Stato Islamico, si sono palesati anche problemi nuovi, connessi per esempio sia a nuove tipologie di reato che andavano introdotte nei nostri sistemi penali, ma anche a nuove forme di indottrinamento, propaganda e arruolamento che sfruttavano soprattutto il web. Dopo la strage di Charlie Hebdo, anche in Italia, è stato necessario rinnovare ancora le nostre normative e rintrodurre alcuni nuovi reati, per esempio riferiti proprio a coloro che si recavano in altri paesi con l’intento di arruolarsi per combattere nelle milizie jihadiste oppure che si radicalizzavano e aderivano attraverso internet a qualche organizzazione jihadista. Questo processo di adeguamento delle norme è avvenuto negli ultimi tempi in molti paesi, insieme all’adozione, in fasi anche diverse, di programmi di de-radicalizzazione o di prevenzione della radicalizzazione jihadista, che hanno la funzione, soprattutto in alcuni ambienti particolari, penso per esempio alle carceri, di prevenire la diffusione dell’ideologia jihadista o di sostenere soggetti radicalizzati in un processo di recupero. La stessa UE ha sollecitato gli stati Europei ad attivare programmi di prevenzione della radicalizzazione e approvare leggi in questo senso, per affiancare alle norme di natura repressiva, necessarie, anche norme di tipo più preventivo. Vi sono vari programmi, alcuni attivi anche in alcuni paesi musulmani, e vi sono anche in Europa, modelli ed esempi diversi, dai paesi scandinavi alla Germania o alla Francia. Anche in Italia vi è un dibattito aperto su questo tema, da tempo. Nella scorsa legislatura avevamo presentato una proposta di legge in questo senso, per istituire un verso sistema di prevenzione della radicalizzazione jihadista, scritta da me insieme a Stefano Dambruoso, che fu approvata solo alla Camera, prima della scadenza della legislatura. Adesso, anche con questo libro, cerchiamo di promuovere un dibattito su questo tema, che è molto importante, non tanto per recuperare quella proposta di legge, quanto per affrontare un confronto che porti alla approvazione di un testo, anche nuovo, ma dedicato a questo tema.

Quali sono, nello scenario attuale, le principali minacce alla sicurezza nazionale e internazionale?
Beh, questa è una domanda davvero complessa e richiederebbe molte ore per rispondere. Diciamo in breve, che stiamo vivendo una fase di profonda trasformazione che investe anche la dimensione della sicurezza come quella delle relazionitra stati, della politica, dell’economia, delle tecnologie. È una fase in atto da alcuni anni ormai, per quanto riguarda la politica internazionale e la sicurezza soprattutto a partire dalla fine della Guerra fredda e del quasi contemporaneo avvento della rivoluzione informatica e digitale. Ma come tutte le fasi di cambiamento oltre a grandi opportunità e occasioni, si possono manifestare sia delle fragilità che delle minacce. In questo momento vi sono varie tipologie di minacce, emergenti e altre già emerse da tempo, di cui dobbiamo tenere conto. Tra queste il terrorismo jihadista è una minaccia molto rilevante, spesso con un impatto regionale, ma che ha una capacità di diffusione e di presenza globale e che cela alle sue spalle spesso obiettivi e disegni di natura politica e geopolitica. Il terrorismo è una minaccia molto significativa, anche per noi, anche per le nostre società. Lo è anche in ragione del delicato processo di trasformazione che stiamo vivendo. Ma se devo guardare intorno a noi, vedo che il tema della sicurezza si è molto dilatato negli ultimi anni, è un tema che ormai tocca a 360 gradi molti aspetti della vita delle persone, delle comunità, della società, dell’economia. La vicenda attuale della pandemia ci ha dimostrato quanto sia sempre più importante la sicurezza, anche legata a minacce di natura biologica o virale. Ma vale lo stesso per esempio per emergenze ambientali o climatiche. Per esempio è un tema poco discusso, ma i legami tra il tema dell’impatto del cambiamento climatico sulla sicurezza è molto più vasto di quello che si è spesso portati a pensare. Basta guardarsi intorno, e vedere l’impatto che hanno effetti del climate change, come la desertificazione o la siccità, in aree come il Sahel e cosa producono anche a livello di sicurezza e di instabilità politica e sociale. Ma basta guardare anche per esempio al tema degli incendi, di cui spesso si parla, in alcune regioni di paesi ricchi, come è stato il caso dell’Australia o come negli Stati Uniti o anche nel bacino del Mediterraneo. Altro tema importante è la rivoluzione digitale e il suo impatto anche sulla sfera della sicurezza. Non è un caso che molte delle minacce emergenti siano anche collegate proprio alla dimensione virtuale o cyber e che il tema delle nuove tecnologie dirompenti, come l’intelligenza artificiale o i nuovi missili ipersonici, siano legati al tema dell’avvento delle nuove tecnologie e dell’era digitale. Ma poi rimangono anche altre grandi minacce, oltre a quelle legate all’ambiente al clima e alla nuove tecnologie, penso per esempio alla proliferazione della armi di distruzione di massa e al nucleare, che è un tema di cui si parla pochissimo, oppure penso al tema dell’instabilità politica ed economica di alcune regioni, come il Nord Africa e il Medio Oriente, che può avere effetti anche molto pesanti sulla sicurezza internazionale e sulla nostra sicurezza continentale. Ci sono poi i fenomeni della criminalità transnazionale e dei grandi cartelli criminali. Il mondo purtroppo è un luogo dove in questo momento storico le cause o le forme di insicurezza non sono poche e dove, soprattutto, l’asimmetria delle minacce sembra essere una costante. Il Covid in questa fase è arrivata all’improvviso, e potrebbe aver destabilizzato ancora di più. È difficile trarre conclusioni, visto che la pandemia è ancora in corso e da storico sono abituato a vedere e analizzare i processi dopo la loro fine, però indubbiamente da politico dico anche che dobbiamo prepararci per affrontare il dopo e per affrontare tutte queste nuove minacce esistenti, anche mutando il nostro modo di vederle e di affrontarle. In tutto questo è chiaro che l’Italia, essendo un paese che vive integrato nel sistema comunitario, e con profondi legami con il resto del mondo, peraltro in una posizione geografica particolarmente esposta a instabilità e minacce nuove, è assolutamente parte di questo sistema.

Quali prospettive per un sistema integrato di prevenzione?
Guardi, se si parla di prevenzione del terrorismo gli strumenti ci sono e le leggi in Italia sono assolutamente all’avanguardia. Questo per quello che riguarda il fenomeno nella sua manifestazione violenta già strutturata e organizzata. Sia per i singoli che per i gruppi. In Italia in questi anni non sono mancate ne le inchieste ne gli arresti di soggetti affiliati a reti terroristiche o pronti ad aderirvi. Il nostro sistema di intelligence e le nostre forze di sicurezza sono tra i migliori in questa attività, anche grazie al bagaglio di esperienza maturato nel tempo dalla stagione del terrorismo interno in poi. Il sistema per ora ha funzionato bene. Certo, non esiste il rischio zero, soprattutto quando si ha a che fare con potenziali atti di un singolo, però se si parla di sistema il giudizio è positivo. Dobbiamo invece rafforzare e integrare di più le iniziative e le attività legate alla prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento, anche di matrice jihadista. Su questo possiamo lavorare, sviluppare nuove iniziative, mettere a sistema quelle già esistenti, implementarle e cercare di creare un sistema che intervenga in tutti i campi in cui il problema può essere intercettato o può manifestarsi: dal sistema carcerario, alle scuole, all’aggregazione sociale. Questo era un po’ anche quello che ci eravamo proposti di fare con la nostra iniziativa legislativa. Ed è quello che anche con questo libro chiediamo e su cui vogliamo attivare quante più forze possibili. È chiaro che in questa fase storica le priorità sono tante altre. Ma bisogna essere consapevoli, proprio per il periodo che stiamo attraversando, che quando si parla di sicurezza, oggi, sono molti gli aspetti e gli ambiti da considerare e dedicare anche poche risorse al tema della prevenzione della radicalizzazione jihadista può essere utile, soprattutto in prospettiva. È chiaro che anche su questi temi ci possono essere prospettive e posizioni diverse. Io penso che quando si affronta una discussione su questo tipo di tematiche si dovrebbe fare il più possibile liberi da casacche di partito e orientati a perseguire l’interesse generale.

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